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Chi ha detto che erano matti?

Studi & Ricerche > Studi sugli O.P.G. > L'O.P.G. di Aversa dal 1997 al 2009 > Rassegna Stampa > 2005

PANORAMA.it
29/8/2005



PENE E DELITTI - I SEGRETI DEL PRIMO MANICOMIO CRIMINALE D'ITALIA
Chi ha detto che erano matti?
Dalla saponificatrice di Correggio alla contessa Bellentani, omicida a Villa d'Este: ad Aversa sono transitati molti ospiti tristemente «famosi». Ora non tutti sarebbero giudicati folli. Lo dice, raccontando in un libro le loro storie, l'attuale direttore

  

di Valeria Gandus  

Molti dei delitti sembrano tratti dai più recenti e discussi casi di cronaca: la madre che uccide il figlio di pochi mesi, l'infanticida che per vergogna prima nasconde la gravidanza e poi elimina il neonato, il pedofilo accanito, il marito omicida, la fidanzata assassina.

E invece, quelli raccolti da Adolfo Ferraro nel volume Delitti e sentenze esemplari (Centro Scientifico Editore, 96 pagine, 10 euro) avvennero nei lontani anni Trenta. E, come si apprende dalle sentenze originali riprodotte e commentate nel libro, tutti gli autori degli episodi di violenza furono giudicati infermi o seminfermi di mente. Invece che in carcere finirono dunque in un manicomio giudiziario: quello di Aversa, il primo costruito in Italia.

Lo stesso del quale Ferraro è oggi direttore e dove, fra carte ammuffite e antichi ferri del mestiere (o di tortura?), ha trovato il materiale cui ha attinto per il suo libro. Un decennio cruciale, quello dei Trenta in Italia. Anche per la giustizia e la medicina: il codice Rocco (1930) sancì l'adozione di più severe misure di sicurezza e un inasprimento delle pene, ma per la prima volta contemplò la follia come possibile causa di gravi delitti e la non punibilità per il reo giudicato folle.

A stabilire se un assassino o un ladro di galline fosse pazzo fu incaricato un ristretto numero di medici pionieri di una nuova branca della medicina: la psichiatria forense. Da allora questa disciplina (a differenza della tipologia dei delitti) è molto cambiata e oggi quasi nessuno dei dieci casi analizzati da Ferraro avrebbe quell'epilogo. Alcuni degli imputati sarebbero giudicati delinquenti comuni e condannati a scontare la pena in carcere e non in manicomio, altri non colpevoli, altri ancora nemmeno imputabili.

Panorama ha incontrato Adolfo Ferraro nel suo studio dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa (così si chiamano oggi i vecchi manicomi criminali).

Lei sostiene che oggi quegli imputati non verrebbero considerati matti.
Non esattamente. Qualcuno di loro aveva dei problemi mentali, ma al momento dell'atto era cosciente di ciò che faceva. Lo era il pedofilo che seduceva le bambine e aveva addirittura eletto una di loro a procacciatrice di nuove vittime. Lo era il marito che pestava la moglie dalla mattina alla sera e che un giorno la buttò nel pozzo, e pure la venticinquenne impiegata di buona famiglia che per eliminare il frutto di una relazione proibita prima strangolò il neonato e poi lo gettò sul tetto. La donna che scaraventò fuori dalla finestra il suo bimbo di pochi mesi (il quinto in otto anni) era invece vittima di una palese e grave depressione post partum.

E quei personaggi minori (l'ubriacona, il ladro di elemosine, la prostituta) così simili a tanti che vediamo anche oggi per le strade?
Erano forse lievemente disturbati, ma non vennero messi in manicomio per quello bensì per il loro essere fuori dalla norma. Il fascismo, come tutti i regimi totalitari, sanzionava ciò che usciva dalle regole e rimuoveva quello che non capiva, come la devianza. Lo stimato e ricco ingegnere che stuprava le ragazzine non poteva essere un lucido profittatore, ma un povero malato. Il marito che martirizzava quotidianamente la moglie fino a buttarla nel pozzo non rappresentava la radicalizzazione di un modello di comportamento maschile culturalmente e socialmente condiviso, ma era solo un povero mentecatto. E così via. Del resto quanti, anche oggi, non pensano le stesse cose, per esempio, di Erica e Omar?

E invece?
E invece accurate perizie, anche di parte, li hanno giudicati capacissimi di intendere e volere.

E Angelo Izzo, il boia del Circeo che dopo 30 anni è tornato a stuprare e uccidere?
La cattiveria esiste, l'impulsività esiste, la rabbia non è patologia.

Che cos'è cambiato ad Aversa dall'epoca di quei vecchi delitti?
Tutto. Fra i circa 1.200 ricoverati c'è un certo turnover: da qualche anno sono più gli ospiti che se ne vanno di quelli che entrano. Non dico che siano guariti, ma sono in condizione di non nuocere e vivere una vita quasi normale se accuditi e protetti da una comunità. Potrebbero essere molti di più, ma mancano le strutture. È uno strazio tenerli qui: da questa finestra può vedere alcuni ricoverati, anche autori di efferati episodi di violenza, girare liberi fra i viali dell'ospedale. Due reparti non sono nemmeno controllati da guardie carcerarie e molti dei nostri ospiti lavorano: chi in quel campo dove coltivano verdure, chi imbiancando le pareti dei reparti, chi collaborando alla rivista interna che hanno chiamato Nabuc, come il re d'Egitto che fu pazzo per sette anni e poi decise di guarire.

Di qui sono passati grandi criminali del passato come Leonarda Cianciulli, la saponificatrice, Rina Fort, «la belva» che assassinò la moglie del suo amante e i suoi tre figli, Pia Bellentani, la contessa che freddò l'amante a colpi di pistola durante un lussuoso ricevimento a Villa d'Este. Chi sono oggi i suoi ospiti?
Intanto nessuna donna: oggi vengono tutte ricoverate all'Opg di Castiglion della Pescaia. Quanto ai nostri ricoverati, se le mostro le statistiche rimarrà delusa: c'è chi ha ucciso il padre o la madre o la moglie, ma in maggioranza sono persone che, a causa della malattia, non riuscivano a controllare l'aggressività e picchiavano familiari e vicini. C'è un ragazzo grande e grosso che diventava una furia se gli toglievano le sue Barbie. Ora è abbastanza tranquillo: gliele lasciamo tenere nella stanza. Dimenticavo: di «famoso» c'è lo psichiatra che uccise un suo collega sentendosi perseguitato. Voleva curarsi da solo, ma sbagliava i farmaci. È stato difficile, ma ora si fida di noi.

L'ospedale porta il nome di Filippo Saporito, lo psichiatra che stilò le perizie di molti celebri assassini.
E di una di loro, la contessa Bellentani, si dice che s'invaghì: le permise perfino di portare qui il suo pianoforte che pare suonasse nelle notti di luna piena. Ora è nel museo dell'ospedale, fra i letti di contenzione, le camicie di forza e le prime macchine per l'elettroshock.

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