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Oltre il Muro > Attività trattamentali
La Psicoterapia della Gestalt è un approccio terapeutico centrato sulla presenza, sulla possibilità cioè di rendere consapevole il fluire dell'esperienza, il nostro essere-nel-mondo.
Formulato in questo modo, l'obiettivo sembra imponente e addirittura pretenzioso. In realtà si tratta di qualcosa di elementare e nello stesso tempo fondamentale: del fatto cioè che mentre ci muoviamo, respiriamo, mangiamo, dormiamo, desideriamo, pensiamo, in ogni momento continuiamo ad esistere e quasi mai, o molto raramente, ci rendiamo conto che questo accade. Molto spesso il nostro esistere nel mondo è un fatto che diamo per scontato; che ci pone dunque nella posizione di oggetti, di cose che subiscono impulsi, ricevono stimoli e reagiscono ad essi senza saperlo, o sapendolo in una proporzione molto limitata.
Dalla teoria psicologica della forma la Psicoterapia della Gestalt eredita un'idea centrale che viene estesa dal campo dei fenomeni percettivi alle dimensioni della vita affettiva. La scoperta decisiva che noi percepiamo la realtà come una forma in rapporto ad uno sfondo introduce l'idea del campo percettivo come sistema di reazioni: ciò che percepiamo assume certe forme e si colora di certi connotati non perché le cose restino effettivamente così, ma perché la percezione è una costruzione di relazioni.
Il richiamo alla Psicologia della Gestalt è essenziale e nello stesso tempo improprio. In realtà non è mai esistito un legame di filiazione diretta fra la Psicoterapia della Gestalt e l'eredità teorica e sperimentale della Psicologia della Forma. Ma la scelta del nome da parte di Fritz e Laura Perls è qualcosa di più di una coincidenza storica. Rinvia alla centralità delle dimensioni percettive nella costruzione dell'esperienza e al ruolo che nella vita affettiva svolge, come vedremo, il rapporto figura-sfondo. Dunque il termine Gestalt, trasferito dalla ricerca sperimentale alla psicoterapia da uno psichiatra tedesco come Perls, relativamente marginale rispetto al movimento gestaltista, emigrato in Sud Africa e approdato successivamente negli Stati Uniti, ha subito sicuramente una metamorfosi. Grazie a Perls e alla sua pratica, la percezione della presenza come forma può diventare oggi un livello di descrizione della vita affettiva e della sua patologia, oltre che uno strumento di intervento terapeutico.
Il riferimento a Perls e alla sua biografia non è marginale per una riflessione sulla Gestalt, perché la novità di questo approccio è maturata soprattutto all'interno della pratica clinica. Lo sviluppo della Psicoterapia della Gestalt ha mantenuto dell'ispirazione originale alcuni criteri di metodo tuttora vitali: il rispetto della differenza come fattore di crescita e la necessita di apprendere dall'esperienza. La differenziazione come dato costitutivo della psiche umana e il pluralismo come condizione necessaria per la vita sociale sono forse il messaggio più proprio che la Gestalt apporta alla comunità professionale nel campo della psicoterapia e, più in generale, alla cultura del cambiamento che caratterizza il nostro tempo.
La presenza si costituisce come consapevolezza che riguarda simultaneamente e globalmente diverse dimensioni dell'esperienza. I livelli: cognitivo, emozionale e somatico (memoria e anticipazione, perceziorne, sensazioni, sentimenti e pensieri) nella loro complessa interazione costituiscono gli elementi di questa consapevolezza. La presenza è radicata nella coscienza del corpo. Non è uno stato ma un processo, non un modo di essere permanente, ma la capacità stessa di esistere e costruire il senso della propria continuità attraverso i cambiamenti. Tale capacità orienta il comportamento e consente di dare risposta ai bisogni che via via emergono.
Presenza è dunque un fatto vivo e dinamico, refrattario ad ogni fissazione e mito di armonia; è attenzione e rispetto dei ritmi biologici profondi (sensazioni) e dei dati esterni dell'ambiente; è alternanza di contatto e ritiro, capacità di apertura e chiusura.
