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Brani tratti da
IL MANICOMIO GIUDIZIARIO
"Filippo Saporito"
Storia, cronaca ed aneddoti
di FRANCO RICCIARDI
Edizioni «Gazzetta Aversana», Luglio 1965
I ROMANI FURONO I PRIMI A SANCIRE
CHE UN FOLLE CRIMINALE NON VA PUNITO
Questa che ci accingiamo a scrivere non vuole essere una vera e propria storia del Manicomio Giudiziario di Aversa dalle origini ai giorni nostri, ma una cavalcata attraverso il tempo, con fatti ed aneddoti, sconosciuti ai più, che hanno movimentato questo Istituto intorno al quale è sempre stato desto un interesse sia da parte degli studiosi di problemi penitenziari, sia da parte dell’opinione pubblica.
Per molti secoli, fino a quasi tutto il secolo XVIII, il problema dei criminali pazzi non venne mai affrontato. A coloro che, in stato di follia, avessero commesso reati più o meno gravi, venivano applicate le stesse misure restrittive usate nei confronti dei delinquenti comuni. E, in fondo, tale trattamento era senz’altro migliore di quello che spesso i giudici dei Tribunali della Santa Inquisizione inflissero ai poveri folli, ritenuti preda del demonio. Il primo esempio di provvedimenti particolari nei confronti di un criminale risale agli albori dell’Era Cristiana.
Infatti, nel «Digesto» -
Riportiamo la traduzione del testo originale in latino che è inciso nel marmo in una sala del Manicomio Giudiziario di Aversa: «Se ti risulta chiaramente che Elio Prisco si trova in tale stato di alienazione da escludere ogni capacità di intendere, né rimane alcun sospetto che il matricidio sia stato da lui consumato volontariamente, con la simulazione della follia, la condanna può essere, secondo la tua discrezione, attenuata essendo il colpevole punito, abbastanza punito, dalla sua stessa follia. Ma, in ogni caso, sarà necessario che egli venga custodito con molta diligenza, e, se sarà necessario, anche materialmente legato, in relazione sia alla pena sia alla tutela di lui e alla sicurezza di quanti gli stanno vicini. Inoltre indagherai diligentemente se egli abbia commesso il delitto non in un momento di aberrazione, ma con una certa consapevolezza, durante un intervallo di lucidità, come a volte accade, e in modo che non debba essere concessa alcuna attenuante per la sua malattia. Se ciò risulterà vero, ci consulterai per sapere se, data la gravità del delitto, atteso che lo abbia commesso mentre sembrava nella facoltà di intendere, debba farsi seguire la condanna dal momento che dalla tua relazione abbiamo appreso conce egli si trovi in tale stato da dover essere custodito dai suoi sia pure nella propria villa. A nostro giudizio agirai rettamente se convocherai coloro che in quel tempo avevano il compito di sorvegliarlo, e contesterai loro la grave negligenza, prendendo nei riguardi di ognuno di essi i provvedimenti adeguati alla maggiore o minore responsabilità. Infatti, i custodi dei folli non devono solo impedire che essi si facciano del male, ma devono anche evitare che rechino danno agli altri. Nel caso che tale danno sia causato, i custodi giustamente devono essere ritenuti colpevoli, se non altro per la negligenza nel compimento del loro dovere».
Le prime disposizioni di legge che disciplinassero questa importante materia risalgono agli anni 1786-
E’ necessario precisare che in questo caso si trattava di folli comuni che non avevano commesso alcun reato e che, malgrado ciò, venivano incatenati come i delinquenti. Il problema dei pazzi criminali non veniva neanche sfiorato.
L’ATTENTATO A GIORGIO III
Verso la fine del 1776, una donna di nome Margaret, non meglio identificata, tentò di assassinare il Re d’Inghilterra Giorgio III. Arrestata, invece di essere impiccata, come la legge richiedeva, venne internata nell’asilo di «Betlem» e ciò perché alcuni medici psichiatri avevano riscontrato che Margaret era pazza.
Quattordici anni dopo, certo John Fritti, avendo scagliato delle pietre contro la carrozza reale, venne trattato come alienato e quindi rinchiuso in un altro asilo la medesima sorte capitò, nel 1800, a certo Hatfield che aveva sparato dei colpi di pistola contro il re che assisteva ad una rappresentazione teatrale. E fu proprio questo clamoroso attentato alla persona del re che spinse la Camera dei Comuni a votare la disposizione di legge conosciuta sotto il nome di «Insane offender’s bill», ratificata il 28 luglio del 1800 dal re che stabiliva: «Nei casi in cui una persona sia accusata di tradimento, omicidio e fellonia, se risulta che era alienata di mente nel momento del delitto, il Jury la dichiarerà assolta e la corte ordinerà che sia tenuta in stretta sorveglianza».
Disposizione questa che, come ben si nota, ricalca fedelmente quella emanata dagli Imperatori romani Marco Aurelio e Commodo.
IL PRIMO MANICOMIO CRIMINALE
Dopo questa prima disposizione di legge che sanciva che i criminali folli non erano punibili, il parlamento inglese, nel 1807, votò la legge che proponeva la creazione di un Istituto speciale nel quale sarebbero stati confinati tutti i criminali pazzi e che «in tale Istituto tutto il sistema di cure fosse apprestato in modo da non suscitare in alcun modo l’idea della punizione». E fu così che l’asilo di «Betlem» nel quale anni prima era stata ricoverata quella Margaret che aveva tentato di assassinare Giorgio III, venne trasformato in «sezione speciale per maniaci»; qualche anno dopo venne creata la sezione di Fishaten House ed altre che giunsero a raccogliere oltre 1500 criminali folli.
Il primo manicomio criminale vero e proprio sorse nel 1863 a Broadmoor ed ancora oggi è considerato il più grande ed il più attrezzato dei manicomi inglesi. Dieci anni dopo, aumentate le necessità, venne creato in Scozia il Manicomio Criminale di Path, annesso alla grande prigione e che, a differenza di quello di Broadmoor e degli altri istituti del genere, venne adattato anche ad ospitare quei condannati che, scontata la pena, erano ancora socialmente pericolosi.
I MANICOMI CRIMINALI NEL MONDO
Sul tipo di questi Ospedali Psichiatrici Giudiziari, sorse anche quello di Dundrun presso Dublino, in Irlanda.
Fino a qualche decennio fa manicomi per folli criminali non esistevano in molte altre nazioni europee come Danimarca, Portogallo, Svezia, Spagna, Svizzera, Olanda e Austria; oggi, anche in questi Paesi vanno sorgendo organizzazioni di questo tipo. Nulla abbiamo potuto sapere, malgrado le nostre richieste all’Ambasciata, sul trattamento dei pazzi criminali in Russia: ci risulta solo che fino al 1918 i folli criminali venivano rinchiusi nelle sezioni giudiziarie dei manicomi di Mosca, Vilma e Tomk in Siberia.
Nel Belgio il problema venne risolto nel 1892 ed ebbe una razionale e completa attuazione a seguito della istituzione dell’«Ispettorato alienistico negli stabilimenti carcerari», voluto dall’allora ministro Le Jenne. Tutti gli ammalati di mente segnalati dall’ispettorato venivano e vengono ancora oggi raccolti nei manicomi criminali di Tournai, di Froidrnont e di altre città belghe.
La Francia può considerarsi la seconda nazione che, in ordine di tempo, si sia occupata della grave questione dei criminali folli. Benché già da anni funzionasse nella famosa Bastiglia una sezione per maniaci psichici, sezione che aveva già avuto l'«onore» di ospitare il famoso marchese De Sade, il primo provvedimento specifico si ebbe nel 1828, però la prima sezione specializzata per la cura dei criminali alienati fu aperta soltanto nel 1876, presso la casa di cura di Gaillon ed ebbe come direttore il prof. Golin.
L’urgente necessità di un regolamento organico o di un’assistenza più larga e più accurata degli ammalati, fece si, visto che quella sezione si era mostrata troppo piccola, che nel 1906 la Camera dei Rappresentanti votasse la chiusura della casa di Gaillon e disponesse contemporaneamente l’istituzione di quella di Villejuif che, per la grandiosità degli edifici e per i mezzi a disposizione, poteva competere col famoso Manicomio Criminale di Broadmoor in Inghilterra.
Oggi, in base a notizie documentate, siamo costretti ad affermare che non esistono ancora in Francia Manicomi Criminali. In certi ospedali psichiatrici esiste un servizio speciale per i malati di mente che hanno disturbi di comportamento particolarmente gravi, con possibilità di reazioni criminali. Quattro servizi di tale genere funzionano attualmente in Francia, uno dei quali sorto in locali allestiti appositamente; per gli altri tre si sono utilizzati edifici preesistenti: per i prossimi anni è prevista l’apertura di un nuovo istituto per malati difficili.
Il trattamento terapeutico è uguale a quello praticato nei comuni ospedali psichiatrici, senza perdere di vista lo scopo fondamentale che è il riadattamento.
In Germania, fino al 1925, esistevano ben indici sezioni, di cui sette erano adibite a raccogliere i condannati impazziti ed erano annesse alle grandi carceri, e quattro per i prosciolti e i folli che manifestavano tendenze pericolose. Attualmente, però, non esistono nella Repubblica Federale Tedesca Manicomi Giudiziari dipendenti dalla Amministrazione della Giustizia.
Accusati o condannati possono essere trasferiti nei comuni manicomi che in questi casi funzionano legalmente da reparti d’osservazione psichiatrica delle prigioni: il Ministero della Giustizia della Germania Federale ci ha fatto sapere che il nuovo codice penale prevede l’istituzione di manicomi nell’Amministrazione giudiziaria, manicomi che vengono chiamati «Bewahrungsannstalt» che saranno «Justizeigene Anstalten».
Nell’America del Nord, fin dal 1859, i condannati folli venivano raccolti in una sezione delle carceri di Auburn, nello Stato di New York, che in seguito s’ingrandì e fu destinato solo a ricovero dei folli criminali. Nel 1892 venne creato il manicomio criminale di Matteawan con dodici padiglioni d’isolamento e nel 1900 altri negli Stati di Massachussets e del Nichigan. Oggi tutti gli stati americani hanno il loro manicomio criminale per l’assistenza dei delinquenti folli, per cui può considerarsi la nazione più progredita del mondo in questo campo.
Infine nel Canada fin dal 1890 funziona un manicomio criminale a Kingstown; altri sono stati istituiti in seguito. Nel Sud America il primo manicomio criminale venne creato a Buenos Ayres, annesso a quello civile di Las Mercedes.
GASPARE VIRGILIO
Il progresso degli studi psichiatrici portò alla individuazione e al riconoscimento dei numerosi casi di follia esistenti tra i detenuti negli stabilimenti carcerari del Regno e gli studi condotti sulla delinquenza da un grande scienziato italiano fecero sentire, pochi anni dopo l’Unità d’Italia, il bisogno di una istituzione, studiata e preconizzata dal Lombroso, dal Verga, dal Biffi e dal Tamburini, fra gli alienisti, e dal Carrara, fra i massimi giuristi dell’epoca: il Manicomio Giudiziario, che aveva già avuto la sua prima incarnazione a Broadmoor, in Inghilterra, nel 1863.
A seguito della nuova dottrina sulla delinquenza studiata profondamente da molti scienziati italiani, nel 1872 il governo italiano, aderendo alle richieste sempre più insistenti, dispose che fosse condotta un’inchiesta nei vari manicomi del Regno per conoscere quanti pazzi criminali si trovassero in tali Istituti e dispose i mezzi necessari per la loro custodia ed assistenza differenziata.
A distanza di tre anni dalla pubblicazione dei risultati dell’inchiesta Gaspare Virgilio, Direttore del R. Manicomio Civile di Aversa e della R. Casa di Reclusione per cronici (antica «Casa di Forza»), contemporaneamente a Cesare Lombroso, prospettò la necessità dello studio sistematico del delinquente, gettando le basi dell’Antropologia Criminale.
I profondi studi che il Virgilio condusse sui rapporti tra la delinquenza e la pazzia e che sono illustrati nel lavoro «Saggio di ricerche sulla natura morbosa del delitto e delle sue analogie con le malattie mentali», aprirono un nuovo vasto campo di studi e valsero alla sua città natale l’alto onore di vedere istituire nelle sue mura il primo Manicomio Criminale (nel 1813, con decreto del Re Gioacchino Murat, era sorto nella medesima città il primo Manicomio Civile Italiano, oggi conosciuto come Ospedale Psichiatrico «La Maddalena» che ebbe come primo direttore il frate aversano Giovanni Linguiti ed ora è diretto dal prof. Dott. Annibale Puca).
Gaspare Virgilio, questo grande scienziato italiano, oggi dimenticato, anche se indicato dallo stesso Lombroso nelle sue pubblicazioni come uno dei fondatori dell’Antropologia Criminale, elaborò le sue teorie dalle osservazioni e ricerche «parallele» intorno alle due categorie di rappresentanti dell’umana degenerazione che aveva sott’occhi: i pazzi del grande manicomio ed i delinquenti del grande penitenziario criminale.
A quel tempo l’opera del chirurgo nel carcere aveva un’importanza molto superiore a quella che ha oggi e ciò perché allora, a causa del trattamento eccessivamente rigoroso (si credeva che solo nel rigore e nelle angustie i condannati potessero trovare la via della loro redenzione), i condannati, quando il rigore severo non li portava al suicidio o alla pazzia, si ammalavano frequentemente di tubercolosi ossea per la cura della quale non esisteva altra terapia che quella chirurgica. E Gaspare Virgilio, da psichiatra e da chirurgo approfondì sempre più gli studi che tanto l’appassionavano.
