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Museo > Cronache d'internati famosi > Pia Bellentani
La Settimana INCOM Illustrata 7 Agosto 1954
È TORNATA LA MAMMA
L’incontro con Flavia e Stefania nella quiete dell’antica casa paterna di Sulmona ha segnato per la "contessa di Aversa" l’inizio di una nuova vita
SULMONA, agosto
La contessa Pia Caroselli Bellentani incomincia la sua "licenza-premio" piangendo. Erano le 18,46 quando il cancello del Manicomio Giudiziario di Aversa si spalancò per restituirla alla libertà provvisoria. Prima di affrontare í giornalisti ebbe un attimo di sgomento. "Vorrei già essere a casa. Quei fotografi là fuori rappresentano il passato. Ho paura del passato" confidò a suor Edmonda, che l'aveva assistita nei sei anni di ricovero. Allora la madre, la signora Marta Caroselli, si offrì di precederla. In mattinata la "contessa di Aversa" aveva deposto la sua divisa di reclusa, il grembiulino blu con il colletto bianco, che indossava dalla sera del 20 novembre 1948, quando giunse all'Istituto a bordo di una 1100 nera in compagnia di due carabinieri in borghese. Appena due mesi erano trascorsi dall'omicidio di Villa d'Este. La Bellentani appariva sfinita, disfatta, inebetita. La ricevette il professor Saporito con molto tatto. Pia Bellentani mormorò: "E' finita per me, dottore. Che vergogna! Un giorno anche Flavia e Stefania mi giudicheranno e forse mi condanneranno".
Il vero dramma della Bellentani, in realtà, ebbe inizio nel cupo silenzio della sua cella ad Aversa, dove la "provinciale di Sulmona" due volte tentò di togliersi la vita in preda allo sconforto. Un dramma terribile, che si è andato sviluppando mano a mano che in lei riviveva la coscienza del crimine, la consapevolezza del male compiuto; e che diventerà probabilmente ancor più doloroso allorché essa si ritroverà a vivere normalmente, accanto a persone non immemori del suo tragico gesto in quella dolcissima notte di settembre sul lago di Como.
Le prime lacrime
Tutto il giorno, in manicomio, stava sdraiata sul letto intenta a scrutare il soffitto con occhi allucinati, cupi, misteriosi, quasi arrovellandosi per scoprire il segreto della sua ossessione. Si riprese solo più tardi, rivelando un vago interesse per le persone e le cose che la circondavano, chiedendo di suonare il piano nella sala della musica e, scrivendo alle figlie ignare. La prima persona di famiglia che si recò a trovarla fu la madre. La signora Maria Caroselli ha superato i settant'anni, è una donna energica, veste abiti di taglio semplicissimo, ha la voce un po' affaticata. E' una patetica figura, a cui non si è prestata molta attenzione nel clamore degli avvenimenti che hanno sconvolto la sua famiglia.
Madre e figlia si abbracciarono in parlatorio in una scena straziante, fra quattro pareti nude, da penitenziario. Pia scoppiò in lacrime; e fu la prima volta dopo il fatale colpo di rivoltella contro l'amante Carlo Sacchi. La signora Maria le prese il volto fra le mani tremanti, baciandola sul lunghi capelli neri, come quando era bambina. Una bambina dall'umore capriccioso, che soffriva di crisi di melanconia e di improvvise esplosioni di allegria, che si rifugiava sulle colline intorno al paese, nei boschi densi ed umidi a fantasticare in solitudine, che divorava romanzi d'appendice e si rifiutava di familiarizzare con le coetanee. Quando si fece signorina, un dottore dell'Ospedale Civile di Sulmona prese a farle una corte discreta ed assidua. Le scriveva anche infiammate lettere d'amore. Ma Pia non riuscì ad innamorarsene, perché il padre sognava per lei un matrimonio sontuoso, da sbalordire i compaesani abbastanza maligni nei suoi riguardi a causa della rapida fortuna che, da modesto negoziante di ferramenta, dopo anni di risparmi e sacrifici, era riuscito ad accumulare. Ancor oggi, difatti, si dice a Sulmona: "Era buona, Pia, di animo semplice. Se fosse andata sposa al giovane medico o all'ingegnere che la chiese, più tardi avrebbe vissuto qui, nel suo ambiente, fra le sue colline, in mezzo a persone amiche. Della signora un po' selvaggia e taciturna si volle fare una contessa; e lei non ha resistito alle lusinghe dell'avventura. Ed è precipitata nel baratro distruggendo due famiglie". C'è molta pietà nelle conversazioni della gente di Sulmona, ora che la contessa è tornata in famiglia.
Pia Bellentani salì sulla macchina del fratello Giulio, il quale esercita la professione dell'avvocato a Roma, dopo l'assalto dei fotografi. Furono pochi minuti sconcertanti. Nell'ampio spiazzo antistante l'edificio del manicomio c'era un gran silenzio pieno di afa, in cui si distingueva soltanto il ronzio delle macchine da presa. La tragica eroina di Villa d'Este, il cui pallore era messo ancor più in risalto dal colore scuro dei vestito di seta con le guarnizioni bianche sopportò con molto coraggio il primo brutale contatto con la realtà esterna.