Il malessere nasce quando questo processo viene bloccato, quando la consapevolezza si interrompe, quando la persona attua una riduzione o una alterazione del campo per evitare esperienze che non può o non vuole attraversare. Il blocco è incapacità a procedere (impasse), a scegliere, a decidere; í sintomi e la sofferenza che ne derivano sono l'epressione di questo arresto, la voce del disagio presente. Mentre gli approcci causalisti si interessano primariamente ai contenuti eliminati dalla coscienza e alle cause dell'evitamento, nella Psicoterapia della Gestalt l'interesse è volto ad indagare il come la persona attua questo blocco e con quali strategie altera il processo di consapevolezza.
Una parola chiave nella prospettiva della Gestalt è contatto. Il contatto è una qualità costitutiva dell'esperienza perchè noi esistiamo in quanto ci mettiamo in relazione col mondo esterno e con qualcosa dentro di noi, per esempio quello che percepiamo, sentiamo, pensiamo. Perché ci sia contatto dobbiamo immaginare che esistano almeno due figure o due unità che hanno confini propri e che si mettono in relazione dinamica all'interno di uno spazio comune. Il contatto suppone dunque l'idea di una dualità, la presenza di limiti e la possibilità di stabilire una relazione.
Ogni volta che ci muoviamo nella realtà, stabiliamo continuamente dei contatti con le cose, con gli altri, con l'ambiente, con i diversi momenti dell'esperienza. Siamo perciò continuamente nella situazione di mantenere, oltrepassare o perdere i confini: il contatto può cioè realizzarsi, oppure possiamo confonderci con l'esperienza che stiamo facendo, ovvero possiamo restare al di qua del contatto. Il contatto stabilisce una relazione dinamica che mantiene l'esistenza di due entità e le mette in rapporto.
Esistono molti modi per rendere impossibile o per perdere il contatto.
Uno dei più generali è la difficoltà a percepire nel presente la connessione di passato e futuro che caratterizza l'esperienza. Sottraendoci al qui ed ora dell'esperienza, in cui memoria e progetto si congiungono, ci proiettiamo in un altrove, in un prima o in un dopo sradicati dall'esserci. Non che il passato e il futuro non siano importanti nella costruzione della nostra esperienza, ma essi esistono per noi solo se si fanno presenti, se traversano cioè il qui ed ora e in esso riannodano i fili della nostra vita.
Un altro modo piuttosto comune di perdere il contatto consiste nel sovrapporre alle nostre percezioni stereotipi e modelli cognitivi che si sono consolidati nella mente e nella vita affettiva e che ci impediscono di cogliere ciò che dell'ambiente percepiamo attraverso i sensi o che percepiamo al nostro interno. In ogni momento dell'esperienza abbiamo sensazioni che riguardano il corpo, le sue forme e dimensioni, i suoi movimenti, la sua temperatura; percepiamo inoltre tensione e distensione, piacere e dolore in diversa intensità, e riceviamo numerosi messaggi dall'interno del corpo. Di questo sentire primario è tessuta la presenza e da esso ci stacchiamo quanto più il nostro orizzonte percettivo, emozionale, mentale prende distanza dalle sensazioni. Questo processo di desensibilizzazione sembra caratterizzare oggi molti aspetti della nostra esperienza. Sarebbe difficile restare continuamente sintonizzati, in presa diretta, con ciò che percepiamo e sentiamo. Ma il problema è che la perdita di sensibilità su di sé e sul proprio corpo investe oggi anche i momenti psicologicamente più importanti della vita, quelli in cui la perdita di presenza significa perdita del senso stesso dell'esperienza.
Esistono anche ostacoli al contatto legati al linguaggio. La parola che ci mette in rapporto con la realtà perché permette di nominarla, è anche il filtro fondamentale che ce ne separa. Il linguaggio indiretto, il linguaggio che generalizza, può essere un modo per prendere distanza e la forma linguistica in cui un bisogno viene espresso crea una serie di filtri che allargano la distanza tra il contenuto emotivo e l'espressione del messaggio. Spesso esiste in questi casi un doppio messaggio, una discrepanza tra la forma verbale e ciò che il corpo dice attraverso gesti, espressioni, posture e, naturalmente, sintomi.
