LE PRIGIONI DELLE PERVERSIONI

 

Mario Iannucci

 

Psichiatra Psicoanalista, Consulente del Ministero della Giustizia

 

Vorrei, prima di tutto, rivolgere un ringraziamento sentito ad Adolfo Ferraro e agli organizzatori del Convegno. Si tratta infatti di un Convegno che ho trovato subito interessante, oltre che per l’argomento che costituisce da molto tempo una parte di rilievo della riflessione teorica che nasce dalla mia esperienza clinica, per il taglio che al Convegno si è voluto dare, sottolineando, a cominciare dal plurale del titolo - Le perversioni - le molteplici prospettive sulle manifestazioni assolutamente non omogenee delle quali stiamo discutendo. Non ho fatto fatica a mantenermi in linea con il taglio di Adolfo Ferraro.

Il mio titolo infatti - Le prigioni delle perversioni - rivela il carattere composito e sfaccettato dei due significanti: numerosi sono i volti tanto delle prigioni che delle perversioni.

Non tratterò qui della prigione metaforica che il perverso appronta per la sua vittima e nella quale confina sé stesso, della tela di ragno che tesse non per sopravvivere, ma per ridurre in schiavitù, per inibire, per affossare, per sopprimere l’altro della cui vita si alimenta. Né intendo addentrarmi nella ennesima disamina diagnostica ed eziopatogenetica sulla perversione. Mi limiterò a rintracciare il tema della perversione all’interno delle mura delle prigioni comunemente intese, soffermandomi sulla perversione strutturale dei reclusori.