L’omicidio dei Gay romani:

l’odio perverso

 

Francesco Bruno

  

Titolare dell’insegnamento di Psicopatologia Forense, Università “La Sapienza” di Roma

 

Questo studio non ha nulla a che vedere con l’omosessualità né con lo stile di vita gay, tutti sappiamo che da ormai più di vent’anni l’omosessualità egosintonica non è più considerata né una perversione, né una parafilia, né tanto meno un disturbo mentale, ma semplicemente una diversa disposizione sessuale. Questo lavoro al contrario vuole individuare e descrivere quella che è una vera perversione, nel senso più esteso e proprio del termine ovvero la perversione dell’odio che può portare alla violenza fino all’omicidio proprio dei soggetti più deboli. L’odio, come l’amore può sbagliare il proprio oggetto e può diventare una spinta patologica e distruttiva fuori dal centro della natura umana e soprattutto fuori da una società matura e tollerante.

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Quando l’odio non si dirige verso il giusto oggetto, ma all’opposto tende a colpire oggetti deboli, emarginati, vissuti come alieni dal nostro comune sentire, evidentemente è perverso perché sembra sbagliare l’oggetto da distruggere. Chi uccide un diverso evidentemente se ne sente minacciato e se la minaccia non è esterna, non è portata da quel oggetto allora vuol dire che questa minaccia è interna, è la minaccia della propria diversità che, attraverso il meccanismo dell’identificazione proiettiva viene riversata all’esterno su soggetti da cui spesso si dipende che diventano oggetti del nostro odio. Nascono in questo modo i crimini dell’odio e dell’avversione come lo sono la maggior parte dei delitti commessi su gay.