Perdita o impossibilità di contatto e perdita di confini o fusione sono dunque i due poli estremi tra i quali si situa la possibilità/impossibilità dell'esperienza. Prigionieri delle barriere rigide (corporee. affettive, mentali) che ci precludono l'accesso all'esperienza; oppure dispersi, frammentati e confusi tra gli oggetti che prendono il nostro posto, ci è impossibile accedere alla presenza. Quando questa impossibilità diventa norma la sofferenza psichica e il disagio si fanno malattia.
Ogni contatto crea un campo di esperienza che si chiude quando l'esperienza termina per far posto a nuovi processi. Contatto significa dunque contemporaneamente separazione, apertura significa anche chiusura, esperienza significa processo. Ma la nostra tendenza è quella a permanere o a fissare il processo. La continuità dell'esperienza è interrotta dal tentativo di bloccare il flusso in una certa fase: in genere nelle fasi piacevoli o significative o anche in fasi negative, quando riesce difficile uscire dall'equilibrio della sofferenza.
Interviene qui una dimensione fondamentale della Psicoterapia della Gestalt, quella della responsabilità. Il termine nel suo significato letterale indica l'abilità a rispondere, la capacità di risposta. Responsabilità significa capacità di aderire ai messaggi che l'esperienza invia a ciascuno come soggetto d'azione, come colui che stabilisce il contatto, lo mantiene, lo toglie e non lo subisce. In questo modo l'esperienza si configura come un ritmo, perché è passaggio tra forme diverse di contatto e di chiusura rispetto a realtà diverse. Forme diverse di apertura verso se stessi, verso gli altri, verso il mondo così come ci si presenta; forme diverse di chiusura, di distacco, di separazione dal mondo, dagli altri e da noi stessi, così come l'esperienza ce la offre.
In questo quadro è possibile delineare un'ipotesi sulla sofferenza psichica.
Il disagio ed eventualmente la malattia possono essere letti come il risultato di processi interrotti o di processi a cui non si è data risposta (verso i quali non c'è stata responsabilità, capacità di risponderci. Processi interrotti, nei due sensi, come difficoltà a entrare in contatto come difficoltà a staccarsi, a interrompere il contatto. Rigidità dei confini o mancanza di confini, distanza o fusione segnano le frontiere della sofferenza psichica e impongono al corpo il loro sigillo. Segni del corpo, segni dell'anima parlano della stessa difficoltà e delle sue oscillazioni verso l'uno o l'altro polo. In definitiva, nei due casi, difficoltà a stare nel processo, nel ciclo di apertura e chiusura che caratterizza l'esperienza.
L'esperienza è un farsi di relazioni con un grado diverso di densità e di permanenza, cosicché qualcosa riempie sempre il campo della presenza e mantiene la continuità del campo stesso. La presenza non è quindi qualcosa di istantaneo, ma è la percezione del farsi dell'esperienza. Il tempo che caratterizza questo farsi è appunto un insieme di relazioni tra passato, presente e futuro. Non c'è un passato che stia là, scomparso dalla presenza, un futuro che, siccome deve venire, sia fuori dal campo; è un presente a questo punto ridotto a puro istante e quindi annullato esso stesso; ma il tempo che caratterizza il fluire è un insieme di relazioni che legano il passato, il presente e il futuro. Il modo in cui viviamo in questo stesso momento la nostra esperienza e, contemporaneamente, il modo in cui interroghiamo il passato e progettiamo il futuro. Non c'è esperienza senza un soggetto che esperisca, ma questo soggetto non è un'entità in sé che possiamo definire astrattamente al di fuori del farsi dell'esperienza stessa. Non c'è un luogo in cui questo soggetto stia, se non nel suo esperire. E non c'è una realtà che sia là per suo conto e che ogni tanto faccia capolino nell'orizzonte di percezione di un soggetto vuoto. C'è invece l'incrociarsi costante di giochi di relazione che sono sempre circolari, soggettivi e oggettivi.
