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«Qui da noi non c'è alcun tipo di violenza»

Studi & Ricerche > Studi sugli O.P.G. > L'O.P.G. di Aversa dal 1997 al 2009 > Rassegna Stampa > 2002

NerosuBianco Ottobre 2002


Interviene il direttore dell'O.P.G. di Aversa, Adolfo Ferraro
«Qui da noi non c'è alcun tipo di violenza»



L'O.P.G. nelle ultime settimane è stato al centro di alcune polemiche riportate da un quotidiano provinciale. Dai topi alla scabbia sino agli abusi da parte del personale sui detenuti, non è mancato nulla. Accuse mosse non si sa da chi e soprattutto il perché anche se forse lo stesso direttore dell'istituto aversano Adolfo Ferraro riesce a immaginare chi possa esserci dietro a simili vicende. Tuttavia la faccenda ha permesso di porre una certa attenzione su una delle strutture più importanti d'Europa, che nella propria città viene del tutto, o quasi, ignorata. NerosuBianco ha incontrato Ferraro.

Dr. Ferraro, qual è lo stato di salute dell'O.P.G. «Saporito» che lei dirige da alcuni anni?

Dal punto di vista strutturale è innegabile che ci sia bisogno di migliorie, e per apportarle ci vorrebbero dei fondi che al momento mancano. Tuttavia portare all'eccesso queste carenze come hanno fatto certi organi di stampa è paradossale. Del resto lei in più occasioni ha visitato l'istituto, e non penso abbia riscontrato quello che si afferma su alcuni giornali. L'altro aspetto poi riguarda il personale che vi lavora, dai medici ai paramedici, dai civili alla polizia penitenziaria. Operare in una struttura come questa richiede un Grosso impegno, e le assicuro che non sempre è facile andare insieme, e mi riferisco a tutto il personale, nella stessa direzione.

Si sono davvero verificati atteggiamenti violenti verso i detenuti?

Assolutamente no! Da quando sono direttore, non posso certo parlare di tempi precedenti, qualsiasi atteggiamento inadeguato viene subito sanzionato con l'allontanamento dalla struttura. Ma badi bene, la parola inadeguato non sta a significare affatto violento. La violenza è un'altra cosa, e qui non c'è. E poi le assicuro che un comportamento violento non lo sanzionerei certamente con un semplice allontanamento.

Perché allora secondo lei esiste tanta disinformazione sull'Opg?

L'attenzione rivolta verso questo tipo di strutture non è quella che dovrebbe esserci. Talvolta mira soltanto agli aspetti sensazionali, mentre un vero dibattito che entri nel merito della problematica non avviene. Ogni tanto si parla della chiusura o meno di questi presidi, ma poi tutto cade nel dimenticatoio.

A proposito della chiusura, lei cosa ne pensa?

Io in linea di massima potrei essere d'accordo, ma sempre che vengano istituite delle valide e reali alternative per i ricoverati. Dire chiudiamoli è basta sarebbe assurdo.

Ma quali sono le sue maggiori difficoltà?

A parte le problematiche legate agli aspetti strutturali, va detto che attualmente l'Opg ospita 180 reclusi. Di questi oltre il 70 per cento potrebbe anche non stare qui, ma in altro tipo di strutture che però non ci sono. Sino alla legge Basaglia esistevano i manicomi per molti di questi casi, adesso invece no. Pensi che qui ci potremmo dedicare molto meglio a quei circa cinquanta pazienti pericolosi che hanno realmente bisogno di cure specifiche se al di fuori esistessero strutture in grado di accogliere gli altri ospiti, che da noi vengono depositati dalla società.

Ritornando, infine, alle vicende che hanno visto protagonista recentemente lei e la sua struttura, cosa avete intenzione di fare?

Guardi ci sono indagini in corso della Procura della Repubblica di Santa Maria C.V. per quanto riguarda la fuga di notizie sui documenti riservati. Per gli articoli diffamatori che parlano di violenze ed altri comportamenti scorretti del personale ci riserviamo di agire anche per vie legali e mi risulta che gli stessi responsabili della Polizia Penitenziaria stanno adottando la stessa linea. In questa fase la vicenda andava chiarita alla città e a tutti coloro che direttamente o indirettamente vivono questa realtà.



Nell'OPG abbiamo incontrato Angelo
«Sto bene, la società non mi vuole»


Nell'inferno dell'OPG di Aversa, come descritto da alcuni, abbiamo anche incontrato, ironia della sorte un «angelo». Non di quelli con le ali e la bionda chioma, ma semplicemente un detenuto, in carne ed ossa, che si chiama proprio Angelo. E stato lui a fermarci, aveva voglia di parlare, e noi volentieri lo abbiamo ascoltato. Storia ingrata la sua, di una vita che non è stata per nulla serena. Privato da sempre della libertà ha perso il padre a sei anni e la madre poco più di una decina di anni dopo. Rimasto solo al mondo ha dovuto fare i conti con se stesso, i suoi disturbi, e soprattutto con la società.
Già a sedici anni ha commesso alcuni reati e per lui si sono aperte le porte prima degli istituti minorili e poi le porte degli Opg. Materialmente non ha ammazzato nessuno, e più che un carnefice, ci è sembrato solo e soltanto una vittima di quel mondo che lo circonda e che lo ha ignorato da sempre. Qualche tempo fa durante una licenza sperimentale è fuggito, vagando per un anno. Poi è «ritornato» ad Aversa, dove si trova già da qualche tempo e sembra non voler più andare via.
«La mia - esordisce Angelo - è una storia difficile. Oggi mi è rimasta solo una sorella, che è tossicodipendente, e quindi non mi viene a trovare mai. Ho bisogno di parlare, mi piace parlare, ed anche se non sono stato a scuola, conosco quattro lingue».
Cosa hai fatto durante il periodo in cui eri in licenza e sei fuggito?
«Sono stato con dei polacchi e con altra gente. Avevo deciso di volermi divertire. Di fumare, di sballarmi un po', di vivere la bella vita. Ma poi non era affatto una bella vita. Tutto era difficile, persino procurarsi da mangiare e da dormire. L'unica cosa buona è stata quella di rivedere appunto mia sorella».
Tra qualche tempo potrai uscire di nuovo in licenza, cosa conti di fare?
«Non lo so. A dire il vero qui non sto proprio male. Quando mi affaccio la mattina, la mia finestra guarda sul prato dell'area verde, ed è una bella vista. Una visione molto più bella di altri posti dove sono stato quando ero fuori. Ho paura di uscire. Qui ho un letto, una doccia, il mangiare che è anche buono. un tetto, fuori invece cosa ho?».
Fuori avresti la libertà?
«Bella parola, ma con quella non ci mangi. E poi io sono sempre stato convinto che la società non mi vuole. Io per la gente sono uno scarto, un rifiuto umano, un essere dal quale stare alla larga. E' sempre stato così. Qui non ho amici, però posso ascoltare la musica (e ci mostra con orgoglio il suo walkman) e sia la polizia penitenziaria che il personale si prendono cura di me. Nel mondo esterno chi mi curerebbe? Qui si fanno anche dei lavori, ed ogni tanto guadagni qualche soldo, ma fuori non lavorerei, non mi farebbero lavorare. Per questo penso che stare qui è meglio. Poi forse cambierò idea, ma al momento preferisco così. L'unica cosa che vorrei, appena possibile, e di avere una stanza singola. Per me sarebbe più comodo. Se queste cose le scrivi sul giornale tornerai per leggermele?». Non glielo ho promesso ma penso che tornerò.

Giuseppe Lettieri

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