Due anni dopo, e precisamente nel 1876, l’insigne studioso dette alle stampe il pregevole lavoro che abbiamo innanzi citato, lavoro che oggi è considerato una pietra miliare nella storia dell’Antropologia Criminale.
IL MANICOMIO GIUDIZIARIO DI AVERSA
Nello stesso anno la direzione Generale delle carceri, rappresentata da Beltrami-
Di questo locale è opportuno, sia pure brevemente, ricordare le vicende e le trasformazioni, vicende e trasformazioni che sono ignote alla maggior parte degli studiosi di cose aversane e di cui noi, dopo molte ricerche, siamo venuti a conoscenza.
In origine, infatti, era Convento di S. Francesco di Paola, costruito nel 1558, presso la «Porta Intoreglia». Soppresso nel 1808, venne poi trasformato ed utilizzato in vario modo.
Dapprima venne destinato come «Alloggio di Militari». Nel 1812 lo troviamo adibito a «Casa Correzionale della Provincia». Nel 1841 viene trasformato in «Deposito di Mendicità». Successivamente, e precisamente nel 1849, subì ancora una trasformazione divenendo carcere. Il 14 luglio 1855 si trasformava ancora in carcere succursale di S. Maria e il 16 ottobre dello stesso anno, in carcere muliebre. Quattro anni dopo, il 3 maggio 1859, lo vediamo a «Casa di Forza per le condannate delle Province di Napoli e di Terra di Lavoro» e a succursale delle province dei due Principati d’Abruzzo e Molise. Infine, nel 1876, lo troviamo «Sezione per Maniaci».
Ai primordi della sua fondazione il Manicomio Giudiziario non ebbe vita florida né lo sviluppo che un Istituto del genere richiedeva.
I locali erano inadatti ed insufficienti per il numero di ricoverati; mancavano, inoltre, infermieri specializzati e il vitto era inadeguato. Insomma di Manicomio Giudiziario non aveva che il nome ma di fatto poteva considerarsi un carcere. A conferma di ciò basterebbe leggere la catastrofica relazione della Commissione di Vigilanza dopo la visita al Manicomio Giudiziario nel 1906.
Le aspirazioni, le proposte, le richieste, la fama stessa del none dell’illustre direttore Gaspare Virgilio non erano valse a sottrarre l’istituto ad una minaccia di prossima soppressione. Ad essa pensavano quegli stessi tecnici che avevano salutato con entusiasmo l’istituzione nel 1876, come un successo della psichiatria italiana, compreso il Tamburini e lo stesso direttore Gaspare Virgilio.
A confermare le strepitose argomentazioni di Gaspare Virgilio e di tutti gli altri studiosi della psichiatria criminale, che l’istituzione dei Manicomi Giudiziari non era stata sbagliata, vale riassumere un fatto che dice quanto giuste e sagge erano le argomentazioni di Gaspare Virgilio, a sostegno delle sue tesi.
L’ATTENTATO AL RE UMBERTO I
L’attentato alla persona di Re Umberto I da parte dell’anarchico Passannante diede luogo ad una ondata di indignazione in tutta la Nazione, per cui il desiderio di tutto il popolo italiano, che in quel tempo era fuso con la dinastia dei Savoia, simbolo dell’Unità e dell’indipendenza della Patria, era che l’attentatore si condannasse a morte con un processo sommario. E dalla condanna a morte non valsero a salvarlo né la voce di eminenti psichiatri che in dotte perizie ne avevano segnalato l’anormalità psichica, né la strenua difesa di Leopoldo Tarantino, la cui arringa divenne famosa, soprattutto per «...e muoia pure costui...», esordio che valse a placare l’ira del popolo e piegare gli animi alla ragione. E Passannante, malgrado tutto, non andò a finire sul patibolo come molti avrebbero voluto.
Pochi giorni prima della data fissata dalla Corte che l’aveva giudicato per l’esecuzione della condanna a morte, venne graziato proprio da Colui alla cui vita aveva attentato. Sei mesi dopo, invece, così come avevano previsto e affermato prima del processo eminenti psichiatri, Passannante venne trasferito al Manicomio Giudiziario di Aversa (dove anni topo morì) perché «in stato di piena demenza conseguita fatalmente a seguito di una schizofrenia paranoide nel suo esordire», schizofrenia che armò la sua piano contro il Re Umberto I.
Ma la conferma più strepitosa, come abbiamo innanzi detto, della teoria degli insigni scienziati, che avevano affermato che Passannante non era nelle piene facoltà d’intendere e di volere nel momento in cui sparava contro Re Umberto I, venne indirettamente, dando così a Gaspare Virgilio la possibilità di confermare brillantemente la sua teoria intorno alla natura morbosa del delitto. Infatti, un anno dopo l’internamento di Passannante nel Manicomio Giudiziario di Aversa, un suo fratello dovette essere anche egli ricoverato nel Manicomio Civile di Aversa per una grave forma di deficienza evolutiva. La presenza ad Aversa di questo collaterale del Passannante dette al Virgilio ulteriori possibilità di ribadire le sue teorie ed approfondire lo studio dei rapporti tra delitto e follia.
FILIPPO SAPORITO E IL MANICOMIO GIUDIZIARIO
Mentre a Roma si studiava come sopprimere il Manicomio Giudiziario, nel 1907, al criminologo Gaspare Virgilio, successe nella direzione del Manicomio Giudiziario di Aversa, Filippo Saporito che per molti anni era stato diretto collaboratore dell’illustre antropologo, e medico del Manicomio Civile di Aversa. Il Saporito, appena nominato direttore, per evitare che il Manicomio Giudiziario fosse soppresso, si pose entusiasticamente al lavoro con tutta la sapienza di studioso e di scienziato.
A quel tempo l’architettura del Manicomio era pressocché quella del 1876, mentre i folli criminali erano aumentati fino a raggiungere il numero di 350 unità. I sistemi di cura erano migliorati e gli studi intorno alle malattie mentali avevano subìto una evoluzione rapida e completa, raggiungendo quelle posizioni che sono ancora alla base della psichiatria attuale.
Dopo il 1907 le relazioni delle Commissioni di Vigilanza segnano un crescendo di consensi e di plausi. Per tutti valga il lusinghiero giudizio del Ferri, pubblicato nel 1927 negli annali «Scuola Positiva».
«In Italia, il Saporito, succeduto al Virgilio nella direzione del Manicomio di Aversa, ha fatto di questo -
Con la nuova riforma del Codice Penale propugnata dall’allora Ministro Rocco, al Manicomio Giudiziario venne aggiunta, nel 1931, la Casa di Cura e Custodia per uomini e per donne: istituzione che fino al 1955 per quanto riguardava le donne fu unica in Italia e per gli uomini ancora oggi tale.
Per sopperire alle necessità di nuovi locali, il prof. Saporito riuscì a farsi assegnare lo storico edificio della Caserma di Cavalleria, ex Castello Aragonese, che, opportunamente adattato, costituisce con tutti gli altri edifici dell’Istituto un grandioso e solenne complesso architettonico.
Da quel lontano giorno il Manicomio Giudiziario di Aversa ha subìto tali e tante trasformazioni che oggi è difficile dire se l’attuale e imponente edificio sia l’antico convento dei «Paolotti» che, per circa un secolo, fu adibito, come abbiamo innanzi esposto, a casa penale per invalidi radicalmente trasformato, oppure una costruzione nuova eretta esclusivamente per assolvere la funzione di Manicomio Giudiziario.
Numerose furono, negli anni successivi alla istituzione, le proposte di legge per migliorare l’assistenza dei criminali folli, molte di esse rimasero però sempre tali e non vennero mai trasformate in leggi operanti.
In mancanza di leggi specifiche, che regolassero l’assistenza dei folli criminali, furono emanate, fino al 1931, disposizioni ministeriali per l’istituzione di altri manicomi criminali. E fu così che per sopperire alle crescenti necessità, vennero istituiti, dopo quello di Aversa, nel 1896, il Manicomio Criminale di Montelupo, presso Firenze (ne è stato direttore fino a qualche anno fa il dott. Pasquale Coppola che ebbe la sua formazione professionale in quello di Aversa e che ora dirige, come ispettore Generale alienista, quello di S. Efremo di Napoli), nel 1897 quello di Reggio Emilia, nel 1927 quello di Barcellona Pozzo di Gotto in Sicilia e più recentemente quello dl S. Efremo di Napoli e quello di Rebibbia di Roma.
Così, nel giro di circa mezzo secolo, l’Italia vedeva realizzate quelle istituzioni che in Inghilterra e negli Stati Uniti avevano trovato più facile e tempestiva attuazione.
Il merito di aver stimolato in tal senso il Governo Italiano e le autorità preposte agli stabilimenti Penitenziari è legato ai nomi, per quanto riguarda la fine dell’ottocento, di Gaspare Virgilio e Cesare Lombroso, e per il 1900 a Filippo Saporito.
GLI ESPROPRI PER PUBBLICA UTILITÀ
Aversa, contrariamente alle affermazioni di numerosi storici, non è una città normanna: essa venne infatti donata da Sergio IV al normanno Rainulfo Drengot in cambio dei servigi resigli nella guerra contro Pandolfo di Teano, che l’aveva spodestato. Aversa è quindi cittadina medioevale, ricca di edifici religiosi, e per questa sua caratteristica fu definita «Città cattolica per eccellenza». Di questo fatto ce ne dà ampie notizie lo scrittore aversano Pasquale Golia in due volumi di prossima pubblicazione, di oltre cinquecento pagine che trattano specificamente la storia di Aversa. prima della venuta dei normanni e dopo la loro istaurazione.
Ma dopo l’unità, ed in applicazione delle «Leggi sulle guarentigie», la Curia Vescovile si vide privata di un certo numero di edifici.
Particolarmente movimentata fu la presa di possesso del Monastero delle Clarisse, detto dello «Spirito Santo», da parte del primo Sindaco liberale di Aversa, Gaetano Parente.
Dopo reiterati, vani inviti attraverso i normali rapporti burocratici, il Sindaco si vide costretto a recarsi di persona, seguito da alcuni consiglieri comunali, presso il Monastero.
Quando il corteo delle Autorità fu all’ingresso del Convento, la porta si aprì ed un Crocifisso fu posto sulla soglia. Gaetano Parente prese rispettosamente il Crocifisso tra le braccia, lo baciò e, varcata la soglia, dichiarò solennemente di prendere possesso dell’edificio.
Poco tempo dopo, il Sindaco Parente, già sofferente di cuore ed avanti negli anni, morì improvvisamente e ad Aversa si parlò di «Castigo di Dio».
Fu facile pertanto che alcune Chiese ed un Convento si trovassero sulla linea di espansione del Manicomio Giudiziario e venissero, in più riprese, demolite per far largo. Lo stato corrispose alla Curia Vescovile indennità non indifferenti: per la cadente Chiesa di S. Francesco de’ Paoli, da molti anni chiusa al culto, pagò, ad esempio, circa 50 anni fa, lire 20.000.
Ma la Chiesa di S. Francesco de’ Paoli non fu la sola ad essere inglobata nell’area dell’Istituto: anche la Chiesa di S. Maria degli Angeli e quella di San Gennaro con l’annesso Monastero furono acquistate. Lo Stato pagò perfino la somma di lire 800 all’Amministrazione del Mendicicomio «Sagliano» perché fosse evitato l’abbattimento del maestoso pino che ancor oggi adorna il giardino antistante l’ingresso principale dell’ Istituto.
FILIPPO SAPORITO: «EVERSORE DI TEMPLI»
Appare evidente come la Curia non gradisse cedere Chiese ed edifici al Demanio, anche se dietro adeguato compenso.
Il Saporito sapeva che solo con l’espansione avrebbe potuto conservare l’Istituto ad Aversa e migliorare l’assistenza a tanti sventurati, dando loro la possibilità di vivere in condizioni ambientali che ne favorissero anche indirettamente il recupero.
Si pose perciò al lavoro con fervore, senza immaginare che, a distanza di anni, questa sua opera filantropica, permeata di amore per la sua Aversa, gli venisse rinfacciata attraverso una falsa interpretazione dei motivi scientifici e programmatici che erano stati sempre alla base della sua missione.
Accadde, infatti, che quando Filippo Saporito fu candidato del P.L.I. al Senato nelle Elezioni del 1948, un gruppo di avversari politici preferì definirlo «eversore di templi», frase quanto mai ingrata, che contrastava con la verità dei fatti e con la figura dell’ uomo.
A questa insinuazione, il vecchio liberale, educato agli ideali del Risorgimento, amico di Giovanni Giolitti, Pietro Rosano e Angelo Majorana, successore al Rosano dopo il suicidio di questi, al ministero delle Finanze e che fu un vero prodigio di intelletto: licenza liceale a soli 12 anni, a sedici laurea in giurisprudenza, a ventuno rettore dell’Università di Catania e a 30 prima sottosegretario e quindi Ministro nel secondo Ministero di Giolitti, appose un dato storico: fu un frate, Giovanni Linguiti, a far sorgere agli Incurabili la prima «Sala per Matti» e, quel che più conta a trasformare il Convento della Maddalena di Aversa in quella che fu la «Real Casa de’ Matti» per le «province al di qua del Faro».
