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Belle, folli, assassine lasciano un museo

Studi & Ricerche > Studi sugli O.P.G. > L'O.P.G. di Aversa dal 1997 al 2009 > Rassegna Stampa > 1997

La Repubblica 18 Ottobre 1997


La Mostra nel manicomio di Aversa
Belle, folli, assassine
lasciano un museo



di Giuseppe Del Bello
 
CIANFRUSAGLIE, roba da matti, ma anche pezzi d’antiquariato. Capitati per caso o finiti in manicomio chissà perché. Fu il fascino della contessa Pia Bellentani a sedurre il direttore del manicomio di Aversa. La killer del suo amante, protagonista di un caso giudiziario che fece epoca negli anni ‘50, ottenne un permesso speciale per far entrare il suo pianoforte a coda nell’ospedale dei folli. Con quel pianoforte dello scandalo, ci sono i ricami della "prigionia" di Rina Fort, assassina della rivale e dei suoi bambini; ma anche "cimeli" della saponificatrice di Correggio, la diabolica Cianciulli.

Strano, singolare; fa riflettere il museo che domattina aprirà ad Aversa. E il primo del genere in Italia. Si chiama museo dell’ "Ospedale psichiatrico giudiziario" e al suo interno i visitatori percorreranno a ritroso un doloroso cammino, quello dei matti che si sono macchiati di un grave delitto. Una visita che si compie attraverso materiale d’archivio (cartella cliniche, test di esami scientifici o pseudo tali) e oggetti personali appartenenti ai pazienti-criminali. Fino a poco tempo fa l’argomento era tàbù, adesso ci si fa una mostra: quel tempio oscuro e sconosciuto, non fa più rabbrividire. Prima della cerimonia, cui

parteciperanno le istituzioni, sarà presentato un dossier sui manicomi giudiziari: Mi firmo io. E’ stato scritto dalla curatrice del museo criminologico di Roma, Assunta Borzacchiello, insieme ad Adolfo Ferraro, il direttore dell’ospedale che ha promosso l’iniziativa. Il Giudiziario psichiatrico di Aversa - città fiera di avere finalmente un suo museo - il più antico manicomio criminale: nasce nel 1872 e gli effetti personali dei suoi ospiti sembrano un miscuglio di eredità. Quella di "grande famiglia" che, dissolvendosi nei secoli, ha lasciato testimonianze, piccole e grandi. Ma Ferraro un timore ce l’ha. Che la struttura diventi solo luogo di curiosità morbosa: "Il senso del museo non deve essere come eravamo una volta rispetto a come stiamo bene adesso. Qua si è voluto rappresentare il rischio, quello di un ritorno ad essere come eravamo". Imbarbarimento di un metodo e richiamo a pratiche abbandonate? "Certo, proprio così. La curiosità storico-culturale è giusta - continua Ferraro - ma l’incontro serve a reinnestare un dibattito sul superamento del manicomio giudiziario e della sua necessaria trasformazione da carcere in vero ospedale. Qui noi abbiamo già fatto molto: via le sentinelle, reparti aperti e recupero degli ammalati con cooperative".

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