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Museo
CRITERI ESPOSITIVI DEL MUSEO
Nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa erano conservati oggetti che un tempo costituivano un piccolo museo allestito per volere di Filippo Saporito, all’interno di un padiglione dell’istituto ora non più in funzione. Di questo museo non vi sono testimonianze scritte, né fotografiche, l’unica prova consiste in una targa di alluminio, recante la scritta museo criminale, che abbiamo rinvenuto durante un giro di perlustrazione nel vecchio padiglione detto la staccata, un edificio che aveva precedentemente ospitato la cavalleria dell’esercito e poi la casa di cura e custodia. E’ facile supporre che le finalità di questo museo fossero essenzialmente di tipo celebrativo dei progressi compiuti dalla scienza psichiatrica e del trattamento attuato nel manicomio giudiziario.
I reperti erano stati già da tempo spostati in un’altra ala dell’istituto e immagazzinati in attesa di un loro utilizzo. Nel 1995 si è proceduti ad una prima fase di classificazione di essi e alla scelta del locale dove allestire il museo.
Il materiale esistente è molto eterogeneo e le condizioni in cui è stato custodito non hanno certo contribuito ad assicurarne una adeguata conservazione. La classificazione dei reperti è stata operata secondo la natura, l’utilizzo, le finalità dell’oggetto: reperti anatomici - strumenti clinici - strumenti coercitivi - armi improprie e strumenti atti ad offendere - evasioni - tentati suicidi - oggetti di uso personale e vestiario - corrispondenza clandestina e nascondigli di oggetti - invenzioni e manufatti artistici e artigianali eseguiti da internati - strumenti di lavoro.
La scelta degli spazi allestitivi è caduta su un salone posto sul piano della direzione, ambiente anch’esso adibito, in passato, a sezione del manicomio giudiziario. Ristrutturato di recente, e non avendone ancora deciso la destinazione, questo spazio è apparso la soluzione ottimale per l’allestimento del museo. Si tratta di un salone che si sviluppa per 20 metri in lunghezza e 8 in larghezza. Il soffitto è a volta, sul lato che affaccia su un cortile interno si aprono 4 porte finestre; sull’altro lato, parallelamente al salone corre un ampio corridoio che si estende per tutta la lunghezza di esso ed è largo metri 3,50, spazio anch’esso utilizzato per l’esposizione di oggetti di grandi dimensioni, ovvero attrezzature da lavoro un tempo utilizzate nei laboratori di sartoria e tessitura funzionanti all’interno dell’istituto, banchi scolastici, dipinti eseguiti da internati, ecc.
Ancor prima che iniziassero i lavori di allestimento era sorta un’altra esigenza: la collocazione di dieci dipinti ad olio su tela di grandi dimensioni (in media 250 cm. x 180 cm.), di Scuola napoletana del XVIII secolo, in parte di autore ignoto, mentre alcune recano la firma di GB. Lama. Le tele furono asportate circa un decennio fa dalla chiesa "Santa Maria degli Angeli", annessa al manicomio giudiziario, a causa della fatiscenza della struttura che aveva danneggiato anche le stesse tele sottoposte quindi a un intervento di restauro conservativo presso il Museo Criminologico di Roma, sotto la supervisione dell’ICR. Nell’impossibilità di riportare i dipinti nella chiesa, essi sono stati collocati nello spazio che avrebbe poi accolto il museo, quasi a cornice di questo, nell’ambito del quale concorrono a ricostruire la memoria di questo luogo. Nel contempo, questa soluzione ha consentito di restituire le tele all’istituto e alla stessa città di Aversa.
Considerata l’estrema eterogeneità degli oggetti conservati e il loro mediocre stato di conservazione, la mancanza di spazi separati per la creazione di "ambienti", ove poter esporre i reperti secondo la classificazione ora ricordata, ricostruendo nel contempo un percorso storiografico che evidenziasse le tappe principali dell’evoluzione (o dell’immobilità) del manicomio giudiziario, è apparso evidente che non sarebbe stato possibile realizzare una storia esauriente del manicomio giudiziario a partire dagli oggetti. Restava perciò una soluzione forse meno organica, ma sicuramente ricca di stimoli culturali per il visitatore comune che si recherà a visitare questo luogo della memoria. Sono stati quindi allestiti dei piccoli spazi contigui, talvolta riproducendo "ambienti" vissuti, anche ispirandosi a vecchie foto di archivio. Ecco quindi l’angolo che riproduce l’ufficio del direttore, il gabinetto medico compreso il lettino accanto al quale è stata posta la macchina per l’elettroshock, come testimoniano alcune fotografie scattate negli anni Quaranta e Cinquanta, molte delle quali esposte lungo il percorso, la finestra "Saporito", una sorta di invenzione voluta da Filippo Saporito, nel tentativo di eliminare le sbarre pur garantendo la sicurezza. In un angolo sono stati raggruppati i manufatti artistici eseguiti da internati: sculture in gesso, lampadari in ferro battuto, quadri, soprattutto acquerelli, disegni che raffigurano figure umane a volte deformate, insetti, scarafaggi, ecc.
Aversa è stato anche il primo manicomio giudiziario per donne. Di qui sono passate le protagoniste di fosche vicende che accesero l’interesse degli Italiani soprattutto nel secondo dopoguerra, per la notorietà delle protagoniste, come la contessa Pia Bellentani, o per l’efferatezza con cui agirono, come Leonarda Cianciulli, detta la saponificatrice o Rina Fort, detta la belva di San Gregorio, le cui cronache venivano pubblicate per settimane, a volte mesi, su quotidiani e rotocalchi dell’epoca, quasi come romanzi d’appendice.
