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Aversa in primo piano - 7 articoli sull'Opg

Studi & Ricerche > Studi sugli O.P.G. > L'O.P.G. di Aversa dal 1997 al 2009 > Rassegna Stampa > 2001

Il Corriere di Caserta  15 Febbraio 2001

Aversa in Primo Piano



“Ciascuna Regione deve prendersi la responsabilità dei pazienti sparsi in tutti gli ospedali giudiziari d’Italia”. D’accordo il ministero della Sanità
Rotelli Chiuderà il manicomio criminale
Il manager dell’Asl Ce2: “Non possiamo ignorare il mostro dentro casa, gli Opg vanno dimessi”



AVERSA - La dismissione degli ospedali psichiatrici giudiziari, la chiusura dell'ultimo e contraddittorio baluardo sospeso tra giustizia e psichiatria, è (anche) questa la missione del Manager dell'Asl Ce2 Franco Rotelli? Lui non nega e del resto non appare un caso il suo arrivo alla guida dell'azienda sanitaria, un'azienda da "curare" sotto molti aspetti, ma dove esiste ancora "il mostro dentro casa", così lo chiama Rotelli l'ospedale psichiatrico giudiziario “Filippo Saporito”, e non perché sia peggiore degli altri cinque ancora sparpagliati per la Penisola. Del resto Rotelli era al fianco di Franco Basaglia ai tempi della 180, la legge che sancì 1'apertura dei cancelli degli ospedali psichiatrici e in molti sperano possa proseguire il lavoro iniziato con la dismissione dei manicomi civili.

“E' naturale - conferma il direttore generale - che venendo ad Aversa mi senta ancor più stimolato ad affrontare la questione del superamento degli ospedali giudiziari. Una contraddizione forte e presente che non può essere ignorata”.

Uno dei primi passi da attuare è quello di "responsabilizzazione" oltre che del ministero della Sanità e di quello di Giustizia, degli enti regionali, fino a giungere ad una capillarizzazione che investa i dipartimenti di salute mentale e tutta la società civile. E' necessario "restituire" alle Regioni italiane i residenti nel loro territorio che sono reclusi nelle varie strutture. "Sono ancora 1.200 - conferma Rotelli - gli internati negli ospedali giudiziari, Sono 140 quelli appartenenti alla Campania. Si tratta di riportare sulla terra i problemi e non solo per una questione etico- morale.

Ciascun ente, per le proprie competenze, deve prendersi.la responsabilità di queste persone. Predisporre interventi, destinare fondi per la creazione di strutture, di progetti sostenibili a dimensione umana per dare un punto di riferimento ai degenti che, laddove non esiste niente, non escono di fatto dagli Opg".

Sono già intercorsi al proposito degli incontri con l'assessore regionale alla Sanità, Teresa Armato e proficui sono stati, almeno nelle intenzioni, anche i contatti con il ministero della Sanità. Il ministero, pur tenendo conto che il superamento degli Opg, investendo aspetti di natura legislativa e di sicurezza pubblica, oltre che di natura terapeutica e socio-riabilitativa, risulta piuttosto complesso, ha espresso parere favorevole ai rilievi svolti dall'osservatorio per la tutela della salute mentale. Rilievi che riguardano, appunto, una serie di indicazioni riguardo ai compiti che dovrebbero essere ripartiti tra gli enti coinvolti (Regioni, aziende sanitarie, dipartimenti di salute mentale, gli Opg e le case di cura e di custodia, i magistrati di sorveglianza, gli istituti penitenziari, i ministeri di Sanità e di Giustizia). Rotelli, dopo i contatti con altre realtà regionali, quindi, sta già gettando la prima pietra verso un processo ormai ineludibile.

Divenuta realtà la dismissione dell'ospedale psichiatricho :"Santa Maria Maddalena"; rimangono da riscattare ancora gli orrori presenti dell'istituzione totale, la barbarie delle fascette e dei letti di contenzione che, pur se esposti nel museo dell'ospedale psichiatrico giudiziario, rappresentano ancora una cocente e presente realtà.

