L’espressione negata:
gli ospedali psichiatrici giudiziari
Vittorino
Andreoli
Psichiatra
1. Un incontro difficile: psichiatria e giustizia; 2. La capacità di intendere e di volere; 3. La pericolosità sociale; 4. La psichiatria della vergogna.
1. Un incontro difficile: psichiatria e giustizia
Buongiorno,
grazie dell’invito. Quello che vi dirò, nasce dal fatto che mi sono occupato
e mi occupo di casi giudiziari, lo faccio da psichiatra. Vorrei la mia prima
considerazione farla proprio dicendo che la materia di cui noi ci occupiamo e
anche il luogo in cui siamo, nasce da una difficile combinazione tra due
competenze, una psichiatrica, una competenza che ha come scopo la cura di chi
soffre di disturbi mentali e quindi una disciplina clinica, e una disciplina
giuridica, che ha come compito quello di salvaguardare una società da una serie
di reati. Una combinazione che sorge dall’analisi di coloro che compiono reati
e dal sospetto che siano malati da cui la necessita di sentire un parere del
medico e anche del medico psichiatra.
Si
tratta di un insieme difficilissimo. Lo è dal principio informativo delle due
discipline. Lo psichiatra non giudica mai, e uno psichiatra che giudica é un
pessimo psichiatra, ma egli cerca dì capire, di comprendere, di analizzare, e
naturalmente in tutto questo entra la diagnosi, perché la diagnosi è
l’espressione di un processo di comprensione. Il magistrato ha un compito
preciso, e gli viene chiesto di dare un giudizio su un comportamento. Quindi si
tratta proprio di due atteggiamenti di porsi con lo stesso soggetto in modo
molto diverso.
Ora io mi occupo di casi giudiziari, facendo lo psichiatra, e io non ho assunto un nuovo mestiere, ma ho semplicemente fatto lo psichiatra, con un unico limite gravoso, di non poter completare l’iter della mia attività, la terapia, perché qui non è prevista. Un limite drammatico, che si avverte per esempio quando stabilendo un certo tipo di rapporto con la persona soggetta a procedimento giudiziario, si vede che la domanda di quel soggetto, di quella persona, sta diventando terapeutica, di aiuto, e il perito sa che quel aiuto non lo può dare. C’è la necessità deontologica di interrompere la relazione laddove nella progressione clinica questo diventa invece un momento operativo, quello finale. Questo punto è oggi poco discusso, perché le perizie vengono fatte nella maggior parte dei casi malissimo, condotte da una psichiatria vergognosa. ...