VIOLENZA E MALATTIA MENTALE

 

Vittorio Melega

 

SPECIALISTA IN MALATTIE NERVOSE E MENTALI - PRIMARIO RESPONSABILE DEL DSM - S. STEFANO SAVENA

 

 

 

1. Introduzione; 2. Disegno della ricerca; 3. Strumenti; 4. Analisi dei risultati; 5. Dati clinici; 6. Dati comportamentali e criminologici; 7. Dati assistenziali; 8. Dati da analizzare; 9. Tabelle.

 

 

1. Introduzione

 

La violenza nei malati mentali è stato uno dei fenomeni meno studiati in Italia negli ultimi trent'anni, nonostante che nella gran parte dei paesi occidentali, questo sia stato nello stesso periodo uno degli argomenti affrontati con maggiore impegno e si sia accumulata una gran mole di studi.

Basti pensare che negli ultimi cinque anni questo argomento appare nelle riviste internazionali oltre 200 volte mentre in Italia nello stesso periodo sulle due maggiori riviste di Psichiatria abbiamo trovato appena 6 articoli.

La negazione della violenza nella malattia mentale ha rappresentato indubbiamente un modo per affrancare il significato di malattia da quello di pericolosità che per quasi un secolo le aveva viste fortemente interconnesse. Per molti anni poi questo mancato interesse è stato rivendicato come espressione della non pertinenza psichiatrica degli atti aggressivi a loro volta interpretati come reazione a una contingente violenza istituzionale che una volta abolita avrebbe svelato la inconsistenza del problema.

E' significativo che quindici anni fa uno studio/censimento degli episodi violenti nella nostra regione grazie al quale avevamo riscontrato una incidenza importante, in termini assoluti, di episodi violenti, fosse accolto con molto scetticismo non senza una nota di sufficienza infastidita.

La successiva proposta di un registro regionale di tali eventi non trovò alcuna collaborazione, probabilmente per i motivi di cui parlavo sopra, nonostante la ricerca riguardasse esclusivamente i pazienti in carico ai servizi psichiatrici pubblici.

Questo atteggiamento è tanto più strano in quanto il gesto folle del paziente, in particolare dello schizofrenico, è stato ed è tuttora la fonte di maggiore preoccupazione per la pubblica opinione e di più difficile gestione per gli operatori psichiatrici.

In Italia quindi la violenza del malato di mente non è stato affrontato come problema clinico consistente da approfondire e ridefinire ma è rimasto confinato in una dimensione criminologico-forense, coltivata nei dibattimenti penali con speculazioni, spesso fantasiose, sfruttate dai mass media per alimentare il sensazionalismo attorno ai fatti più clamorosi e creando al tempo stesso una categoria di "esperti" in interviste e dissertazioni piuttosto che nel lavoro clinico con i malati violenti.

L'aspetto terapeutico e preventivo infatti non è stato affrontato se non occasionalmente e in modo piuttosto stereotipo, delegando troppo disinvoltamente tutto il problema della violenza dei malati mentali alle forze di polizia o agli uffici giudiziari anziché definire in modo sempre più preciso la parte che loro compete. Voglio solo enumerare in questa sede i punti principali che sono ormai acquisiti nella letteratura internazionale, prima di passare alla esposizione delle nostre ricerche, e dell'ambito teorico entro il quale ci muoviamo.

- La violenza nei malati mentali è un problema specifico, anche se non molto importante quantitativamente se confrontato con il fenomeno violenza generale nella società. Va però considerato che se si escludono le aggressioni legate alla criminalità organizzata o a importanti contraddizioni sociali, anche quantitativamente il fenomeno è piuttosto rilevante: ricordiamo l'esempio della Islanda, paese con un tasso di criminalità molto basso e socialmente piuttosto stabile, dove la maggiore percentuale degli omicidi in questo secolo è stata commessa da malati mentali. Le ricerche nella letteratura internazionale danno un tasso di incidenza di episodi violenti fra i malati mentali da tre a sei volte superiore rispetto alla popolazione generale.

 - La correlazione più significativa non appare tra le sindromi psichiatriche riconosciute ma tra violenza e sintomi, in particolare i sintomi cosiddetti positivi, delirio e allucinazioni.

- Negli anni 70 e 80 si è data molta importanza alla possibilità di prevedere clinicamente la violenza e di prevenirla intervenendo tempestivamente. Questo approccio si è dimostrato relativamente sterile, e oggi la ricerca tenta di individuare attraverso correlazioni statistiche sofisticate i fattori di rischio correlati con la violenza stessa, e di intervenire su questi.

- Tra questi quelli individuati e confermati come maggiormente significativi sono: la pregressa violenza, la comorbidità con uso di sostanze compreso l'alcool, la presenza attuale di gravi sintomi positivi, assenza di compliance alle terapie, scarso insight, isolamento relazionale, fattori sociodemografici e culturali (sesso maschile, età giovanile, razza, basse condizioni socioeconomiche, disponibilità di armi etc.).

- Tra i fattori protettivi il principale appare la terapia farmacologica e riabilitativa, la compliance al trattamento, il supporto sociale e 1' assoggettamento a misure di controllo.

- L'ultimo dato che ci preme sottolineare dalla letteratura internazionale è che le conoscenze non dovrebbero essere basate su studi retrospettivi come è avvenuto finora ma fondarsi su studi prospettici con un rigoroso controllo delle variabili studiate.

Muovendomi in questa direzione nell'ambito del progetto generale di riforma della normativa del trattamento dei pazienti psichiatrici rei, e degli ospedali psichiatrici giudiziari ho intrapreso, insieme con un gruppo di colleghi con i quali mi occupavo da tempo di questo argomento, una ricerca sui rapporti violenza malattia mentale individuando nei pazienti attualmente ricoverati in ospedale psichiatrico giudiziario, provenienti dalla regione Emilia Romagna il campione di studio.