Francesca Prisco


 

Il direttore Ferraro: bisogna uscire dall’ambiguità dell’istituzione totale
“Deve diventare una struttura autogestita dai degenti, un punto di partenza e non il capolinea dell’orrore”



AVERSA (Teresa Grandioso) - Nell'ultimo convegno nazionale di studi, svoltosi nel novembre scorso all'ospedale psichiatrico giudiziario, venne affrontato il delicato argomento della "Simulazione e dissimulazione", armi che qualcuno utilizza come strumento per evitare la galera, oppure per garantirsi una patente, giustificare una scelta, o nascondere un fallimento. Ed è proprio nel corso dei lavori di quel convegno che il direttore dell'Opg "Filippo Saporito", spiegò che il senso di quell'incontro doveva essere ricercato soprattutto nell'approfondimento della riflessione circa la strada che si stava percorrendo, per comprendere se sia giusto o meno continuare secondo la linea da sempre intrapresa o cambiare rotta, intensificando o modificando il lavoro, per dare un'ultima carta da giocare ai ricoverati. Alla luce dei fatti oggi, sembra che qualcosa si stia muovendo, e la certezza è data soprattutto dal lavoro che sta svolgendo il direttore con la sua équipe e il personale, che da tempo si stanno battendo contro, una causa che coinvolge tutti gli ospedali giudiziari. "Il processo di sanitarizzazione è quello che mi sta di più a cuore, visto che come medico, mi rendo conto che 1'Opg è il risultato di due istituzioni totali, le carceri e gli ospedali, posizione dunque ambigua dove appare difficile operare con strumenti ben definiti, che possano escludere l'uno o l'altro. La sicurezza sociale è certamente un servizio che lo Stato e noi dobbiamo offrire, ma molto deve essere fatto anche all'interno per consentire agli ammalati di riscattarsi e superare le difficoltà, per una nuova reintegrazione sociale. Il processo di sanitarizzazione ha dunque un obiettivo ben preciso, quello di uscire dall'ambiguità e operare soprattutto su una serie di modelli culturali, che molto spesso fanno leva sui pregiudizi e sugli stereotipi, che inducono la gente comune a considerare questo, solo esclusivamente un contenitore di crimine e orrore, da tener ben distante dal concetto di normalità. Io parto dalla convinzione che l'incurabilità non esiste, e tutti i miei malati hanno il diritto di farcela, e di avere la possibilità di comunicare, di farsi sentire, esprimere se stessi, e imparare a stare con gli altri. Ed è proprio grazie al mio intervento sull'istituzione delle attività trattamentali, che qualcosa si sta muovendo, grazie anche alla collaborazione di tutto il personale dipendente, che indirizzato a dei corsi di formazione, riesce a muoversi più adeguatamente in questa istituzione. L'abolizione delle sentinelle, nella parte esterna dell'ospedale è uno dei tanti passi che mi sono proposto, che hanno lo scopo di operare sulla serenità del malato, e sui pregiudizi dei comuni cittadini. L'Opg non deve essere più considerato un capolinea oltre il quale c'è il nulla, ma l'obiettivo al quale si vorrebbe aspirare è quello di creare delle cooperative autogestite dagli ammalati per varare il grado di autonomia e autogestione, partecipando così a progetti di natura europea".

Queste sono le convinzioni di Adolfo Ferraro che ha sostenuto, tenendo a sottolinearlo, che "sono gli obiettivi che portano ai risultati", e che alcuni di questi hanno già contribuito a creare un ambiente più sereno, dove è più facile lavorare anche per il futuro.