IL MANICOMIO «LA MADDALENA»
Visto che Filippo Saporito si difendeva affermando che era stato un frate a far sorgere il primo manicomio civile italiano utilizzando il vecchio convento della «Maddalena», non ci sembra inopportuno, in questa sede, riassumere le vicende e la storia di quest’altra istituzione aversana che fu la prima ad essere creata in Italia. Fuori porta S. Nicola, dopo aver attraversato una infinità di vicoli piccoli e grandi che si intersecano in tutte le direzioni, tra una teoria di pini ad ombrello che s’innalzano coi loro maestosi pennacchi, affiancati dagli alti pioppi dai quali pendono rigogliosi i sarmenti delle viti che producono quella magnifica uva dalla quale cola quel prezioso umor che si trasforma poi in vino asprino, il più frizzante dei vini italiani per la naturale ricchezza di anidride carbonica in esso contenuta, e un lussureggiante giardino ci viene incontro l’antichissimo Convento della Maddalena che fu, al tempo di Carlo I d’Angiò un Ospedale per lebbrosi e, ritornato poi, nel 1420, per deliberazione del Municipio di Aversa, Convento di Frati minori. Un secolo dopo, frate Angelo Orabona, Arcivescovo di Trani e Vicario Generale dell’Ordine ebbe ad ingrandirlo ed abbellirlo restaurandone ed arricchendone la Chiesa di pregevoli affreschi e stucchi di Giovanni da Nola.
Prima che il Convento della Maddalena venisse trasformato in Ospedale Psichiatrico dovevano trascorrere tre secoli ancora. E infatti, l’11 marzo del 1813, Gioacchino Murat, re di Napoli, con decreto reale, creava il primo Manicomio Civile Italiano mettendovi a capo il frate Giovanni Linguiti, il quale iniziò opera veramente umanitaria per la cura dei dementi che fino allora erano ritenuti invasati dal demonio e quindi oggetti di torture e maltrattamenti.
L’istituto, o meglio le «RR. Case dei matti di Aversa», ebbe rapidissimo sviluppo tanto da essere considerato il migliore d’Italia e dal punto di vista del numero dei malati di mente ricoverati che affluivano da tutte le parti d’Italia che per sistemarli tutti la Direzione fu costretta ad adibire a succursale i Conventi di Montevergine e di Sant’Agostino degli Scalzi, luoghi questi esistenti nella stessa città di Aversa, e per i sistemi di cura adottati. In quel tempo, l’attenzione dei psichiatrici italiani era rivolta al Manicomio di Aversa e ciò perché avevano notato che i risultati ottenuti in quel Pio Luogo avevano del prodigioso, merito questo del Linguiti il quale nulla tralasciava per approfondire le cause determinanti le malattie mentali e i mezzi per curarle. Egli, infatti, restituì alla società un gran numero di persone per cui ben presto la fama delle «RR Case dei Matti di Aversa» salì molto in Italia ed dall’estero, tanto che molti scrittori italiani e stranieri scrissero intorno alle stesse e molti furono gli studiosi e le personalità politiche e del mondo culturale che le visitarono.
Citeremo tra i primi i dottori: Lapi, Medici, Buccelli, Orioli, Gozzi della Pontificia Università di Bologna, Tommasini, il celebre Ecquirol, il Gualandi di Bologna che venne appositamente per studiarvi l’organizzazione ospedaliera che ormai si avviava verso l’applicazione di nuove teorie determinando una svolta decisiva nella cura della follia, ritenuta dai più malattia inguaribile, nonché il medico francese Valentin che venne dalla Francia per approfondire alcune nozioni sul sistema di cura dei pazzi, Anderbach, celebre medico prussiano e tanti altri. E’ d’uopo qui ricordare un particolare che attesta la celebrità del Manicomio di Aversa e che gli diede maggior lustro negli anni futuri.
Nel 1816, il duca di Modena Francesco IV d’Este, a sua volta insoddisfatto della assistenza che si praticava nel manicomio di S. Lazzario in Reggio Emilia, istituito l’anno prima, e volendovi apportare una riforma generale, inviò il prof. Antonio Gallone -
Tra gli insigni personaggi politici che visitarono il Manicomio di Aversa per constatare «de visu» i progressi raggiunti dai sanitari di quel Pio Luogo: restano memorabili le visite effettuate nel 1819, dall’Imperatore Francesco I d’Austria e dall’Imperatrice Carolina accompagnati dal Metternich; della imperatrice Maria Luisa, vedova di Napoleone I, dall’arciduca Giuseppe, Re di Sassonia, dai Reali di Baviera, dal principe ereditario di Danimarca, dall’erede del trono di Svezia, dall’Arciduca Michele dall’Arciduchessa Elena di Prussia; da Ferdinando d’Austria con l’Arciduca Carlo.
Fra gli ammiratori particolarmente entusiasti va ricordato il romanziere francese Alessandro Dumas padre che, dopo la visita pubblicò, come diremo più avanti, diversi interessanti articoli.
L’ antica importanza dell’Ospedale Psichiatrico «La Maddalena» non andò perduta nel corso degli anni perché uomini come Biagio Miraglia, scienziato di fama mondiale (il Manicomio di Aversa lo ricorda con una magnifica lapide murata qualche anno fa e con un busto in bronzo posto nella sala d’aspetto della direzione), Gaspare Virgilio e Filippo Saporito, dedicarono tutta intera la loro sapienza alla cura dei pazzi seguendo attentamente il progresso della scienza in quel campo ed apportando di conseguenza le trasformazioni e modifiche tendenti a rendere sempre più efficaci i mezzi curativi.
E l’Ospedale Psichiatrico di Aversa, con la direzione del grande Miraglia continuò la sua ascesa gloriosa imponendosi all’ammirazione di tutti, mentre la piccola città di Aversa, che conserva ancora intatta la sua antica topografia e molti fabbricati, ancora oggi oggetti d’ammirazione da parte dei turisti, divenne la più famosa d’Europa. Non mancarono, per questo motivo, Congressi di uomini della scienza i quali vollero avere personali contatti con i dirigenti del Pio Luogo al fine di studiarne metodi e sistemi. Ricordiamo, per inciso, soltanto il II Congresso Freniatrico Italiano, presieduto dal prof. Verga.
In detta occasione i medici specialisti di tutta Italia convenuti ad Aversa restarono sbalorditi dei risultati ottenuti nell’interesse di tanti sventurati ritornati in perfetta sanità mentale per la tenacia e paziente opera dei medici dell’Istituto Psichiatrico.
«PSICOTERAPIA E PSICODIAGNOSTICA»
Non crediamo sia inopportuno ricordare in questa sede che fu merito del famoso frenologo Biagio Miraglia l’aver introdotto in psichiatria un nuovo sistema di terapia, oggi definita scientificamente «Psicoterapia o Psicodiagnostica» che si identificava nel far rappresentare ai folli drammi teatrali.
Il 15 giugno del 1862, Biagio Miragli, dopo un’accurata preparazione, portò la filodrammatica dell’Ospedale, da lui diretto, nel teatro «Fondo» di Napoli. I suoi folli si esibirono, tra l’ammirazione generale degli spettatori, nella tragedia «Bruto Primo» di Vittorio Alfieri, cantando in coro alla fine del terzo atto l’inno a Vittorio Emanuele, musicato da un alienato del Reale Manicomio, maestro Fortuna e poi il «Coro dei Lombardi» di Giuseppe Verdi.
Spronato dall’entusiasmo con cui gli spettatori e gli studiosi avevano accolto il suo primo esperimento di psicoterapia, circa un anno dopo e precisamente il 6 marzo del 1863, lo scienziato riportò nello stesso teatro i suoi ammalati di mente i quali si esibirono magnificamente nel forte dramma in quattro atti: «Il cittadino di Ganci, ossia il segretario del duca d’Alba» e nell’ «Ultima ora di Torquato Tasso» nei versi del Prati.
Prima che avesse inizio lo spettacolo, l’insigne frenologo così parlò alla folla degli spettatori «Questo dramma, concertato dal giovane Francesco Miraglia ai folli del RR. Morotrofio di Aversa, viene presentato alla indulgenza del benevolo pubblico, il quale seppe compatire costoro che, privi dell’intelletto, esposero, nell’estate scorsa, sulle medesime scene, il “Bruto Primo” di Vittorio Alfieri. Felice Persio, di cui il disordine perenne della mente tace al dominio della scienza e cui il benigno e dotto pubblico applaudì in quella tragedia dove sosteneva la parte di Bruto, è il protagonista del presente dramma ed insieme ai suoi compagni, fiduciosi nel compatimento universale, non possono offrire che la loro opera a favore dei danneggiati del brigantaggio». E’ inutile dire che quella sera in tutto il teatro, stipato oltre ogni limite, era stato disposto un imponente servizio di ordine pubblico che poi risultò superfluo, perché quei folli non dettero nessun segno che potesse far credere ad una imminente crisi nervosa, anzi si comportarono così bene che alcuni spettatori dimentichi che gli attori erano dei folli, ne ragionavano con entusiasmo come se quelli fossero stati dei veri e propri artisti.
Quella sera, tra gli innumerevoli spettatori vi era anche Alessandro Dumas padre, che, colpito da quanto aveva udito e visto sentì il bisogno di visitare il Manicomio «La Maddalena di Aversa» per rendersi conto di persona di come realmente venivano recuperati alla società quei folli e studiare i casi più caratteristici e di annotare successivamente sul giornale napoletano «Il Piccolo»: «Certo nulla si vide mai di più strano e di più portentoso di questo miracolo della scienza che giunge a creare quasi sopra la ragione turbata, una ragione nuova, calma, serena, consolante».
Da quel lontano giorno le rappresentazioni sceniche nell’Ospedale Psichiatrico di Aversa si susseguirono uno dopo l’altra sino a che non si giunse alla guerra mondiale.
Soltanto una quindicina di anni fa, dopo lunghi anni di silenzio la filodrammatica dell’ Ospedale Psichiatrico «La Maddalena», venne ricostruita dal nuovo direttore prof. Annibale Puca, il quale dette ad essa un significato ed uno scopo.
Dopo un’accurata e perfetta organizzazione, venne rappresentato il «Flaviano»: storia dei martiri cristiani nelle catacombe.
«Ebbene -
«Questo metodo, molto seguito negli ospedali psichiatrici americani, ha lo scopo di proiettare fuori della coscienza, attraverso la finzione scenica, materiali patologici, ma anche di rieducare a sentimenti di cristianità e di umanità malati pervertiti o assenti dal lato affettivo».
Qui è duopo chiarire che molti di questi artisti-
Oggi oltre alla filodrammatica, il Manicomio Civile ha anche una orchestra stabile formata quasi interamente dai ricoverati cronici i quali si esibiscono ai loro compagni ben due volte alla settimana.
Ed è per questo motivo che non abbiamo potuto fare a meno di accennare anche per sommi capi alla storia di quest’altro grandioso Pio Luogo aversano che ha compiuto i suoi centocinquant’anni di vita, tempo questo che vuole essere un libro di bellezze e di storia che non potevamo ignorare perché rappresentano delle tappe che stanno a dimostrare quanto sia grande il contributo che Aversa ha dato alla psichiatria: decine di migliaia di malati mentali restituiti alla società non possono non essere considerati perché da soli essi sono una testimonianza di quanto gli psichiatri aversani hanno dato alla causa della psichiatria, sia essa civile che criminale e ciò per rendere meno triste il soggiorno nelle case di cura a tanti infelici e per strappare quanti più era possibile di questi alla fase demenziale irreversibile, al deserto della mente che è la causa prima della «pallida mors» di oraziana memoria.
Oggi, grazie alla feconda opera del direttore Prof. Annibale Puca e di tutto il corpo sanitario che si avvale dell’opera di un forte nucleo di valenti professionisti quali i dott. Clemente Enselmi, vice direttore; dei primari dott. Guglielmo Romano, Gennaro Mattioli, Giacomo Cascella a prof. dott. Vittorio Catapano e dei dottori prof. dott. Paolo Lampitella, prof. dott. Giuseppe Maria, dott. Renato Buffardi, Alfonso Gambardella, Gennaro Vilardi, Eduardo Diana, Luigi Rondinella, Antonio Frizzante, Alcide D’ Aniello, Federico Fattore, Crescenzo De Chiara, Giuseppe Russo e Giuseppe D’Agostino come titolari e come assistenti volontari dott. Giovanni Capasso, specialista di malattie infettive e tropicali, Pediatria e in Neuropsichiatria; e dei dottori Guido Perugini, Salvatore Pompella, Gennaro Mattioli junior, Giuseppe Lionello, Michele Grassi, Giuseppe Capaldi, Dionisio Ferraiuolo, Franco Bravaccio, Nicola Numeroso e Carotenuto Paolo e dei seguenti specialisti Prof. Gerardo De Michele, Tisiologia; Dott. Franco Angelillo, otorino; Gaetano Golia e prof. Pesce, radiologia; Mario di Cicco, ortopedia; Ruggìero Ferraiuolo e D’Angelo, chirurgia; Raimondo De Paola e Grella, odontoiatria; Renato Coppola, urologia; Antonio Maurino, cardiologia; Corrado De Simone, oculistica ed infine di tre infermieri che hanno la qualifica di ispettore Capo ed ispettori che sono rispettivamente il sig. Gabriele Ferrara, Luigi Amoroso e Ferdinando Mazzini, il Manicomio Civile di Aversa è considerato uno tra i migliori d’Italia. A confermare tale fama basta elencare sinteticamente le tappe raggiunte in pochi anni di direzione del prof. Puca che vanno dall’Elettrochoc, all’elettroliquorterapia, terapia questa introdotta dal direttore il quale aveva scoperto che nel liquido di perfusione del liquore cefalo rachidiano, a seguito di uno choc venivano a formarsi delle tossine che agivano su particolari organi degli ammalati di mente producendo in essi dei piccoli traumi, anche se questo particolare liquido veniva iniettato per via intramuscolare. Inoltre gli ammalati vengono trattati con vari altri sistemi di cura che vanno dalla malariologia, alla narcoanalisi, alla ibernazione, ai corni insulinici, alla psicoanalisi, alla psicochirurgia con la lobotomia transorbitaria e la leucotomia prefrontale, alla neurochirurgia, con la stupenda invenzione del «Pneumo anemizzatore del cervello» inventato dal prof. Felice Visalli dell’Università di Roma e sperimentato ad Aversa con ottimi risultati, alla Filatov e tante altre terapie che sarebbe troppo lungo elencare e descrivere come meriterebbero.
