SIFPP Società Italiana Formazione Psichiatria Penitenziaria e Forense

Vai ai contenuti

Menu principale:

Benvenuti al museo della follia

Studi & Ricerche > Studi sugli O.P.G. > L'O.P.G. di Aversa dal 1997 al 2009 > Rassegna Stampa > 1997

Avvenire  28 Ottobre 1997


Dal pianoforte della Bellentani agli uncinetti della saponificatrice Cianciulli.
E un repertorio di orrori
Benvenuti al museo della follia
Aversa, visita-choc a cimeli e reperti dell’ex manicomio criminale



Valeria Chianese

AVERSA. (Caserta) Alte mura spoglie si innalzano su di una piazza silenziosa, ma ognuno fa finta che non esistano. Niente si vede da fuori di quell'edificio rimosso dalle mappe mentali: è un carcere e più di un carcere, è un manicomio e più di un manicomio. Ed entrambi, delitti e follie, sono racchiusi dietro muri invalicabili e sorvegliati. Era il manicomio criminale, fino a non molto tempo fa, ora è l'ospedale psichiatrico giudiziario "Filippo Saporito" e, sarà anche per la nuova denominazione e certo per le novità del direttore Adolfo Ferraro, le porte sospettose aprono spiragli ed entra il "fuori".

Il gruppo di psichiatri del Saporito, hanno creato un'occasione: un Museo storico dell'ospedale, aperto una settimana fa e visitabile su appuntamento. "È il primo museo storico che in assoluto viene inaugurato in un istituto psichiatrico giudiziario ancora funzionante, con la sua storia e la sua attualità - precisa Adolfo Ferraro -. Come ogni museo che si rispetti è indiscutibilmente un luogo dell'Orrore e dell'Errore: è cioè la rappresentazione del come si era, l'orrore, in relazione a come si è, l'errore, e viceversa".

L'itinerario che il visitatore del museo segue è lo stesso di un internato. L'ufficio del direttore e il gabinetto medico con il craniometro, il microscopio, le squadre per le misurazioni scheletriche e altri attrezzi e una serie di reperti anatomici tenuti in barattoli di vetro. Accanto al lettino sta silenzioso un rudimentale apparecchio per l'elettroshock. La macchina della verità, la prima costruita in Italia nel 1956, ha ancora inserito il rullo di carta. Più si procede nella grande sala del museo più ci si addentra in una quotidianità ignota e terribile e sembra di sentire alle spalle il tonfo di pesanti porte che si chiudono e il rumore metallico dei chiavistelli.

Il letto di contenzione porta cinghie e fasce. Legati fra le sbarre, dalle fiorentine, grosse strisce di tela, dalle camicie di forza, i rei folli consumavano anche le briciole di umanità. I ceppi, le catene, le manette sono lì, testimoni arrugginiti dei polsi, delle mani, delle caviglie, delle anime che hanno immobilizzato. Conoscenza, memoria e monito è il museo. Secondo il direttore Ferraro deve "dare i brividi". E ci riesce.

I piatti di alluminio, le posate ammaccate, le fotografie ingiallite, le lettere, i disegni e gli acquerelli che raffigurano figure umane a volte deformate, insetti, scarafaggi, e gli oggetti di uso personale raccontano storie e sofferenze. Il ricordo di nozze tra Armando Cruciani, paranoico e Giulia Macci, celebrate il 21 aprile del 1937 durante una licenza di Cruciani. I frammenti di presunti reperti archeologici di epoca romana, trovati nel cortile dell'Istituto e classificati da Andreina De Borelli.

Il pianoforte della contessa Pia Bellentani, i lavori a uncinetto di Leonarda Cianciulli, detta la saponificatrice, e di Rina Fort, detta la belva di San Gregorio. Il chiodo utilizzato dal minore Luigi Luciani per forzare una serratura e tentare di evadere il 5 ottobre del 1933. Il laccio con cui Giuseppe Caschera tentò il suicidio nella notte tra il 24 e il 25 giugno 1913. Una busta con alcuni sassolini adoperati dal ricoverato Maino, cui era stato impedito di usare il rosario per motivi di sicurezza. Il tutto dolorosamente autentico.

Il manicomio criminale di Aversa esiste dal 1876. Negli anni, dal ceppo si è passati alla fiala di Aldol. "Ma il passato non può essere dimenticato. Il senso del museo è quello di rammentare come possa essere facile tornare ad essere quello che credevi passato. Il rischio di imbarbarimento è ancora possibile, per pigrizia", dice Adolfo Ferraro.

Il Saporito, oggi 130 internati (nel 1970 erano più di 1200). Sono uomini vivi, malati, dimenticati, uomini che soffrono e invocano attenzioni, cui va offerta la possibilità di continuare a vivere.

Cerca nel sito
Torna ai contenuti | Torna al menu