L'arrivo si Sulmona
Tradiva la violenta emozione un tremito appena percettibile al labbro superiore. La madre le faceva strada mormorando: "Gesù, Gesù...". Disse un fotoreporter: "Accidenti com'è diventata brutta"; e fu l'unico che non scattò una fotografia. In un angolo della piazzetta un radiocronista incideva la cronaca dell'avvenimento: "In questo momento Pia Bellentani, l'omicida di Villa d'Este, è uscita dal manicomio di Aversa. La folla tenta di rompere i cordoni della polizia per osservarla da vicino... ".
Come ebbe preso posto sulla 1400 grigio perla, la Bellentani si accasciò in un pianto dirotto. La madre si voltò a porgerle un fazzoletto bianco, mentre l'avvocato Giulio innestava la marcia. La folla, che a dispetto del radiocronista si era mantenuta disciplinata, cento metri più in là, si aprì formando uno stretto corridoio. "Finalmente, Pia!" esclamò la signora Maria. "E adesso ci attende Sulmona" soggiunse con falsa allegria il fratello. La casa della famiglia Caroselli a Sulmona è posta fuori Porta Napoli, proprio all'innesto della strada di circonvallazione. Si tratta di un edificio a due piani con la facciata color arancione e le persiane scure. Al primo piano abita la famiglia dell'ingegnere Fernando Caroselli, fratello di Pia; l'altro appartamento è vuoto. Al secondo piano è sistemato l'alloggio della signora Maria Caroselli; di fronte quello di certi signori Petti. La contessa fece il suo ingresso nella casa della sua fanciullezza poco prima delle ventidue, dopo una galoppata di circa centosettanta chilometri. I mobili, le tende, i tappeti della sua camera da letto erano i medesimi che aveva lasciato sedici anni fa, partendo alla volta di Milano dove la mattina del 15 luglio 1938 si celebrarono le sue nozze con il conte Lamberto Bellentani, d'origine emiliana.
Un omaggio a Pia
"Figlie, figlie... Flavia, Stefania!" mormorò senza voce, mentre 1e lacrime le rotolarono a bagnare il viso. Le ragazze fecero gli ultimi gradini di corsa. Si gettarono contro il petto della madre, stringendola in un unico abbraccio, tempestandola di baci. La nonna singhiozzava in disparte; l'avvocato Giulio per reprimere la commozione fingeva di occuparsi del bagaglio. Anche Flavia e Stefania cominciarono a piangere. La felicità improvvisa di quell'incontro, i baci disperati della madre, i singhiozzi soffocati della nonna che si comprimeva il cuore mormorando ancora "Gesù, Gesù", avevano cancellato in un mattino ogni altra cosa: l'allegria delle vacanza, il ricordo del viaggio, le discussioni sul libro di Stevenson. Le lacrime di Pia si confusero finalmente a quelle delle figlie in un abbraccio frenetico, quasi angoscioso. In quell'abbraccio la contessa sembrava rinascere. Gli occhi, sempre così cupi ed opachi, rilucevano di una contentezza infinita, le mani scarne accarezzavano senza posa i capelli delle sue bambine. "Il mio avvenire ha due volti e due nomi: Flavia e Stefania" aveva sussurrato la sera prima sulla terrazza di casa alle amiche d’infanzia venute a salutarla. Ora le domande, i complimenti, le invocazioni, le esclamazioni si accavallavano in un’ansia di dirsi tutto subito, di riguadagnare gli anni perduti, di ritrovarsi. In quel momento incominciò la vera "licenza" della contessa Bellentani; l'abbraccio delle figlie sulle scale della vecchia casa di Sulmona, fu veramente la "liberazione" dopo sei anni di solitudine e segregazione.
Il pomeriggio tutte e tre si recarono a Villa Orsini, appena fuori del paese. Le ragazze vollero giocare con i tamburelli. Pia, seduta poco lontana, seguiva il gioco intervenendo a tratti per una raccomandazione, per un consiglio. S'alzò due o tre volte a rincorrere la palla rotolata via. Poi si presero sotto braccio inoltrandosi per un viale. Sembravano tre amiche. Il viso di Pia Bellentani, quel viso con tratti tirati, gli occhi spenti e come appannati, le rughe profonde e la pelle opaca, tornava a risplendere, riprendeva a poco a poco i colori, l'espressione, la vita. In quella passeggiata lungo il viale, a braccetto con le figlie, Pia sembrava rifiorire, riprendere il filo di qualcosa che si era spezzato dentro di lei, e che solo l’affetto di Flavia e Stefania poteva ricomporre. Per la prima volta, da quella lontana sera di settembre, Pia Bellentani atteggiava le labbra al sorriso.
Nessuno ebbe il cuore di distoglierle da quel loro colloquio, fatto di sorrisi e di carezze. Finché non sopraggiunse la sera; e la vecchia casa le accolse eccitate e felici. "Stasera dobbiamo scrivere a Papà" propose Stefania "dobbiamo dirgli che sei qui con noi". Neppure la signora Marta trovò il coraggio di avvertirle che li conte era al corrente di tutto e che anzi l’idea della sorpresa era partita da lui. Sicché la sera stessa una lettera da Sulmona fu spedita a Montecarlo: una lettera che conteneva la felicità di due ragazze. La risposta arrivò a stretto giro di posta. Poche parole di circostanza accompagnate da un flacone di profumo. Il primo omaggio ricevuto dalla contessa.
ALFONSO MADEO
DINO TIBONI
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