Attualmente il Manicomio «La Maddalena» è fornito di tutti gli apparecchi scientifici atti alla più profonda diagnostica dei mali che tormentano la mente dei folli. Tra questi apparecchi segnaliamo soltanto quello di radiologia e craniologia, l’Elettroencefalografo che dà la possibilità allo psichiatra di leggere attraverso le onde trasmesse dal pensiero i segreti del cervello e quindi diagnosticare il male che un folle ha, o se in esso vi sia una lesione organica, un tumore ecc.
Questo apparecchio un giorno non lontano probabilmente, chissà, abbinandolo con quella che viene definita «la macchina della verità» della quale si è molto discusso, ma che oggi viene usata quasi normalmente in quasi tutti gli ospedali psichiatrici sia civili che giudiziari e al «cronista-
Il dott. Verde spera che un giorno questi tre apparecchi una volta fusi insieme gli diano la risposta innanzitutto dove risiede la coscienza, l’anima, il giudizio, il discernimento, la condotta morale, il senso dell’onore, la volontà o la nolontà, dove abbia altresì sede la memoria, il senso dell’onestà, i freni inibitori, il sentimento del dovere, la violenza, l’impulso dell’ira, il senso dei pentimento, la generosità e l’altruismo o l’egoismo, il carattere, perché se è vero che ad altri interrogativi si sono avute delle risposte più o meno positive, a queste ancora nessun scienziato o macchina prodigiosa che fosse è riuscito a rispondere.
A solo titolo informativo riportiamo, qui di seguito, i nominativi dei direttori sanitari che si sono succeduti dal 1813 ad oggi nel Manicomio Civile «La Maddalena»: Giovanni M. Linguiti, Giuseppe Simonelli, F. Maria Bonelli, Federico Cleopazzo, Biagio Miraglia, Federico Federi, Gaspare Virgilio, Giovanni Motti, Onofrio Fragniti, Eugenio Lapegna, Francesco Vizioli, Annibale Puca.
LA RIVOLTA DEI FOLLI CRIMINALI
Affinché questa fatica potesse avere il consenso di tutti abbiamo creduto opportuno recarci in casa Saporito. Ed è stato così che siamo stati ricevuti nella vasta biblioteca dello scienziato. L’ambiente non ha subito nessuna modifica dal giorno della nostra ultima visita, e nella sala austera e silenziosa tutto parla ancora di lui.
Dall’alto delle librerie, l’immagine di Filippo Saporito, quella di suo padre, ed i volti severi di due sacerdoti: gli zii che furono suoi rigidi ed affettuosi educatori.
Sul tavolo, una fotografia di Umberto II con il non più piccolo Vittorio Emanuele, dedicata al professore. Poco distante, un’altra fotografia che raffigura Filippo Saporito nell’atto di ricevere dalle mani del Ministro della Giustizia On. Grassi (ora defunto), la medaglia d’oro conferitagli a coronamento di 50 anni di lavoro e di studio alla Direzione del Manicomio Giudiziario di Aversa ed al Ministero di Grazia e Giustizia quale ispettore Generale Alienista.
Ancora una fotografia con dedica di Giosuè Carducci, un autografo di Luigi Settembrini, riguardante la seconda delle sue lezioni di Storia della Letteratura Italiana e, infine, la pagina della «Sociologia Criminale» di Enrico Ferri, ove si esalta l’opera di Filippo Saporito.
Ad una parete le fotografie con dedica di Luigi Settembrini e della sua «Gigia»; ed ancora quella dell’insigne naturalista tedesco Haechel e quella del Régis, maestro della psichiatria francese; parole particolarmente affettuose si leggono sulla fotografia di Pietro Rosano. Fra tanti personaggi famosi, un umile volto sconosciuto: il devoto «Maestro» Luciano, che per anni lavorò in casa Saporito.
Abbiamo anche notato, sul tavolo, il «Faust» di Goethe, «La vita degli Animali» e un album dedicato al grande musicista aversano Domenico Cimarosa, al quale il prof. Saporito fece erigere un magnifico monumento e nel cui nome istituì delle Borse di Studio a beneficio di giovani aversani inclini alla Musica.
In questo ambiente dove Filippo Saporito aveva tanto lavorato avemmo qualche anno fa, l’onore di intervistarlo: ritrovarci qui oggi ci è parso di rivivere l’atmosfera di quegli incontri.
Lo rivedemmo, mentre serenamente ci parlava di avvenimenti e di persone legate alla storia dell’Istituto ed ai momenti difficili della sua vita. Fu così che venimmo a conoscenza di una rivolta: era il 1908, il Manicomio Giudiziario andava formandosi lentamente e vi era ancora una certa promiscuità tra detenuti in osservazione e delinquenti folli.
Questa situazione creava gravi problemi al personale di custodia che non riuscì ad evitare la sommossa: riuscì invece a domarla isolando gli elementi più turbolenti -
Nel 1916 si verificò un altro avvenimento che turbò l’armonia del Manicomio: un ricoverato, eludendo la vigilanza dei custodi, salì sui tetti dell’Istituto e cominciò a «regalare» tegole ai passanti.
Anche negli anni ‘30 avvenne qualcosa di simile. L’internato T. Salvatore, alla vigilia del suo trasferimento al Manicomio Civile di Cagliari, si inerpicò sul punto più alto dell’Istituto e rimase per molte ore abbracciato all’asta della bandiera. Il prof. Saporito era a Roma e rientrò immediatamente ad Aversa non appena apprese la notizia, dove peraltro erano stati fatti numerosi tentativi per avvicinare il folle ed indurlo a scendere. Erano giunti i Vigili del Fuoco da Napoli ed avevano cercato invano, facendo anche uso degli idranti, di costringere il T. a gettarsi nel telo di salvataggio.
Il Vescovo di Aversa, S.E. Carmine Cesarano, si recò personalmente sul posto e, malgrado avesse rivolto al folla paterne parole di esortazione, ne ricevette in risposta solo gesti e parole incomprensibili.
Dopo un’ intera notte di inutili tentativi, il Saporito, incurante del grave pericolo a cui si esponeva, salì sui tetti, giungendo a pochi metri dal T.: le sue parole suadenti ebbero effetto immediato ed il ricoverato finalmente si decise ad abbandonare la sua pericolosa posizione e si fece docilmente ricondurre in Reparto dal suo Direttore.
Filippo Saporito ci spiegò, con tranquillità, che quel malato era epilettico, e che, se fosse stato colpito da una crisi, sarebbe precipitato senz’altro nel vuoto: non ci disse però che un gesto incontrollato dei T. avrebbe messo in serio pericolo la sua stessa vita, mentre su di una lunga scala gli si avvicinava coraggiosamente.
FORTUNATO BIRLEFFI IL FAMIGERATO BRIGANTE E FRANCESCO MELANDRO
DUE ESEMPI DI ATTACCAMENTO ALL’ISTITUTO
Verso la fine del 1919 il Ministro della Giustizia Aldo Oviglio fece approvare dal Parlamento un decreto che concedeva la grazia a quanti avevano scontato almeno quarantanni di carcere.
Nel Manicomio Giudiziario di Aversa si trovava allora Fortunato Birleffi, soprannominato «Bubbolone», famigerato brigante che era stato il temutissimo capo di una banda di briganti che infestava le campagne romane. Tale banda, come ricordano le cronache del tempo, venne sgominata solo dopo lunga lotta, in quanto era organizzata forse meglio di un esercito. Chi, per disgrazia, veniva fermato da questi briganti, doveva ben raccomandarsi la propria anima a Dio perché sicuramente non avrebbe fatto più ritorno in famiglia: i briganti dopo averlo depredato, lo uccidevano mangiandone spesso le carni.
Dopo l’occupazione di Roma, Fortunato Birleffi, già condannato all’ergastolo dal Tribunale Pontificio, passò dalle carceri vaticane a quelle italiane e da queste, dopo cinque lustri, al Manicomio Giudiziario di Aversa. Nell’istituto, Bubbolone mantenne una condotta disciplinata e per questo gli vennero affidati piccoli incarichi di fiducia che egli, servizievole e preciso, portò sempre a compimento senza dar luogo a rilievi di sorta.
Bubbolone aveva scontato circa cinquant'anni di pena; il Ministro Oviglio che conosceva il suo caso, riuscì ad ottenere la concessione di grazia per il brigante e ne diede comunicazione al Prof. Saporito. Questi ne informò il Birleffi; a tale notizia chiunque si sarebbe rallegrato: Bubbolone, invece, prima rise, poi pianse, infine si mise ad urlare.
Poi si prostrò ai piedi del Prof. Saporito supplicandolo di non metterlo fuori: egli ormai riteneva il Manicomio come la sua naturale dimora. Saporito commosso dalle sue insistenze, gli promise che avrebbe fatto di tutto perché rimanesse.
E Bubbolone, che ad ogni visita di studiosi veniva presentato come il tipico esempio di uomo primitivo, avendo sulle spalle un vello fitto che lo faceva somigliare più ad una scimmia che ad un uomo, rimase nel Manicomio Giudiziario di Aversa ancora tre anni. Un giorno egli non si svegliò: senza un lamento era morto durante la notte.
Altro esempio tipico di attaccamento all’Istituto che l’ospitava è quello del ricoverato Francesco Melandro.
Da tempo il Melandro per la sua disciplina e mitezza, accompagnato da un agente, spesso veniva utilizzato per lavori all’esterno del Manicomio Giudiziario.
Un giorno il Melandro, accompagnato, come al solito, dall’agente, uscì dallo stabilimento per effettuare delle compere. Al ritorno l’agente volle fermarsi in un’osteria per bere un bicchiere di vino, ma i bicchieri furono parecchi. Il Melandro non volle bere e rimase poco discosto, in un angolo. Ad un tratto si avvicinò all’agente per ricordargli che era tardi ed avrebbe dovuto rientrare, ma con sua gran sorpresa si accorse che questi dormiva profondamente. A questo punto, alcuni avventori si avvicinarono al Melandro e lo invitarono a fuggire, ma egli rispose: «Fuggire è facile, ora, ma non mi sento di rovinare la carriera dell’agente S. e di ricambiare con tanta ingratitudine tutto il bene che mi ha fatto il prof. Saporito».
Poi, visto che l’agente benché scosso più volte, continuava a dormire, se lo caricò sulle spalle, e per un viottolo fuori mano, per evitare che lo vedessero, arrivò al Manicomio dove lo scaricò.
Quando il Saporito venne a conoscenza del fatto, chiamò i due protagonisti dell’incredibile episodio e chiese loro se quanto aveva appreso rispondesse a verità. Avutane conferma, punì l’agente e premiò il Melandro.
L’affetto e la devozione che i ricoverati del Manicomio Giudiziario di Aversa nutrivano per il loro direttore, erano la conseguenza degli appropriati sistemi di trattamento che il Saporito usò sempre verso i folli criminali.
Mai ricoverato pericoloso ed eccitato che fosse, si permise alzare un dito contro l’illustre scienziato, che pure, spesso e sempre indifeso s’intratteneva con i suoi pazienti per ascoltarne i discorsi, i desideri, le confidenze e studiarne il carattere.
L’unico caso di violenza, risultato poi benefico, ebbe a verificarsi il 19 agosto del 1943. Alcune «fortezze volanti» americane apparvero nel cielo di Aversa. Al suono delle sirene di allarme, tutti i folli corsero nel ricovero antiaereo esistente nell’interno del Manicomio. Soltanto il prof. Saporito era restato nel cortile ad osservare alcuni lavori di costruzione. Improvvisamente un matto, mentre le fortezze volanti scendevano sempre più su Aversa, si avvicinava al Direttore, lo afferrava bruscamente alle spalle e di peso lo portava nel rifugio.
Qualche secondo dopo le mura della vecchia Aversa venivano scosse dallo scoppio delle bombe che gli aerei americani avevano lasciato cadere sulla stazione ferroviaria e sul deposito munizioni di Gricignano d’Aversa.
LA VISITA A GRAMSCI E LA CONSEGUENTE LIBERAZIONE DAL CARCERE
Filippo Saporito, ancora studente, si dedicò allo studio della psichiatria, iniziando la sua attività, sul finire dell’800, sia presso il Manicomio Giudiziario, sia presso il Manicomio Civile di Aversa come abbiamo già innanzi parlato. In quest’ultimo istituto giunse al primariato, e presentatosi al Concorso venne incluso nella terna dei vincitori, insieme con il prof. Fragnito.
Quasi contemporaneamente il Saporito risultava vincitore del Concorso Nazionale per Direttore del Manicomio Giudiziario: egli optò per tale carica, e nel 1907 successe al suo maestro Gaspare Virgilio.
L’alto senso della missione professionale lo guidò verso innovazioni assistenziali ed organizzative nel trattamento dei folli criminali, ove limitò l’impiego dei mezzi contentivi e restrittivi ai soli casi in cui la incolumità del singolo o quella del personale di assistenza fosse posta in pericolo. Potenziò notevolmente, invece, il trattamento psico-
Questa sua fiducia fu tradita una sola volta: un pazzo che sembrava volesse baciargli la mano, in realtà gliela morse!
Per Filippo Saporito, entrare in una cella od in una camerata non significava studiare soltanto l’individuo che vi era ristretto, sebbene trarre nuove esperienze dall’acuta osservazione dei rapporti tra l’uomo e l’ambiente.
La maggior parte dei suggerimenti e delle innovazioni da lui progressivamente introdotte nel sistema penitenziario italiano è infatti legata al profondo desiderio di recuperare quei relitti umani che quotidianamente incontrava e che la società aveva posto al bando.