 

Nel 1907 la svolta dell’ex” Casa di Forza”
Saporito: i delinquenti sono “emendabili”
Tutte le tappe della “sezione per maniaci”



AVERSA (Te.Gra.) - Nel 1907, possiamo affermare con assoluta certezza che ad Aversa si è venuta a determinare una svolta decisiva nella storia d'Italia, infatti, come aveva avuto il primo manicomio civile della Penisola, così fu sede anche del primo manicomio giudiziario, diretto da Filippo Saporito, del quale prende il nome oggi. Saporito, laureatosi in medicina nel 1896, già era interno dell'ospedale psichiatrico della Maddalena, e aveva sempre professato il credo che "bisognava studiare i criminali perché il più delle volte sono malati, rieducarli perché spesso sono perversi, prevenirli perché quasi sempre sono emendabili". Inizialmente l'Opg fu istituito nell'antica casa penale per gli invalidi, con la denominazione di "Sezione per maniaci" che accolse un primo nucleo di 19 pazzi criminali. Il locale in origine era il convento di S. Francesco di Paola, così dapprima venne destinato in alloggio militare, poi fu adibito nel 1812 a "Casa correzionale della provincia", per poi essere trasformato in "Deposito di mendicità" e solo nel 1849, divenne carcere. Però prima della grande svolta, fu adibito come carcere succursale di S. Maria Capua Vetere, e quattro anni dopo nel 1859, divenne "Casa di forza" per le condannate della provincia di Napoli e di Terra di Lavoro, e succursale della provincia dei due Principati d'Abruzzo, e Molise. Infine nel 1876, lo troviamo come sezione per maniaci. Il manicomio, intanto c'era ma i locali erano inadatti, mancavano infermieri specializzati, il vitto era inadeguato, e queste condizioni, dunque più volte fecero pensare ad una chiusura. Senonchè, proprio quando la decisione stava per essere presa, l'anarchico Passante attentò alla vita del Re Umberto, e così fu trasferito nel manicomio giudiziario di Aversa, per schizofrenia. Questo evento fece riflettere sull'utilità dell'istituto, e così veniva nominato Filippo Saporito. Questi lo rinnovò nell'aspetto statico, nelle cure agli ammalati e nell'organizzazione. In Italia il Saporito ha fatto del manicomio di Aversa, col lavoro degli stessi pazzi delinquenti un "manicomio giudiziario modello" con il razionale trattamento dei reclusi, si è distinto come il più grande studioso di Antropologia criminale, un autentico scienziato, costruendo il suo lavoro sulla base delle teorie criminologiche di Virgilio e Lombroso.  



Un’area di ottomila metri quadrati dove ritrovare i mestieri di “fuori”
Campi coltivati e allevamento di animali per dimenticare la condizione di reclusi



AVERSA (T.G.) - Nella parte nord dell'area demaniale dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, si estende un'area verde di ottomila metri quadrati che fino al '95 era abbandonata a se stessa, con rifiuti che giacevano ovunque ed erbacce che coprivano i sentieri. Grazie però alla collaborazione della direzione sanitaria e al dottor Flores, si riorganizzò quello spazio in un ambiente multifunzionale che potesse consentire l'allevamento di animali, lavori di giardinaggio, la coltivazione, e le attività ecologiche. Grazie all'aiuto della guardia forestale quel sogno divenne realtà, furono donati circa duecento alberi, e la Caritas a sua volta, donò le prime coppie di animali. Oggi, nell'area verde dell'ospedale giudiziario di Aversa, sono presenti 250 animali, di 23 specie diverse, alcune delle quali vivono, per motivi biologici, in uno stagno artificiale ricostruito alla perfezione. L'obiettivo è stato quello di ricostruire uno spazio dove si rinnova la cultura popolare e contadina, fatta anche di baratto con 1'esterno che garantisce in cambio di animali il mangime che occorre.

L'ergoterapia, (terapia del lavoro) è lo scopo principale, che ha permesso la costituzione di veri e propri gruppi di ascolto dove ci si confronta con gli altri, in uno spazio ricostruito in modo tale da sembrare la piazzetta di una città. Per un attimo non sembra più di stare in un carcere, lontani da limiti e obblighi, si lavora rispettando i tempi di tutti, e gli internati sostengono di sentirsi estraniati dalla realtà perché si rinnovano quelle che erano un tempo le attività di molti di loro, esprimere emozioni, comunicare, manipolare la natura, confrontarsi, sono tutti momenti che producono giovamento e serenità, e nell'ambito dell'area verde, vengono istituiti ogni anno dei corsi regionali di formazione, di giardinaggio, che dunque confermano la speranza di un cambiamento e di una reintegrazione. Anche le associazioni di volontariato come il Wwf hanno preso costruttivamente parte all'iniziativa.