Donne con storie e sofferenze diverse, i loro volti impietosamente fotografati sulle copertine dei giornali, ora per mettere in evidenza il dolore e il rimorso che si sprigionava dai loro occhi, ora per mostrare la "crudeltà degli sguardi", l’"assenza di morale", la "scintilla della follia".
Il pianoforte esposto in un angolo del museo, accanto a un anonimo tamburo e a un "triccaballacche" (tra gli oggetti non vi è alcun legame, sono solamente segni della eterogeneità delle vite e delle vicende degli inquilini di questo luogo), apparteneva alla contessa Bellentani, autorizzata dal dott. Saporito a portare con se lo strumento, forse nel tentativo di proteggere una donna che si presentava con caratteristiche sociali e culturali così diverse da quelle che, nel pregiudizio culturale e sociale del tempo, erano proprie degli inquilini e delle inquiline di un manicomio giudiziario. E poi lavori ad uncinetto, lampade, pupazzetti, centrini e colletti, oggetti che il tempo ha ricoperto di polvere, ammuffito, in gran parte distrutto. Macchine da cucire, telai, oggetti che riproducono un universo femminile tradizionale all’interno di una realtà che si sforzava di creare una parvenza di normalità. Anche in questo caso le fotografie ci vengono in aiuto, donne messe in posa davanti alle macchine intente a tessere e a cucire, delle Penelopi con gli occhi angosciati, spalancati o abbassati davanti all’obbiettivo del fotografo che tenta di rappresentare, in ossequio al volere di chi aveva commissionato quelle foto, dei quadretti di vita quasi familiare.
Frammenti di vita vissuta che vengono alla luce dopo anni e anni di oblio.
Foto di internati con braccia, schiene e toraci coperti da tatuaggi, corpi atteggiati in pose plastiche. grottesche, immagini di omosessuali e travestiti, varia umanità che nel corso degli anni ha abitato questi luoghi, cave da laboratorio, corpi da contenere, "anime morte" che si aggiravano in questi spazi derubati dei propri pensieri, della dignità di esseri umani.
Frammenti di vita ricostruiti attraverso il recupero di oggetti senza alcun valore artistico o commerciale, ma che in questo luogo assumono un particolare significato: il contesto quindi, attribuisce un senso ad oggetti che altrove ne sarebbero privati.
Insistiamo col dire che chi si aspettasse da questo museo un percorso definito nel suo itinerario cronologico o impianto scientifico rimarrebbe deluso.
Qui prevale l’eterogeneità, oggetti accostati tra loro secondo una classificazione non troppo rigorosa e soprattutto senza "effetti speciali e realtà virtuali", ma il risultato finale che emerge dall’esporre oggetti così differenti riesce comunque nell’intento di rappresentare una realtà viva, che non cerca belletti e accorgimenti estetici per rendere meno brutto un passato che non è poi tanto distante dall’oggi.
Frammenti rimessi assieme, spesso senza neppure una breve didascalia, perché sarebbe stata un indebito intervento del curatore del museo volere attribuire un’identità a un oggetto di cui non sono state conservate notizie. In questi casi, quindi, il reperto viene esposto senza supporto esplicativo, muto testimone e forse per questo ancora più inquietante.
A fare da filo conduttore al percorso sono stati posti dei pannelli didascalici che raccontano una breve storia dei manicomi giudiziari nel nostro paese e il contesto scientifico e culturale che ne determinò la nascita. Altri pannelli illustrano il racconto del perché, proprio in epoca positivista, nel massimo "splendore" dell’antropologia criminale, sorgono in Italia, ma anche in tanti altri paesi europei, musei criminali, di polizia scientifica, di antropologia. Motivazioni completamente differenti rispetto a quelle che oggi hanno spinto ad allestire ad Aversa questo piccolo museo.
L’elemento di contrasto che emerge è che se in passato il museo criminale o di antropologia criminale o di polizia scientifica sorgeva per celebrare i progressi fatti in quei campi e per lodare il lavoro delle amministrazioni interessate, oggi il museo di Aversa sta a testimoniare, senza timori e senza nascondimenti, il proprio passato con l’approccio critico necessario per rileggere la propria storia e progettare il futuro.
Un ulteriore passo verso il recupero della memoria storica di questo istituto sarà compiuto con il completamento della catalogazione dell’archivio delle cartelle biografiche dei ricoverati, un’enorme e preziosa massa di documenti che va dal 1900 agli anni sessanta, salvati dalla dispersione in cui giacevano da decenni, depositati nell’ex famigerato reparto VIII, famoso in passato per aver ospitato ricoverati "eccellenti" che, come riportavano le cronache, trascorrevano il loro internamento dotati di ogni comfort.
Un edificio ridotto quasi a rudere, dove erano accatastate montagne di cartelle biografiche, un’immagine forse simbolica del tentativo di rimozione che ha caratterizzato la storia del carcere e dei manicomi, questi ultimi civili o giudiziari che fossero.
Documenti che sono preziose testimonianze della storia non solo di questo istituto, ma dello strano connubio tra carcere e manicomio in Italia nella prima metà di questo secolo.
Borzacchiello A., Pazzi e delinquenti manicomio e carcere, 1997