Ci sembra interessante a questo proposito riferire un episodio caratteristico nella sua tragicità.
Nel corso di una ispezione sanitaria ad uno stabilimento Penale Saporito ebbe modo di notare che un detenuto era rimasto assolutamente immobile, inginocchiato e senza profferir parola per tutta la durata della visita. L’anormale atteggiamento dell’uomo lo indusse ad interessarsi di lui: venne così a sapere che il detenuto, condannato per omicidio, da lungo tempo conservava quella posizione, le sue ginocchia avevano addirittura lasciato la loro impronta sul duro pavimento della cella!
Il Direttore del Penitenziario lo aveva sempre considerato un soggetto docile e tranquillo, ma lo psichiatra scoprì in lui i gravi sintomi della malattia mentale e ne dispose l’immediato trasferimento al Manicomio Giudiziario per poterlo trattare più razionalmente, poiché in questo caso il soggetto era affetto da una forma caratteristica di cronico delirio mistico-
Nel corso della sua attività di psichiatra e criminologo, Filippo Saporito incontrò anche uomini d’ingegno che, per aver svolto attività politiche contrastanti con quelle «ufficiali» del regime fascista, erano «ospiti» delle Carceri del Regno.
Tra costoro conobbe Antonio Gramsci, che visitò incarico del Ministro di Grazia e Giustizia.
Il Capo del Partito Comunista Italiano, rinchiuso nell’Istituto per «minorati fisici e psichici» di Turi, era uomo di eccezionale cultura ed intelligenza, di animo assai mite, incapace di fare del male, talora ingenuo come un bambino. Era però stremato nel fisico dalle conseguenze di una vita sgretolata: egli stesso ricordava le «orgie di lavoro e di nervini» cui si sottoponeva frequentemente, durante i periodi di più intensa attività. Malgrado fosse minato da un male implacabile, con spiccato senso di «humor» faceva notare come, in fondo, il carcere gli avesse allungata l’esistenza, tenendolo lontano dagli eccitanti e soprattutto dalle sigarette.
La visita del Saporito fu oggetto di una dettagliata relazione tecnica che pervenne non solo al Ministro di Grazia e Giustizia, ma anche al Capo del Governo, Mussolini: quest’ultimo tenne in gran conto le conclusioni dello psichiatra e dispose la liberazione di Gramsci.
Sottratto alla detenzione, Antonio Granisci venne confinato a Formia in una clinica specializzata, dove si spense nel ciclo conclusivo della sua grave infermità.
CON UN GRUPPO DI FOLLI CRIMINALI PER LE VIE DI AVERSA
Il Saporito non si limitò ad introdurre modifiche più o meno rilevanti nell’organizzazione interna degli istituti penitenziari italiani.
Egli infatti considerò sempre folli e detenuti come esseri umani che al termine della detenzione avrebbero dovuto essere aiutati a reinserirsi nel circolo sociale e pertanto cercò di provare in ogni modo la recuperabilità dei vari soggetti.
Una delle dimostrazioni più valide di tale tesi venne occasionalmente data durante la prima Guerra Mondiale: si verificò infatti ad Aversa uno sciopero generale che paralizzò lo scarico della farina alla stazione ferroviaria, creando una situazione di vivo disagio per la popolazione. Allora Filippo Saporito attuò una geniale soluzione, guidando personalmente un gruppo di ricoverati del Manicomio Giudiziario fino alla stazione delle Ferrovie dello Stato.
Il corteo devi pazzi criminali attraversò la città mentre porte e finestre venivano precipitosamente chiuse; la banda del Manicomio accompagnava il ritmico incedere dei folli e per tutta scorta vi era un solo agente, disarmato.
In realtà, Saporito, prima di far aprire i cancelli ai «suoi» folli, li aveva scelti personalmente uno per uno, ed aveva garantito alle autorità la riuscita dell’impresa, purché per le strade non si fossero visti cordoni di truppa o forze dell’ordine armate.
Alla stazione ferroviaria gli scioperanti avevano saputo qualche cosa, ma non tutto, e si erano perciò schierati, armati di bastoni e mazze di ferro, lungo le banchine, dicendo che i «crumiri» o la truppa (perché credevano che fossero dei soldati) avrebbero dovuto passare sui loro corpi prima di procedere allo scarico della farina. Ma quando videro di che «truppa» si trattava, non opposero resistenza, anzi, impauriti se la diedero a gambe immediatamente.
Dopo qualche ora i forni ed i mulini di Aversa riprendevano il lavoro, mentre i matti così come erano usciti, rientrarono ordinatamente al Manicomio Giudiziario.
LIBERATI DAI TEDESCHI, RIENTRARONO DOPO VENTI GIORNI DI PROPRIA VOLONTÀ 170 DEI 300 FOLLI CRIMINALI
Altro episodio, forse più straordinario, e meno conosciuto avvenne il 4 ottobre 1943, quando un pazzo criminale bussò al cancello del Manicomio Giudiziario. Venticinque giorni prima, un ufficiale tedesco, recatosi con un gruppo di militari armati nell’ufficio del Direttore gli aveva comunicato che a partire da quel momento gli edifici erano da considerarsi occupati dal suo reparto. Il prof. Saporito, meravigliato da tale provvedimento gli chiarì la natura dell’Istituto, ma l’ufficiale, abituato ad essere prontamente obbedito, ordinò ai suoi uomini di mettere in libertà i reclusi.
Il prof. Saporito ed il personale di custodia temevano che gli infermi approfittando della confusione generale e sbandati com’erano avrebbero potuto commettere altri delitti, forse ripetere i reati che li avevano portati ad Aversa. Fortunatamente tale timore si dimostrò infondato, perché, quando i tedeschi ormai non erano più ad Aversa uno dei ricoverati liberati bussò al cancello principale dell’Istituto: nei giorni successivi molti altri ritornarono spontaneamente. Verso la fine di ottobre 170 dei trecento criminali folli messi in libertà erano rientrati. Dei rimanenti alcuni rimasero vittima degli eventi bellici, altri vennero deportati in Germania, altri si arruolarono nei reparti partigiani, altri infine riuscirono a raggiungere le loro famiglie e si trovarono nell’impossibilità di rientrare, rimanendo tagliati fuori dal fronte che si spostava verso l’Italia settentrionale.
Perché tornarono? Molti si sono posti questa domanda senza avere una chiara risposta. E invece una risposta c’è: tornarono perché sapevano che ad Aversa avrebbero ritrovato un asilo sicuro, tra gente che avrebbe avuto cura di loro, mentre fuori erano sbandati e maltrattati da tutti, e sottoposti a tutti i rischi della guerra, comprese le misure drastiche delle truppe d’occupazione contro tutti coloro che non potessero giustificare regolarmente la loro presenza nelle retrovie del fronte.
IL RECUPERO DEL DELINQUENTE FOLLE FU LA META CHE SI PREFISSE SAPORITO
Le numerose riforme in corso di progressiva attuazione tendono a realizzare in tutti gli Istituti penitenziari una più efficace azione educativa da parte del medico criminologo, coadiuvato dal personale di assistenza ben qualificato e specificamente addestrato al delicato compito cui è preposto.
La frase «Studiare per conoscere, conoscere per governare, governare per bonificare», sintetizza il pensiero del Saporito sul trattamento da seguire per il recupero del delinquente. Infatti i problemi connessi al trattamento del detenuto sono di indole varia e perseguono tutti il medesimo fine dell’utile reinserimento dei soggetto nella società. Bisogna tener presente che altro è il delinquente occasionale, spinto al delitto prevalentemente da fattori ambientali, altro è il delinquente abituale, che è aduso ai crimine. Di qui la necessità di distinguere queste due grosse categorie di delinquenti e trattarli in maniera rispettivamente adeguata.
Alla base del trattamento è lo studio del soggetto, che non deve limitarsi ad una semplice indagine di routine, ma creare un rapporto di fiducia tra il detenuto e l’ambiente che lo ospita. Dopo questo primo passo fondamentale potrà avere inizio un trattamento rieducativo in senso più vasto, che va dall’istruzione alla eventuale qualificazione professionale. Si crea, così, la possibilità di saggiare il comportamento del soggetto di fronte alle piccole difficoltà dell’ambiente disciplinato e di correggerne le eventuali tendenze anomale, prima che venga a contatto con le ben più grandi difficoltà e con i contrasti del mondo esterno.
Ed è per questo motivo che l’enorme varietà di casi umani che il mondo della delinquenza offre allo studio del biologo si concilia difficilmente col rigido schematismo della legge. E il lungo dissidio tra giudice e biologo, in gran parte risolto in Italia, dalle norme legislative che regolano il complesso sistema delle misure di sicurezza, è alla base di numerose incertezze e tentennamenti.
PIU’ DURA DELL’ERGASTOLO E’ LA TOTALE INFERMITA’ MENTALE
Intendiamo anzitutto chiarire che le misure di sicurezza non si basano su di un criterio di imputabilità, ma sulla pericolosità sociale del soggetto. Esse non sono pertanto a carattere repressivo, ma preventivo e rappresentano una forma di difesa della società nei confronti di soggetti autori di reati che manifestino o anomalie della condotta o veri e propri stati morbosi di interesse psichiatrico.
Per questi soggetti la legge prevede misure di sicurezza sostitutive o completive della pena. L’internamento in Manicomio Giudiziario per un periodo minimo di 2, 5 e 10 anni, è sostitutivo della pena e si applica nei confronti di coloro che all’atto del commesso reato erano per infermità in condizioni tali da escludere la loro capacità di intendere e di volere.
La Casa di Cura e Custodia è, viceversa, completiva della pena, e, applicata per quei soggetti che all’atto in cui commettevano il reato, avevano diminuita la capacità di intendere e di volere, ma non esclusa, per cui viene trascorsa in particolari istituti, tra cui quello di Aversa, e in genere dopo la pena detentiva.
Su quest’ ultimo punto, in particolare, è tuttora in atto la polemica a cui si è accennato poc’anzi. Infatti, mentre per il biologo la seminfermità mentale è una realtà clinica che esige l’immediata terapia, l’attuale sistema previsto dalla legge e quindi dal Codice Penale, pur riconoscendo la necessità di un particolare trattamento, per questi soggetti riconosciuti seminfermi di mente, ne procrastina la terapia al termine della pena.
Ed allora al profano viene spontaneo di chiedersi? Ma se quel tale individuo era seminfermo di mente al momento del delitto perché non lo si cura prima, se necessario anche più a lungo, e poi lo si rimette in libertà, altrimenti se lasciato in abbandono perché, come prevede la legge, deve prima scontare la pena, la malattia potrebbe aggravarsi e quindi dopo sarebbe oltremodo difficile poterlo curare e reinserirlo nella società? E’ questa, purtroppo, una sfasatura della legge italiana che sarà molto difficile appianare, in quanto sarebbe necessario escludere che si possa commettere un reato con una capacità mentale grandemente ridotta.
Resta però un dato altamente positivo, ed è la possibilità di seguire il soggetto, in quanto ristretto in queste particolari Case di Cure e Custodia, e progressivamente saggiarne le capacità di riadattamento sociale anche attraverso le licenze sperimentali.
Inoltre la legge consente di prorogare l’internamento in Casa di Cura e Custodia, quando a giudizio dei medici e del giudice di sorveglianza, sussiste la pericolosità sociale del soggetto. La pratica attuazione di questi concetti non può prescindere da complessi edilizi attrezzati in senso ospedaliero, che consentano anche agli internati un regime di vita paragonabile, nel rispetto delle necessarie garanzie di sicurezza, alla vita libera.
Antesignano di tali realizzazioni, il Saporito, più di 30 anni fa, introdusse in Italia il sistema di servizi igienici binati non comunicanti a torrino, che oggi è diffuso anche in molti stabilimenti similari all’estero. Analogamente ha sostituito le tetre inferriate che per secoli irraggiavano il pallido sole a scacchi, con finestre-
I PERICOLI DELLA TOTALE INFERMITÀ MENTALE
In precedenza nell’esaminare le disposizioni di legge relative all’applicazione delle misure di sicurezza ne abbiam puntualizzato alcuni aspetti negativi e positivi. Intendiamo ora riferirci alle possibilità di prorogare l’internamento in Manicomio Giudiziario o Casa di Cura e Custodia quando al termine del periodo minimo stabilito in sentenza sussiste la pericolosità sociale del soggetto. Tale possibilità, mentre è un’ottima misura di profilassi sociale, può creare un certo danno all’interessato soprattutto quando si tratti di autori di reati di lieve entità, per i quali la comune pena detentiva è in genere di durata minore rispetto al minimo stabilito per l’internamento.
Siamo personalmente a conoscenza di uno di questi casi: si tratta di una donna di mezza età che incriminata per incauto acquisto, reato di lievissima entità, e prosciolta perché priva della capacità di intendere e di volere, ha trascorso lunghi anni in regime di proroga (ne ebbe due soltanto) presso il Manicomio Giudiziario e venne qualche anno fa, infine, trasferita all’Ospedale Psichiatrico Civile essendo cessata la sua pericolosità sociale, ma sussistendone quella dei folli comuni.
Si tratta di una donna che segue una logica apparente nei suoi discorsi, nei quali di tanto in tanto si evidenziano spunti deficitari della critica. In sostanza il suo reato è stato molto lieve ma ha permesso di scoprire in lei i segni della malattia mentale che nella sua tragica progressiva evoluzione è tuttora presente e ne giustifica il ricovero in Ospedale Psichiatrico.
E’ difficile per noi profani renderci conto dei sottili meccanismi che regolano la dimissione dei ricoverati dagli Ospedali Psichiatrici, ed una situazione come ; quella che abbiamo or ora descritto fa pensare ad una ingiustizia nei confronti dell’internata. In realtà ancor oggi, malgrado i notevolissimi progressi compiuti dalla psichiatria e dalla psicofarmacologia, non è possibile dimettere alcuni tipi di ammalati, senza rischiare disastrose conseguenze.
