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SIFPP - Il manicomio giudiziario nella sua storia recente: Aversa

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Il manicomio giudiziario nella sua storia recente: Aversa


Tratto da: Alberto MANACORDA, Il manicomio giudiziario, 1982, De Donato, p. 84 - 96


Il manicomio giudiziario di Aversa nasce nel 1876 quale Sezione per maniaci della locale Casa penale per invalidi. Il luogo in cui vennero finalmente riuniti dell'amministrazione penitenziaria i primi 19 «pazzi criminali» era ubicato in un antico convento cinquecentesco. Nato infatti come convento di San Francesco di Paola nel 1558, l'edificio restò adibito ad usi di culto fino al 1808. Fu poi soppresso, e seguì la destinazione abituale delle strutture conventuali italiane secolarizzate: caserme, ospedali, carceri. A nessuno di questi destini sfuggì l'edificio aversano. Dapprima trasformato in caserma, fu poi adibito nel 1812 a casa correzionale; nel 1841 a Deposito di mendicità, e nel 1849 a carcere maschile, divenuto nel 1855 succursale del piú importante carcere di Santa Maria Capua Vetere. Sempre nel corso del 1855 la sua destinazione fu mutata in quella di carcere femminile; nel 1859 divenne Casa di forza per le condannate delle province di Napoli e di “terra di lavoro”. (1)

Man mano che ne cambiava la destinazione, si facevano lavori di riattamento, sempre però di poca entità. Ampliamenti piú decisi furono fatti dopo la destinazione a manicomio giudiziario, e furono eseguiti espropriando man mano suoli di privati ed edifici religiosi, fino ad includere piú tardi anche il castello aragonese, che già era stato usato come caserma di cavalleria. Non appena istituito, il manicomio aversano cominciò a ricevere “ospiti” da ogni parte d'Italia. Era infatti l'unico a funzionare, e tale rimarrà per dieci anni.

Ma i guai si fecero sentire subito. Ambienti disagiati, scomodi, insalubri, vitto scadente, assistenza medica ed infermieristica praticamente inesistente. Fu cosí che una indagine ispettiva effettuata nel 1906 concluse con una relazione catastrofica, da cui emergeva come unica concreta possibilità quella di sopprimere l'istituto. A richiederne la soppressione non erano allora i detrattori dell'istituzione, ma i suoi fautori, ivi compreso il direttore Gaspare Virgilio.

A lui successe nel 1907 Filippo Saporito, che si mise alacremente all'opera per cercar di raddrizzare le sorti di un istituto che ormai da ogni parte veniva considerato ignominioso, ed alla cui soppressione il governo pensava seriamente. Il Saporito iniziò un notevole sforzo organizzativo, nonostante che la popolazione detenuta fosse ormai passata - essendo rimaste invariate le strutture - a circa 350 unità. L'attività incessante del Saporito ebbe gradualmente i suoi frutti. Organizzò i reclusi in maniera militaresca ma permeata di un paternalismo tipico del liberale di vecchio stampo. Utilizzò perfino i «pazzi criminali» come crumiri durante uno sciopero generale. Con alla testa la banda musicale del manicomio, li guidò personalmente allo scalo ferroviario, e li adibì allo scarico della farina per panificazione.

Questa incessante attività si reggeva naturalmente soprattutto sullo sfruttamento del lavoro dei reclusi. Era già quella l'epoca in cui gli psichiatri magnificavano le glorie della ergoterapia (cura attraverso il lavoro), che dei vantaggi li portava certamente. Forse non ai reclusi. E dopo una visita fatta nel 1926, Enrico Ferri, figura prestigiosa della scuola positiva, poteva scrivere che il Saporito aveva reso l'istituto aversano

col lavoro degli stessi pazzi delinquenti un manicomio giudiziario modello, col razionale trattamento dei reclusi e con larga applicazione del lavoro, divenendo molto redditizio [ ... ]. (2)

Nel 1931, entrato in vigore il codice Rocco, è ancora direttore Saporito (lo resterà in tutto per ben 42 anni); al manicomio giudiziario di Aversa viene annessa la casa di cura e custodia per uomini e donne. Gli anni che vanno fino alla seconda guerra mondiale sono praticamente senza storia. O meglio, ricchi di una storia interna che non trapela mai “fuori”, se non nei ricordi di qualche vecchio internato. Il 9 settembre 1943, immediatamente dopo l'armistizio, l'istituto viene requisito dalle truppe tedesche, e i 300 internati dimessi all'improvviso manu militari. Non sembra che nelle settimane successive la presenza di 300 «pazzi criminali» in libertà sia stata in qualche modo avvertita nella città di Aversa o nel resto d'Italia. E dei 300 “evasi legali” 170 rientreranno spontaneamente al manicomio. II resto si era disperso nel Paese in guerra.