Essere presente significa infatti per il terapeuta gestaltico aiutare l'altro a vedere ciò che ancora non vede, permettere al paziente di essere presente alla propria presenza, restituendogli il punto di vista di un osservatore situato, ma capace di consapevolezza.
Perché la psicoterapia della gestalt in ambito psichiatrico?
L’approccio Gestaltico valorizzando l’auto-realizzazione, l’esperienza emotiva diretta, la capacità di scelta e decisione consapevole e responsabile, la creatività, il riconoscimento e la riappropriazione di bisogni e risorse personali risulta essere un quadro di riferimento teorico-operativo ottimale per una utilizzazione psicopedagogica anche nell’ambito squisitamente psichiatrico.
In questo ambito e a questo scopo è stato elaborato il progetto:“Gruppo Gestalt” in cui psiche, corpo ed emozioni sono inseriti in un discorso rieducativo, rivolto, con modalità e contenuti appropriati, a soggetti adulti portatori di disagi mentali di natura più o meno grave.
Consapevolezza ed esperienza di sé e di sé in relazione all’altro, comunicazione interpersonale sana e significativa, intimità e autonomia nella relazione, processo informativo corretto, sono alcuni degli elementi guida, che vengono particolarmente curati, sollecitati e agevolati nel lavoro col gruppo.
Il programma approntato per il Gruppo Gestalt prevede vari stadi, il cui accesso è reso graduale e subordinato al compimento di quello precedente: colloquio preliminare col paziente da inserire, gruppo informativo, gruppo esperienziale, verbalizzazione e restituzione su ogni singola esperienza grippale saranno le fasi strutturate per tale lavoro.
Il lavoro di dinamica di gruppo avviene in tre momenti diversi:
1 Fase di riscaldamento e di presentazione
I membri che compongono il gruppo si presentano attraverso l’uso di linguaggio analogico, l’uso di metafore, simboli.
2 Fase di produzione
In questa fase vengono date della consegne che possono sollecitare l’immaginazione, e fare esprimere liberamente i singoli elementi del gruppo.
Si cerca quindi, di facilitare l’espressione del paziente attraverso attività grafica, drammatica, con esercizi di immaginazione e tecniche di attivazioni corporee.
3 Fase della “lettura” del materiale prodotto; analisi e commento delle esperienze.
In questa fase si cerca di rendere attivo il gruppo anche nel momento in cui si elabora ciò che esso ha fatto, facendolo riflettere e lavorare sui contenuti emersi.
In tale contesto l’intervento del terapeuta dovrà quindi tendere a dare spazio all’esigenza di progettualità e di individualità, stimolando il contatto con la realtà, egli riequilibra il campo, stimola nel gruppo la capacità di accettazione non necessariamente vincolata al giudizio, a recuperare la capacità di leggere e affidarsi alle sue sensazioni ed emozioni come ad una guida che consenta una continua verifica sul presente.
Indubbiamente questa è una semplice schematizzazione di situazioni molto più complesse per cui l’intero lavoro sarà oculatamente tarato in relazioni alle difficoltà di ogni singolo paziente.
Scheda tecnica ed organizzativa
Il progetto trattamentale si svolge a cadenza settimanale. Il gruppo target è stato individuato in un gruppo di 8/10 ricoverati, internati dell’OPG di Aversa, selezionati fra soggetti con le seguenti caratteristiche:
- Persone che non si conoscono fra loro
- Sufficiente contatto con la realtà
- Nessuna patologia spiccatamente paranoidea
Il reclutamento è avvenuto, su suggerimento di questa Direzione, e contattando direttamente gli Psichiatri di questo Istituto, che hanno segnalato, ognuno per le proprie competenze, i soggetti in cura, idonei all’attività.
Dott.ssa Filomena Petrazzuolo
Dott. Massimiliano De Somma
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