Ci è stato poi spiegato che la paziente con cui avevamo parlato è affetta da una forma dissociativa che la renda capace di agire in modo del tutto imprevedibile, anche se il suo comportamento esteriore conserva un’apparenza di normalità. Del resto anche nel corso del nostro colloquio abbiamo avuto la netta sensazione che ella tendesse ad oltrepassare i limiti della sua cultura e della sua condizione perché ha criticato ampiamente, e con argomentazioni spesso paradossali, il complesso sistema delle misure di sicurezza a carattere ospedaliero, ed ha persino intavolato, senza le necessarie basi conoscitive, vivaci discussioni sul Lombroso e la sua opera.
Non nascondiamo la nostra iniziale perplessità, nell’ascoltarla: ci era sembrata seriamente preparata sull’argomento, ma all’improvviso abbiamo notato come tendesse ad attribuire al Lombroso ed al legislatore italiano buona parte delle sue sofferenze.
Dopo di ciò abbiamo rievocato le figure più note di donne criminali, inferme di mente, che furono sue compagne di sventura.
Ella ci ha parlato a lungo di Maria Antonietta Lazzarini, che prosciolta per totale infermità di mente dal reato di omicidio in persona del proprio amante, conte Trivulzio, trascorse lunghi anni ad Aversa.
Nel ricordo della sua ex compagna, essa appare come una donna poco o punto pentita del proprio delitto, del quale andava quasi orgogliosa. Ma la nostra gentile collaboratrice non può né poteva sapere che l’atteggiamento freddo ed anormale della Lazzarini svelava l’esistenza di un grave disturbo della personalità, fatalmente progressivo, come attesta il lunghissimo ricovero, durato ben più a lungo del periodo stabilito dalla sentenza di proscioglimento per totale infermità mentale.
Altra figura che ci è stata ampiamente descritta è quella della contessa Pia Bellentani: una donna indubbiamente colta, sensibile, raffinata, amante dell’arte, scriveva poesie e novelle e, da valente musicista, eseguiva di tanto in tanto brani di musica classica al pianoforte.
A chi ebbe modo d’incontrarla, svelò il tormento dell’anima sua per le enormi conseguenze del suo gesto sulla propria famiglia e su quella della vittima, l’industriale Carlo Sacchi. Ella soffriva moltissimo al pensiero delle figlie, che vivevano lontano da lei proprio in quel particolare periodo della vita in cui si comincia a diventar grandi, ma si è ancora bambini, e si sente, inespresso ma forse più vivo, il bisogno dell’affetto materno.
Abbiamo chiesto alla nostra interlocutrice, non senza una certa punta di malignità, se ella ritenesse la Bellentani inferma di mente, così come la riconobbe Filippo Saporito: è apparsa visibilmente sorpresa di questo nostro dubbio, e, riferendosi a quanto ci aveva già detto, ha sottolineato la fragile personalità della contessa, che facilmente cedette all’impulso irresistibile di reagire in modo inadeguato e risolvere tragicamente, sparando, nei lussuosi saloni di Villa d’Este sul lago di Como, sul suo amante che supponeva la stessa tradendo con altra donna, una situazione sentimentale che creava nel suo animo una tempesta affettiva.
Visto che ci troviamo in argomento non ci è possibile sorvolare su di una polemica intervenuta tra il sottoscritto ed il Sen. Mario Venditti, pochi giorni dopo che Filippo Saporito ebbe depositato la perizia psichiatrica con la quale riconosceva inferma di niente la contessa Pia Bellentani Caroselli.
Il senatore Venditti, in quell’occasione scrisse un articolo violentissimo contro lo psichiatra criminologo aversano accusandolo di aver voluto favorire la Contessa Bellentani riconoscendola inferma totalmente di mente ed invocando per questa sventurata donna il proscioglimento.
Noi a quell’articolo reagimmo nella medesima maniera e, come abbiamo chiarito già, scrivemmo che il riconoscimento della totale infermità di mente alla Bellentani, non era un favore bensì una ben più dura condanna, perché infatti la Bellentani era inferma di mente.
Oggi a distanza di dieci anni, così come avvenne per Passannante circa un secolo fa, la prova più inoppugnabile ci viene fornita da una collaterale della Bellentani: una sua figlia, infatti, ha tentato il suicidio! E’ questa una debolezza mentale che ha una ben precisa definizione in psichiatria. Ciò basta!
Prima di chiudere questo capitolo e dopo questo chiarimento ci par giusto riprendere il racconto della nostra interlocutrice. Per questa ben diversa era l’immagine di Leonarda Cianciulli, meglio conosciuta come «la saponificatrice», il cui nome ancor oggi fa rabbrividire al ricordo degli efferati delitti che ella commise in preda ad un delirio mistico, in cui si innestavano reminiscenze di culti primitivi.
Il viso segalino, il naso aquilino, gli occhi scintillanti, il fatuo sorriso, venato di un che di diabolico: questa la descrizione della donna che uccise tre persone e ne distrusse i corpi, trasformandoli in sapone o in piatti... prelibati.
Orbene questa stessa donna, nell’Istituto di Aversa trascorreva lunghe ore a ricamare ed a cucire: l’unica sua «fissazione» era quella di comporre lunghe poesie in rima baciata, in cui ricorrevano frequentemente i temi mistici del suo delirio.
Abbiamo anche rievocato la figura di Caterina Fort, autrice di uno dei più foschi delitti del dopoguerra, che fu per lungo tempo in osservazione psichiatrica ad Aversa; ed ancora Lidia Cataldi e sua sorella, protagoniste di un altro dramma della follia omicida.
A questo punto ci siamo accorti che il nostro discorso, iniziato come una intervista, non molto diversa dalle altre, aveva assunto anche per noi il carattere di una meditazione: una triste meditazione sulle sventure umane, sulle vittime dei reati e sulle vittime della malattia.
Abbiamo citato questo caso volutamente, perché spesso sulla stampa quotidiana e periodica si è parlato del proscioglimento come di una forma di favoritismo: ebbene ciò che un comune delinquente, sano di mente avrebbe pagato con una detenzione ordinaria di pochi mesi, si è trasformato, per l’ammalato di mente, in un internamento la cui scadenza dipende solo dall’evoluzione della malattia.
Il caso che descriveremo nel capitolo successivo è la prova più lampante di questo nostro asserto: meglio il carcere che il manicomio giudiziario!
MEGLIO IL CARCERE CHE IL MANICOMIO GIUDIZIARIO
(ovvero)
LA TRISTE ODISSEA DEL FARMACISTA L. D’AMBROSIO
A rafforzare vieppiù la tesi già esposta, relativa ai supposti benefici derivanti dal proscioglimento per totale infermità di mente, ci sembra interessante rievocare la storia di un clamoroso delitto commesso circa 50 anni fa: l’assassinio di Achille Ballori, capo della Massoneria Italiana, da parte del chimico-
Le vicende di questo individuo ci confermano che un soggetto riconosciuto totalmente infermo di mente all’atto del commesso delitto ed assegnato ad un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, può, secondo l’art. 22 C.P. non uscire mai più da tale Istituto.
Il dott. d’Ambrosio, infatti, trascorse oltre 25 anni nel Manicomio Giudiziario, e non vide mai più la libertà.
Ma eccovi la cronaca di questo clamoroso delitto.
Verso le ore 19 del 31 ottobre 1917, un uomo piuttosto basso, tarchiato, con una corta barbetta bionda, entrò in Palazzo Giustiniani, a Roma, sede della Massoneria italiana, chiese di essere annunziato al Comm. Achille Ballori; disse di chiamarsi Giobbe de’ Giobbi. L’usciere che lo ricevette, forse per un oscuro presentimento, gli consigliò di ritornare l’indomani dicendogli che il Ballori non era in ufficio. La timorosa menzogna dell’usciere venne però immediatamente smentita dall’improvvisa apparizione dello stesso comm. Ballori; lo sconosciuto visitatore lo riconobbe subito, disse ai presenti che voleva parlare da solo con il Commendatore, poi, estratta fulmineamente una rivoltella fece fuoco ripetutamente nulla vittima. Subito dopo si dileguò indisturbato.
Il Ballori, appena colpito, si appoggiò pesantemente all’uscio, poi faticosamente si trascinò nel suo ufficio, ove cadde al suolo. Venne immediatamente soccorso dal segretario generale dell’Ordine e altri volenterosi: adagiato nulla sua poltrona, con uno sforzo estremo disse: «Mi hanno sparato, Perché? Chi?», poi reclinava il capo e spirava.
Frattanto l’assassino, con passo celere si dirigeva in via A. Valenziani ove era l’abitazione del prof. Ettore Ferrari, altro membro della Massoneria. Raggiunto il palazzo, chiese alla portiera se il professore fosse in casa, adducendo la necessità di parlargli di uno strano affare: «Debbo ordinargli una tomba, ed ho con me un acconto da consegnare personalmente al prof. Ferrari».
La donna sapeva che il professore non voleva essere disturbato e gli disse perciò che non era in casa, ma lo sconosciuto, per nulla scoraggiato, scrisse rapidamente un biglietto e la pregò di consegnarglielo appena fosse stato possibile. Il testo del messaggio era il seguente: «Il signor Giobbe de’ Giobbi desidera parlarLe, e consegnarLe una somma ragguardevole. Saluti rispettosi».
Quindi si allontanò. In quel momento giunse trafelato il prof. Schialvo, che recava al Ferrari la notizia della tragica morte del Comm. Ballori: a questi la portiera descrisse lo strano discorso fattole dallo sconosciuto che era appena andato via, e mostrò il biglietto.
Quando lo Schialvo corse fuori del portone, l’assassino era ancora visibile in fondo alla strada, ed egli invano tentò di raggiungerlo. Il giorno successivo venne però tratto in arresto, e, interrogato, dichiarò che aveva in animo di compiere una strage di tutti i massoni, e che Ballori era stato solo il primo. Venne identificato per il dott. Lorenzo d’Ambrosio, chimico-
Fu accertato che era un anarchico individualista, se non proprio un massone scontento, e che mai aveva lasciato trapelare il suo odio contro la Massoneria. Inoltre l’accurata preparazione del delitto fece escludere ai suoi accusatori l’infermità mentale, ma diede adito alle più ampie congetture sui moventi dell’omicidio. Sottoposto ad esame psichiatrico, il d’Ambrosio venne invece subito ricoverato al Manicomio Giudiziario d Aversa.
Per la sua infermità di mente, venne prosciolto dal reato ascrittogli, ma alla scadenza del periodo minimo di misura di sicurezza, venne prorogato il suo internamento nell’Istituto. Ciò si verificò più volte, ed egli uscì dall’Istituto solo per recarsi all’estrema dimora.
Mai nessuno seppe perché egli aveva ucciso, ed allora, come oggi, qualche massone crede che il d’Ambrosio non agì di sua iniziativa, ma che dietro di lui vi fosse un mandante.
Si sa solo che gli psichiatri che lo ebbero in cura lo classificarono tra i folli che possono diventare omicidi quando sono in preda a particolari sviluppi delle loro idee deliranti a contenuto persecutorio.
Oggi molti criminologi stranieri non la pensano così: difatti il dottor Lawrence Freedman, docente di psichiatria presso l’Università di Chicago, dopo aver sviluppato le anamnesi dei quattro assassini di presidenti della storia americana, ne ha desunto «gli elementi microscopicamente comuni: tutti e quattro gli assassini furono individui solitari, dilaniati da dubbi, misantropi, in gradi diversi, affetti da turbe nevrotiche, sul piano individuale incapaci di provvedere a se stessi». Tutti costoro, «palesamente malati sul piano clinico -
Con ciò vogliamo dire che le teorie di cento anni fa hanno subìto oggi tali e tante interpretazioni che è impossibile, dire ed affermare, anche se i caratteri esteriori sono identici, che due individui siano uno sano di mente, e l’altro invece infermo. Per poter differenziarli occorrono doti di grande ingegno che soltanto pochi uomini hanno avuto ed hanno oggi, altrimenti s’incorrerà nell’errore di credere folle chi ragiona e sano il pazzo.
LA SEMINFERMITÀ DI MENTE DEL GIOVANE BARONE GIARDINA
Qualcuno certamente ricorderà il dramma vissuto a suo tempo dal giovanissimo barone Giuseppe Giardina che, riconosciuto infermo parzialmente di mente, potette essere liberato prima che la misura di sicurezza fosse trascorsa completamente.
Il minorenne barone Giuseppe Giardina, trascorse il periodo di sicurezza nel Manicomio Giudiziario di Aversa, dal quale uscì libero a seguito della grazia ottenuta dal Ministro della Giustizia.
Ma ecco la storia di questo minorenne.
Il barone Giuseppe Giardina discende da un’antica e aristocratica famiglia piemontese. Il nonno, generale e ispettore di Sanità, sognò farne un ufficiale come lui, ma i suoi sogni naufragarono in quanto si spense quando questi era ancora molto giovane.
L’infanzia del giovane barone fu tutto un tormento: la lue ereditaria e le continue malattie minarono enormemente il suo gracile fisico.
L’adolescenza di Pucci (così lo chiamava la madre) si compì in Piemonte ove la sua famiglia era sfollata sin dal gennaio 1943. Lì il giovane visse apparentemente i giorni di scuola che frequentava assiduamente col gioco e il disegno che coltivava come l’hobby preferito.
La fine della guerra fu salutata dal giovane barone con gioia più perché sapeva che sarebbero finiti i bombardamenti che per tutti gli altri motivi.