Laboratori teatrali e musicali e partite di calcio. Ma rimangono tuttora insormontabili le contraddizioni
Arte e sport contro l’umanità negata



AVERSA (Ter.Gra.) - In un convegno-dibattito svoltosi alla fine di novembre del '99 all'interno dell'ospedale giudiziario "Filippo Saporito" un ricoverato, Riccardo Fulli, ebbe la possibilità di parlare ed esprimere le sue considerazioni circa i cambiamenti che si stavano determinando nell'istituto. Ebbene poté constatare che dopo innumerevoli lotte civili e democratiche, negli istituti psichiatrici penitenziari, si è raggiunto un livello di solidarietà particolare con un'inversione di tendenza che vede degli sforzi per il superamento di contraddizioni innegabili.

Ormai da oltre un decennio gli ospedali tendono con enormi sforzi a recuperare prima 1'individuo e poi il malato, migliorando le sue condizioni di vita e la sua rieducazione civica e morale. Da moltissimi anni vi sono grandi possibilità di lavoro, cure psichiatriche e mediche di ogni livello, grandi ristrutturazioni, reparti più moderni e confortevoli e i rapporti con tutto il personale medico, paramedico e di sorveglianza sono molto più distesi. In quel convegno si discuteva sulla strada che si stava percorrendo e si rifletteva se era il caso di continuare ed insistere nonostante le difficoltà incontrate in quel cammino che da qualche anno, anche con l'arrivo e dunque l'aiuto del nuovo direttore Adolfo Ferraro, si volgeva e si volge ancora oggi verso il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari in un momento in cui sembra stia di nuovo calando un silenzio pesante intorno a queste strutture che manifestano ancora troppi problemi, e che vorrebbero definitivamente realizzare una propria identità precisa, visto che non possono essere considerati né come carceri, né come ospedali a tutti gli effetti, tutto questo, dovuto ad un incontro difficile che non trova soluzione, tra la psichiatria e la giustizia. L'argomento scelto fu quello dell'espressione, vista come comunicazione oggettiva di una esperienza individuale, ma anche come frase, o parola che possa tradurre il pensiero o il sentimento. La condizione di vita degli ammalati era pietosa e assurda, erano trattati con massicce dosi farmacologiche spesso in situazioni di contenzione forzata, in situazioni igieniche precarie, con un vitto di terzo ordine ma soprattutto in un totale isolamento anche interpersonale. Rimangono tutt'oggi contraddizioni scottanti e non ci si è discostati ancora dalla "logica" manicomiale. Così sono iniziati i primi tentativi di trattamento delle attività di gruppo. Nascevano dal voler sperimentare tecniche psicodrammatiche. Hanno preso il via le prime attività teatrali (coordinate da Anna Gioia Trasacco), musicali, di espressione del colore, le prime partite di calcio nella bella stagione, le manifestazioni culturali e le prime gite. Tutto questo con un unico obiettivo: "Quello di superare le ambiguità e le sovrapposizioni tra custodia e trattamento psichiatrico che hanno accompagnato il manicomio giudiziario fin dalla sua origine, volgendo al carattere umano dell'ammalato che venga visto prima di tutto come tale e dunque bisognoso di cure che gli permettano di esprimere se stesso, e consentirgli un reintegrazione sociale e prima di tutto umana".

 

L’ultimo numero del semestrale si interroga su “Simulazione e dissimulazione”
“Interazioni”, il dibattito è aperto



