TERRORISTI E KAMIKAZE:

PSICODINAMICA DI UNA PERVERSIONE

 

Simonetta Costanzo

 

Psicoanalista e Criminologo, universita' "la sapienza" di roma

 

 

KAMIKAZE O NO?

 

Kamikaze significa vento divino, così fu chiamato il vento di tempesta che affondò nel XVI secolo la flotta di Kublai Kan il tartaro che, dalla Cina, partì per invadere il sacro arcipelago giapponese, mai profanato sino ad allora.

Di fronte alla necessità di colpire duramente la pur sempre forte potenza navale nemica, vennero selezionati volontari, nelle migliori università giapponesi per essere arruolati come piloti suicidi, che si sarebbero sacrificati gettandosi con i loro aerei sugli obiettivi avversari.

Questi piloti erano dei samurai, educati ad un rigido codice d'onore, il bushido, cui lo scintoismo, religione patriottica, assicurava il paradiso degli eroi.

Questi guerrieri non si votavano, però, in guerra, alla morte per finalità religiose, bensì quale atto estremo necessario per compiere fino in fondo ed al meglio il loro dovere di samurai nell'interesse del loro signore e del loro onore di samurai: tant'è che alla pratica del suicidio rituale mediante hara kiri o Seppuku comunemente si faceva ricorso per ristorare l'onore comunque compromesso e nei casi in cui le mancanze al bushido lo richiedevano.

Successivamente ai piloti suicidi di aeroplano si affiancarono anche kamikaze marini, i kaiten, dei siluri umani che violarono anche la base australiana di Sidney.

Va notato che il suicidio militare, in quanto tale, è un fenomeno tanto antico quanto diffuso nelle più varie popolazioni, che forse tradisce il ricordo di sacrifici umani propiziatori praticati in tempi più remoti in occasione di partite di caccia o di battaglie importanti.