Verso la fine del 1945, Pucci, allora appena quindicenne, sentendo spesso la madre parlare della casa di Roma, decise di partire per la città eterna, per rendersi conto di come stava la casa.
Con un pezzo di pane e pochi soldi in tasca parte per la città, mentre in una breve lettera indirizzata alla madre, spiega la ragione del suo allontanamento.
A Roma Pucci trovò la sua casa occupata da un comando americano. La sorpresa fu enorme. Per avere delle spiegazioni si rivolse ad un ufficiale americano, il quale gli rispose che se voleva poteva anche restare in casa. Il barone a tale proposta, come se fosse stato ipnotizzato, senza pensarci due volte, decise di restare. Da quel giorno Pucci cambiò fisionomia: l’ufficiale americano lo portava sempre con sé in tutti i locali notturni facendolo spesso ubriacare e dandolo in pasto a facili donnine. Quando ritornò a Torino dalla madre, i suoi non lo riconobbero più: Pucci non era più quel ragazzo spensierato che pensava solo a leggere romanzi a fumetto e a disegnare paesaggi fantastici, ma era diventato tutto ad un tratto un piccolo uomo, un uomo invecchiato, con le spalle curve, la voce rauca e gli occhi infossati. Quel mese di sbornie e di divertimenti avevano lasciato nell’animo dell’ingenuo ragazzo dei solchi profondi, tanto che quando espresse il desiderio di ritornare a Roma, non fu possibile trattenerlo. Con la scusa di cercarsi un lavoro, per aiutare la famiglia ridotta alla miseria, ripartì per Roma. In questa città non fece fortuna. Approfittando che alcuni americani suoi amici si recavano in Sardegna, s’imbarca con questi con la segreta speranza di trovare lavoro. Nell’isola per vivere è costretto a fare i lavori più umili: dal facchino allo scaricatore di porto. Fu in questo luogo che conobbe certo Tarcisio Loverci, col quale consumò la rapina ai danni dell’autista Leopoldo Grossi. La vita preoccupata e avventurosa della Sardegna fecero del giovane barone un raffinato simulatore e imbroglione. Quando ritornò a Roma riprese la vita di scavezzacollo e delittuosa.
Un giorno arrivarono dalla Sardegna i suoi ex amici e cioè il Tarcisio e due donnine una delle quali e precisamente Antonia Fiore, aveva influito moltissimo col suo fascino sul cuore del ragazzo.
Qualche giorno dopo venne consumata una rapina a Valle Giulia in danno del Duca Gaetani e della signorina Masetti.
Il giovane barone, dopo la rapina, commise l’imprudenza di regalare alla sua donna il portacipria della signorina Masetti, mentre gli orecchini, che aveva rubato in casa di questa li tenne in tasca in attesa venderli ad un ricettatore. E furono proprio questi che lo tradirono. Fermato dalla polizia gli furono rinvenuti in tasca i due gioielli.
Il ragazzo appena tradotto in questura ed interrogato non cercò minimamente di negare, anzi, al contrario confessò anche colpe non commesse con quell’accanimento e quell’esaltazione che dettero subito al giudice la chiara sensazione di trovarsi di fronte ad un pazzo. E fu questo il motivo per il quale venne inviato ad Aversa per essere ristretto nel Manicomio Giudiziario.
Ad Aversa il giovane barone gangster, l’inesperto rapinatore di Valle Giulia, fu oggetto di particolare studio da parte dei psichiatri aversani i quali prendendo in esame uno studio del prof. Saporito, poterono così inquadrarlo e catalogarlo secondo lo schema «I Plessi Criminogeni» enunciati dal grande scienziato aversano.
I PLESSI CRIMINOGENI
L’opera scientifica del Saporito è rappresentata da più di 100 pubblicazioni di Neuropatologia, Psichiatria Forense e Antropologia Criminale; inoltre, per lo studio analitico della personalità del delinquente aveva elaborato un originale schema, che gli fu di grande aiuto anche ai fini didattici (insegnò per molti anni Tecnica Penitenziaria nei rapporti con l’Antropologia Criminale presso l’Università di Roma). Questo schema, conosciuto sotto il nome di «Plessi criminogeni», è graficamente rappresentato da tre serie di cerchietti, allineati e disposti su tre file parallele. Nelle due scale laterali (scala biologica: fattori congeniti a sinistra e fattori acquisiti a destra) ogni cerchietto rappresenta la personalità umana nei due nuclei fondamentali delle sue attività: il complesso delle funzioni istintive, vegetative, in altri termini la paleopsiche, è rappresentato dal punto nero centrale; il complesso delle funzioni superiori, che elaborano, trasformano e controllano le precedenti, è invece rappresentato dall’area chiara che circonda il punto nero, e giunge fino al cerchietto periferico.
Nella scala di sinistra, la paleopsiche è simboleggiata in proporzioni variabili rispetto alla neopsiche: progressivamente, il puntino nero si ingrandisce sempre di più, a spese dell’area chiara che lo circonda, fino a che nell’ultimo elemento della scala i due elementi della personalità appaiono fusi, confusi in un’unica massa nera, senza traccia di distinzione.
Essa dà l’immagine di quei delinquenti che toccano la estrema bassura dell’umana degenerazione, quelle figure mostruose, talora nell’aspetto esteriore non meno che nello spirito, che, fortunatamente rare, sbucano di tanto in tanto anche in gruppi sociali particolarmente evoluta Sono sempre degli uomini sbagliati, usciti imperfetti dalla fucina della vita, che perennemente minacciano la società e che sono spinti ad offenderla non appena intervenga l’azione di quel coefficiente esterno che è presente in quasi tutte le azioni criminose.
Nera scala di destra è rappresentata la personalità dell’uomo normalmente evoluto. La scala centrale indica tutta le possibili correlazioni tra le due scale laterali: simboleggia cioè tutti gli eventi di varia natura che possono suscitare, in una personalità tarata, una risposta criminosa.
A tal fine il Saporito soleva sentenziare: «La nostra meta deve essere quella di collocare il tragico problema della delinquenza sulle solidi basi della biologia, e convincere gli increduli che la lotta contro il delitto si combatte con le armi della scienza e dell’amore. Esse devono protendersi tutte ed irrobustire quel che ognuno di noi porta con sé di buono dalla nascita ed a spegnere quel che di male si accompagna minaccioso accanto al bene».
Tali profondi concetti, del Saporito, vennero sanzionati dal Congresso Internazionale di Criminologia, tenutosi a Roma nell’ottobre del 1938. Il prof. Saporito, nel corso dei lavori, svolse un’ampia e dettagliata relazione sulle esigenze generali del sistema penitenziario italiano -
Ecco il testo delle tre proposte, che sono le pietre miliari per lo studio della personalità del delinquente folle
1) «Che il metodo da adottare per lo studio della personalità del delinquente sia totalitario ed unitario, informato cioè al criterio della scomposizione analitica e della ricomposizione sintetica della personalità, previo accertamento di tutti i fattori genealogici, biografici e sociologi, efficienti durante il periodo formativo della personalità, di quelli che costituiscono la compagine attuale, nella sfera somatica ed in quella psichica, e di quelli che concorsero a deformarla all’atto del delitto;
2) «Che lo studio della personalità del delinquente sia formalmente e sostanzialmente inserito nella funzione della giustizia, mediante la maggiore e più efficace collaborazione possibile tra giudice ed esperto, in tutte le tre fasi del ciclo giudiziario (istruttoria, giudizio ed esecuzione), dal momento in cui si verifica l’evento criminoso e lungo tutta la vita detentiva;
3) «Che la collaborazione tra l’esperto ed il giudice abbia i suoi organi concreti in Centri di Osservazione e di smistamento dei detenuti nelle grandi carceri giudiziarie e negli istituti di prevenzione e di pena ad orientamento scientifico, con funzionari di carriera, specializzati ed intimamente ingranati nella vita giudiziaria».
IL MANICOMIO GIUDIZIARIO DI AVERSA
UNO DEI PIU’ MODERNI D’EUROPA
I rapporti con la stampa: la consegna delle perizie Paternò e Bellentani -
La presenza ad Aversa di ospiti illustri, spesso mobilitò la stampa nazionale, per cui il Manicomio Giudiziario, fu meta preferita dai giornalisti!
L’ultima «mobilitazione generale» rimonta all’epoca in cui alla contessa Pia Bellentani Caroselli venne concesso un mese di licenza, da parte del Giudice di Sorveglianza del Tribunale d S. Maria C. V.
L’Istituto fu letteralmente assediato dai fotoreporters, per più di 24 ore e vi fu una lotta serrata, alla quale partecipammo anche noi per conto di cinque quotidiani («La Stampa», «Corriere Lombardo», «Resto del Carlino», «Nazione» e «Il Giornale»), nel vano tentativo di assicurarci una foto di colei che circa sei anni prima, negli sfarzosi saloni di Villa d’Este, aveva ucciso il suo amante, Carlo Sacchi, con un colpo di pistola.
Poi, nel caldo pomeriggio estivo, il cancello si dischiuse e la contessa apparve, al braccio del fratello: una scarica interminabile di flasches e poco dopo il rombo di un’auto che si allontanava verso Sulmona.
In quegli anni il prof. Saporito fu spesso intervistato dagli inviati di molti periodici e dei più importanti quotidiani italiani: egli riceveva sempre tutti con grande amabilità, ma mantenne il più assoluto riserbo sul lavoro di perito, senza lasciar trapelare indiscrezioni sul caso che tanto appassionò e divise l’opinione pubblica. Del resto non era nuovo a situazioni del genere, perché spesso, nella sua lunga carriera gli era capitato di essere bersagliato dalla curiosità professionale dei giornalisti.
Già molti anni prima, infatti, all’epoca del processo dei barone Paternò, egli dovette ricorrere ad uno stratagemma per recarsi, inosservato, a depositare la perizia: i colleghi che tentavano di intervistarlo non lo conoscevano di vista, per cui fu facile al Prof. Saporito, quando venne avvicinato da alcuni giornalisti che lo avevano scambiato per un funzionario del Tribunale, rispondere che... il prof. Saporito era ripartito dopo di aver depositato la perizia psichiatrica.
Per chi non conosce questo caso clamoroso, ricordiamo brevemente la storia di questo delitto avvenuto al principio del secolo: la tragica conclusione di una storia d’amore tra il tenente Vincenzo Paternò, Barone di Cugno e la Contessa Giulia Trigona di S. Elia, suscitò ampia eco in tutta l’Italia, soprattutto per la discendenza nobiliare dei protagonisti. In particolare, la contessa Trigona era dama di Corte, e la Regina, al corrente della sua relazione con il Paternò, l’aveva spesso invitata a troncare ogni rapporto con il tenente.
Il processo venne celebrato a porte chiuse, e coloro che vi parteciparono per ufficio professionale, s’impegnarono a mantenere il più assoluto riserbo sulle vicende processuali.
il verdetto fu di condanna all’ergastolo per il Barone Paternò, colpevole di omicidio premeditato in persona della Contessa di S. Elia, ed in ciò la magistratura fu perfettamente d’accordo con le conclusioni peritali a cui era giunto il prof. Saporito dopo accurate osservazione del caso.
GIOVANNI AMATI
Nel 1949, alla direzione del Manicomio Giudiziario succedeva il Prof. dott. Giovanni Amati che per molti anni era stato allievo del Prof. Eugenio La Pegna, prestando come assistente, la sua opera presso l’Ospedale Psichiatrico «La Maddalena». Come medico dell’Ospedale Psichiatrico, il Prof. Amati condusse numerose ricerche sui rapporti che intercorrono tra la tubercolosi e criminalità, nonché sulla genesi della microcefalia pura. In quel periodo s’interessò anche alla terapia di alcune malattie mentali mediante la somministrazione di medicamenti ipnotici e barbiturici ad azione prolungata ed al trattamento delle sindromi metaluetiche con la malarioterapia.
Mentre era ancora medico del manicomio civile e precisamente nel 1926 vinse il concorso indetto dal Ministero della Giustizia, ed entrò a far parte del Manicomio Giudiziario come medico alienista. Successivamente vinse il concorso pubblico, risultando primo su tredici concorrenti, bandito dall’amministrazione dell’Ospedale Psichiatrico di Aversa, ma vi rinunciò preferendo rimanere ad organizzare gli Istituti del Manicomio Giudiziario e della Casa di Cura e Custodia per donne istituita con decreto del Governo Mussolini, su proposta del Ministro Rocco, in applicazione delle norme previste dal nuovo Codice Penale.
Benché avesse assunto in pieno, nel 1949, la direzione del Manicomio Giudiziario, il prof. Giovanni Amati, già nel 1932, come primario alienista sostituì costantemente il prof. Filippo Saporito nella gravosa carica di direttore, durante le lunghe assenze di questi per ragioni di servizio; nove anni dopo conseguivo lo promozione a direttore alienista, restando fino al 1948 quale sostituto del prof. Filippo Saporito.
Durante tutto il periglioso ed oscuro periodo bellico il prof. Amati, fronteggiò e superò do solo situazioni oltremodo difficili, aggravate dalla presenza di centinaia di detenuti e folli provenienti do altri Manicomi e carceri, riuscendo od evitare che si verificassero disordini e ribellioni.
Con lento e tenace opero negli anni successivi al 1949, riorganizzò l’imponente complesso degli Istituti costituiti dal Manicomio Giudiziario e dello Casa di Cura e Custodia per uomini e per donne, portandoli all’attuale efficienza assistenziale e di attività scientifica, organizzando e dirigendo quattro corsi per lo preparazione di agenti infermieri e dal 1957 in poi ho tenuto corsi di aggiornamento dei sottufficiali presso lo Scuola Militare AA.CC. di Portici e conferenze od Ufficiali e Sottufficiali della P.S. e dei CC., trattando argomenti di psichiatria e di criminologia clinico in rapporto alle misure di sicurezza di tipo ospedaliero, presentando nello stesso periodo numerosi casi clinici e giuridici di particolare interesse scientifico o gruppi di studenti delle Facoltà di Medicina e di Giurisprudenza di varie Università italiane ed o studiosi stranieri.