AVERSA (T.G) - Si nasce per morire, e questa è una considerazione fin troppo ovvia per gli umani, meno per una rivista scientifica che all'epoca dell'ideazione si proponeva di affrontare le tematiche della psichiatria giudiziaria. Tema che sembrò subito molto limitato, in quanto il superamento dell'Opg non avrebbe trovato soluzioni solo nel campo giudiziario o psichiatrico, ma doveva prevedere interazioni tra varie scienze e materie e conoscenze, per poter essere affrontato e risolto. Da questi obiettivi nasce "Interazioni" la rivista scientifica semestrale dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, sulla quale scrivono persone esperte che portano punti di vista e orientamenti diversi, ma accumunati dalle stesse intenzioni, contribuiscono ad allargare il campo visivo su di un punto che di volta in volta viene affrontato nel corso dei convegni che si tengono ogni anno nell'Opg. Il primo numero di Interazioni del '98 ha trattato il tema della "Pericolosità sociale e della società pericolosa", al quale hanno collaborato psichiatri, magistrati, criminologi, e poeti, mentre il secondo numero, del '99 si è indirizzato al tema dell'espressione negata, agli ospiti nell'ambigua figurazione di malati e delinquenti, e agli operatori costretti a ruoli spesso improvvisati, nella ricerca di una formazione. che li identifichi.

Il prossimo numero pronto ad uscire è invece il risultato del convegno tenutosi il novembre scorso, dove si è affrontato il tema della “Simulazione e dissimulazione” viste come due facce della stessa medaglia, che a volte servono per apparire come non si è, e altre servono ad non apparire come si è realmente.

Questi sono gli obiettivi di "Interazioni", interagire cioè con i diversi punti di vista così da allargare il campo del pensiero e degli orientamenti.

 

Storia di Nabuc
“Ancora abbiamo poesia e speranza”
Il giornalino degli internati e degli operatori, una breccia nel muro



AVERSA (T.G.) - "Non vi parleremo di cancelli, di follia, né di sofferenza, che pure ci sono. Non vi diremo da quanto tempo siamo qui, né che non sappiamo quando, e se, usciremo. Vogliamo dimenticare l'Haldol, il Serenase, le fascette alla Fiorentina. Vogliamo non pensare al perché siamo finiti qui, alle cure non fatte, quando ancora eravamo in tempo. Per una volta, vogliamo essere noi a dimenticare i nostri familiari, che non ci rivogliono. Parliamo d'altro, oggi. Parliamo di Nabucodonosor (per gli amici, Nabuc), il re di Babilonia che impazzì per troppa superbia, e pazzo rimase per sette anni... e poi guarì. L'abbiamo scelto come nostro Re, nostro rappresentante, perché porti a voi la nostra voce: ancora abbiamo poesia, fantasia e speranza da regalare a voi che ci leggete".

Tra le tante attività terapeutiche che stanno maturando nell'Opg di Aversa ne emerge una in particolare che consente un contatto degli internati, seppure immaginario, con l'esterno con 1'obiettivo di rompere quel muro, e valicare quei confini che separano il dentro dal fuori. Stiamo parlando della rivista bimestrale "La Storia di Nabuc" edita dagli ospiti dell'ospedale giudiziario, che insieme al caporedattore Massimiliano De Somma
, uno psicologo, volontario si sono improvvisati giornalisti, credendo fortemente in questo lavoro di redazione. E' la loro rivista, che si differenzia dagli altri giornali, e che per la sua semplicità non vuole concorrere, ma è proprio questa diversità che la rende unica. Riesce a sopravvivere grazie agli abbonamenti dei lettori, e non ha alcuno scopo di lucro, in quanto è la stessa redazione di Nabuc, composta da ricoverati ed operatori che la stampa in proprio con l'unico obiettivo di consentire agli internati di stabilire un rapporto con l'esterno raccontando a volte anche con ironia, e in modo sgrammaticato, ma mai censurato, quelli che sono i piccoli e grandi drammi che si vivono ogni giorno in un ospedale giudiziario, senza tralasciare però i momenti di rilassamento con poesie, oroscopi bizzarri, e tanti sogni e fantasie da regalare a chi la leggerà. L'obiettivo è dunque di sconfiggere i pregiudizi di una società benpensante, facendo anche sorridere e convincere che in fin dei conti tanta pericolosità che si vuole attribuire ai ricoverati è infondata. Un folle terapeuta per sani? Anche questo potrebbe essere il suo scopo.

Chi volesse saperne di più su Nabuc, può visitare il sito internet, www.opgaversa.it

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