Nel 1938 partecipò, con Filippo Saporito, al I Congresso Internazionale di Criminologia tenutosi a Roma e nel 1950 a quello di Parigi e a tanti altri congressi nazionali di Psichiatria, Criminologia e Medicina. Nel 1958 venne designato dal Ministero di Grazia e Giustizia quale rappresentante italiano al Seminario sul Trattamento dei criminali e dei delinquenti, organizzato a Copenhagen dall’O.M.S., presentando uno comunicazione in francese che venne molto apprezzata.
Il Prof. Amati è autore di numerose pubblicazioni scientifiche di Psichiatria Forense e di Antropologia Criminale.
Tra le sue più recenti ricordiamo «La fase medico-
E’ Libero Docente di Antropologia Criminale presso la Università di Napoli e membro della Societè Internationale de Criminologie».
Nel 1961 venivo promosso Ispettore Generale Sanitario nell’Amministrazione degli I.P.P. del Ministero di Grazia e Giustizia, conservando nel contempo la direzione del Manicomio Giudiziario «Filippo Saporito» e della Casa di Cura e Custodia. Recentemente poi, il Ministro di Grazia e di Giustizia, con suo decreto ha conferito al prof. Giovanni Amati, Ispettore Generale Sanitario, la Medaglia d’Oro al merito della «Redenzione Sociale» in riconoscimento dello suo prezioso e lungo opero svolto come psichiatra e criminologo nello redenzione e nella cura di tonti infermi affidati alle sue cure.
In questo breve cavalcata non possiamo ignorare il contributo dato dal Prof. Amati nello studio di numerosi casi di folli criminali che hanno tenuto desto la curiosità dell’opinione pubblica e della stampa nel dopoguerra, per lo loro particolare azione criminosa quali, per esempio, Leonarda Cianciulli, detta: lo Saponificatrice; Caterina Fort, la belva di S. Gregorio; Pia Bellentani, la contessa in ermellino che uccise il suo amante Carlo Sacchi, con un colpo di pistola nei luminosi saloni di Villa d’Este sul lago di Como, perché l’aveva tradita con altra donna.
DOMENICO RAGOZZINO
Al Prof. dott. Giovanni Amati, lo scorso anno e precisamente il 1° agosto 1964, succedeva nella direzione del massimo Istituto Giudiziario Italiano, il dott. Domenico Ragozzino.
E’ questo un giovane giunto alla direzione del Manicomio Giudiziario, il più efficiente d’Italia ed il più grande d’Europa, dopo quello di Broadmoor in Inghilterra, grazie alla incrollabile volontà e preparazione scientifica.
Laureatosi in medicina e chirurgia col massimo dei voti il 30 luglio del 1948, il suo primo pensiero fu quello di specializzarsi in Neuropsichiatria, cosa che fece presso la Università di Torino. Il medesimo anno, entrò, come assistente volontario nel Manicomio Giudiziario, divenendo qualche anno dopo, a seguito di regolare concorso, indetto dal Ministero di Grazia e Giustizia, assistente ordinario, successivamente raggiunse il primariato, quindi fu nominato vice direttore e lo scorso anno, direttore.
E’ assistente alla Cattedra di Antropologia Criminale dell’Università di Napoli ed insegnante di Antropologia Criminale e di Psichiatria Forense presso la Scuola Militare per AA.CC. di Portici. Ha al suo attivo oltre 40 pubblicazioni scientifiche di Psichiatria Forense e di Antropologia Criminale.
A titolo di cronaca citiamo una soltanto delle quaranta pubblicazioni, perché ci è sembrata oltre che di enorme interesse giuridico, soprattutto umana per l’argomento trattato ed anche perché in netto contrasto con la proposta di legge che vorrebbe abolire la «licenza premio» ai folli criminali prosciolti.
La pubblicazione che è stata unica in Italia, perché nessun altro psichiatra ha creduto opportuno sfiorare l’argomento ha il titolo : «Necessità di conservare l’istituto della licenza agli internati sottoposti a misura di sicurezza di tipo psichiatrico».
IL PIU’ MODERNO D’EUROPA
Il Manicomio Giudiziario di Aversa, che dal 1955 per decreto ministeriale porta il nome di Filippo Saporito, ha raggiunto, malgrado che in quel medesimo anno l’allora Ministro di Grazia e Giustizia di Pietro ne disponesse, con decreto pubblicato il 10 luglio del 1955, la soppressione della sezione giudiziaria femminile, unica fino allora in Italia, per poi istituirla a Pozzuoli, (n’è direttore Capo il dott. Giulio Freda, che fu medico primario di quello di Aversa), sotto la sua guida prima, e sotto la direzione del dott. Giovanni Amati, poi, raggiunse il massimo grado di efficienza e sarà sempre più potenziato dall’attuale direttore dott. Domenico Ragozzino, divenendo il più importante Istituto dei genere in Italia ed uno dei più moderni d’Europa.
Difatti sono in corso di allestimento nuove sezioni per prosciolti che permetteranno di portare la popolazione degli internati da 800 unità attuali a 1.200. Inoltre si sta procedendo alacremente al completamento delle sezioni specialistiche di neurologia e chirurgia. E’ in via di riorganizzazione la sezione minori che ha nel programma la creazione di corsi di qualificazione professionale. A tale proposito sarà istituita una tipografia e rilegatoria e tutto ciò per completare e rendere operante il motto dei direttore Domenico Ragozzino, motto che vuole estrinsecarsi nel dare a tutti gli internati la possibilità di essere utili a se stessi, il giorno della loro libertà, e alla società. Quindi «lavoro per tutti gli internati» senza che nessuno sia escluso, in maniera che agli alienati resterà ben poco tempo libero per far rimuginare nelle loro menti ammalate i pensieri più tristi. Infine saranno portate a quattro le aule per l’istruzione di tutti gli internati analfabeti.
DUE STRANI EPISODI
Dato che abbiamo parlato di aumento delle aule scolastiche, non possiamo esimerci dal non citare due strani episodi che non molto tempo addietro si verificarono nel corso di una visita ispettiva.
Un giorno si presentarono al Manicomio Giudiziario l’ispettore scolastico Mazza ed il direttore didattico dott. Alfonso Anglisani per visitare la scuola interna e rendersi conto dei progressi raggiunti dall’insegnante prof. Giulio Amandola.
Dopo aver interrogato un gruppo di minori folli (la scuola era mista) ed essersi congratulato con l’insegnante per gli enormi progressi raggiunti nell’istruzione elementare di tutti quei che avevano abbandonato la retta via e che la «pallida mors» aveva portato a commettere reati più o meno gravi, il prof. Amandola, indicando un alunno adulto, raccontò ai due visitatori degli enormi progressi raggiunti in pochissimo tempo, cosa questa che lo meravigliava moltissimo, in quanto erano cose assolutamente straordinarie. E difatti, l’internato aveva iniziato dalla prima elementare, con le asticelle e scarabocchi, raggiungendo una perfezione di scrittura e di pensieri che estrinsecava in piccoli componimenti. Tale fatto meravigliò tutti, tanto che lasciata l’aula, sia l’ispettore Mazza che il direttore Anglisani si portarono alla direzione ove chiesero al prof. Amati di prendere visione della cartella clinica del «bravissimo alunno». Da questa scoprirono che quel tale era un insegnante e che, non si sa come, era sfuggito al controllo ed era stato assegnato alla scuola come analfabeta, ingannando tutti.
Altro episodio si verificò in occasione di una successiva visita ispettiva. L’insegnante prof. Antonio Coretti, stava impartendo, ad un gruppo di internati, delle lezioni teoriche di tendo, ad un gruppo di internati, delle lezioni teoriche di pallacanestro, quando giunse un ispettore scolastico assieme al direttore Anglisani. L’ispettore rivolto all’insegnante Coretti disse che quelle lezioni si dovevano dare all’aria aperta, perché era necessario a tutti i componenti la squadra che facessero del moto, molta ginnastica, insomma, aggiunse infine, dovevano fare dell’Ergoterapia. Al che, uno degli internati, che poi risultò essere uno studente universitario, rivolto all’ispettore disse: «professore, mi perdoni, l’ergoterapia l’ha qui introdotta il prof. Saporito e poi è tutt’altra cosa e se il significato le sfugge le dirò che vuole significare che è una maniera di cura: curare facendo lavorare».
LA NOSTRA VISITA
Recentemente abbiamo avuto la possibilità di visitare questo meraviglioso complesso ospedaliero, al seguito di un gruppo di studiosi italiani e stranieri: è stata una esperienza indimenticabile.
Il gruppo di visitatori è stato ricevuto nell’austera Sala «Gaspare Virgilio», dove, dopo un breve saluto ed un rapido cenno storico sull’Istituto, il direttore, coadiuvato dal corpo sanitario al completo composto dal vice direttore dott. Guido Soria, dal medico Capo Servizio dott. Ugo Massari, dal prof. dott. Serafino Procaccini, dottori Giuseppe Temponi, Amato Amati, Nino Longobardi e dagli specialisti prof. Tommaso Masella, chirurgo; Franco Angelillo, otorino; Raffaele Merolla, analista; Mario Di Cicco, ortopedico; Guglielmo Romano, cardiologo; Silvio Salvio, oculista; Gaetano Golia, radiologo; Renato Coppola, urologo; Pasquale Cortile, tisiologo, ha presentato una serie di casi clinici di particolare interesse criminologico: si trattava di un gruppo di soggetti che avevano commesso reati vari in un improvviso, imprevedibile scoppio di follia.
L’illustrazione di questi casi, in una sala ricca di storia, sulle cui pareti campeggiano le figure di Garofalo, Ferri, Lombroso e Virgilio, ed il busto bronzeo di Filippo Saporito ci ha riproposto in tutta la loro attualità quei problemi che sono stati dibattuti dagli studiosi di criminologia.
Al termine di questo incontro a carattere scientifico, abbiamo iniziato la visita vera e propria.
Un rapido, interessantissimo sguardo ai laboratori scientifici e poi ci siamo incamminati, lungo i viali alberati, verso l’interno dell’Istituto.
Abbiamo così visitato le scuole elementari, frequentate da giovani che hanno uno sviluppo psichico ritardato, l’ampia sala, dove una volta alla settimana vengono proiettati films educativi ed istruttivi, particolarmente selezionati abbiamo avuto anche la sorpresa di essere ricevuti dalla banda del Manicomio, (composta di folli che hanno imparato a suonare ad Aversa) che ha eseguito un nutrito repertorio composto di inni e marcette.
IL MUSEO CRIMINALE
...forse fu allora che Lamorge divenne pazzo...
Mentre ascoltavamo le note musicali che si sprigionavano nell’aria, la nostra mente rimembrava vecchi ricordi, tra i quali quello inerente al famoso tenore Lamorge che, per molti anni, dopo la morte di Enrico Caruso, tenne deste le platee di tutto il mondo.
Ogni giovedì nel Manicomio Giudiziario, solevano dare dei concerti musicali e spesso il Lamorge, che vi era rinchiuso per scontare una lieve pena detentiva e di misura di sicurezza, cantava delle romanze e veri e propri pezzi d’opera. Un giovedì come al solito, e come non mai e forse meglio di qualsiasi altro tenore, attaccò la famosa romanza di Cavarados. Quando alla fine il pianto stava per smorzarsi in gola, dalla platea partì un fischio acuto che agghiacciò tutti e stroncò d’incanto la voce del Lamorge. Nel medesimo istante, cosa mai fatta prima, il tenore andò in escandescenze e fu necessario mettergli la camicia di forza alcuni che ricordano quell’episodio, sono sempre stati decisi ad affermare che il Lamorge divenne pazzo quella sera.
...e Frufrù un giorno morì...
Nei corridoi del Manicomio Giudiziario di Aversa, per chi non lo sapesse, circolano numerosi internati che non hanno mai dato fastidio ad alcuno e sono spesso addetti ai più svariati lavori e ciò per distrarli un poco. Ebbene qualche anno fa si incontrava spesso un ingegnere di S. Maria C.V. che soleva raccontare, con voce suadente e convincente, ai visitatori i quali spesso non sanno se si tratta di un infermiere o di un inserviente, la storia di un gattino: Frufrù che egli amava teneramente e che era per lui tutto, ma quando arrivava alla fine del racconto, l’ingegnere non era più una persona... normale, perché diventava pazzo furioso nel medesimo istante che diceva: ...e Frufrù un giorno morì...! Gli agenti di custodia avevano grande timore di Frufrù, perché ogni volta che l’ingegnere terminava di raccontare la storia era necessario mettergli la camicia di forza, perché soltanto allora si manifestava la sua pazzia.
...aveva vent’anni e sembrava una collegiale...
Era bionda, bellissima: due occhi stupendi che facevano incantare tutti coloro che la vedevano: sembrava, insomma, una collegiale coi suo vestitino bleu con colletto bianco, oppure quelle mani che sembravano di alabastro si erano strette alla gola di un giovane, soffocandolo.
Quando, molti anni fa, la scorgemmo tra un gruppo di allieve della scuola interna al Manicomio Giudiziario, restammo estasiati per la finezza dei suoi modi e della maniera come porgeva il discorso: era insomma una ragazza superiore e non dava a nessuno la sensazione di essere un’omicida folle; una delle peggiori «belve» umane. E difatti quella medesima notte le sue gracili mani di alabastro si serrarono alla gola di una compagna di cella uccidendola e fu questo il motivo per il quale non la vedemmo più.