Nel 1949 succedeva a Saporito Giovanni Amati, che in qualità di vicedirettore lo aveva praticamente sostituito fin dal 1932. Il suo posto veniva preso l'1.8.64 da Domenico Ragozzino.

Il silenzio istituzionale dura fino al 1975. La vita “dentro” continua come sempre. Nuovi internati e detenuti vengono ammessi; gli internati che hanno completato la misura di sicurezza vengono dimessi, ma quasi mai rinviati al loro domicilio. Con la formula della «residua pericolosità comune ai folli» vengono il piú delle volte trasferiti al manicomio civile della stessa città. Aversa è infatti una delle sedi manicomiali piú importanti d'Italia. Ospita - oltre a quello giudiziario - un manicomio civile che fu fondato nel 1815. Le due strutture costituiscono ovviamente un importante punto di riferimento anche economico per la popolazione. Non v'è praticamente famiglia aversana che in un modo o nell'altro non abbia connessioni con uno dei due manicomi.

Anche Domenico Ragozzino fu a suo modo notevolmente attivo nella gestione dell'istituto. Sotto la sua direzione esso continuò ad essere frequentemente visitato da criminologi, docenti universitari, studenti di giurisprudenza e di medicina.

Ogni tanto un internato o un detenuto che era stato ristretto ad Aversa riferiva sulla vita in quell'istituto dati poco lusinghieri, in genere accuse velate e non direttamente indirizzate a persone, soprattutto per timore delle rappresaglie, sempre possibili se gli fosse capitato di ritornarci. Ma fu negli ultimi giorni del 1974 che un ex internato presentò finalmente all'autorità giudiziaria un formale esposto-denuncia sulle vicende da lui e da altri vissute nel manicomio giudiziario di Aversa. Le vittime cominciavano a parlare. E non piú sussurrando dei «pare» o dei «si dice» , bensí denunziando ormai chiaramente luoghi, date, fatti, nomi, cifre.

Il 15.12.74 il pretore di Aversa riceve l'esposto-denuncia, firmato da Aldo Paolo Trivini, un internato che era stato recluso ad Aversa nel 1972-73. Sono 56 pagine fittamente dattiloscritte, in cui Trivini ha raccolto un suo memoriale ed a cui ha alleato le dichiarazioni di altri sei internati o ex internati del manicomio aversano. Il pretore esamina la denuncia, vi ravvisa ipotesi di reato che travalicano la sua competenza, e la trasmette alla Procura della repubblica di Santa Maria Capua Vetere. L'esposto di Trivini è ricchissimo di dati e - quel che piú conta - le varie testimonianze che egli in questa prima fase raccoglie coincidono pienamente su tutti i punti sostanziali. Non è possibile, per l'ampiezza del documento, darne qui il testo integrale, che è peraltro molto istruttivo. Ne daremo di seguito alcuni stralci, testualmente trascritti:

Nel tempo in cui fui ad Aversa la popolazione dello stabilimento era di 876 detenuti [...] io ero fra i prosciolti [...] ed essendo prosciolto ebbi come nome al mio arrivo il n.1775, con l'obbligo di ripetere il mio numero ogni qualvolta che l'avrei sentito dalle guardie; e proprio perché ero un prosciolto, venni messo alla staccata, dove per l'appunto venivano messi i prosciolti.

Questa sezione del manicomio era chiamata cosí dalla iniziale dizione di Sezione distaccata. Aveva infatti sede in un edificio separato dal complesso degli altri e precisamente nella ex caserma della cavalleria borbonica.

Appena lo scopino mi ebbe portato il materasso feci per distendermi, quando vidi che era bagnato e sporco di feci di alcuni giorni. Chiamai la guardia ma fu inutile, perché questa mi rispose che non l'aveva sporcato lui ma i miei compagni. Mi arrangiai alla meglio per poi mettermi sotto le coperte per il gran freddo che faceva.

E il giorno dopo, all'ora del “pranzo”:

poco dopo dovetti alzarmi perché di fuori sentivo una casciara con grida maledizioni, andai nel corridoio e vidi la guardia seduta in un angolo che si dava da fare per distribuire il cibo, in mezzo ai piedi aveva il secchio della brodaglia, con delle polpette tutte annerite. Con un mestolo versava la brodaglia, con una mano dava la polpetta. I detenuti circondavano la guardia fino a coprirla del tutto, ma questa, menando il mestolo a destra e sinistra si creava lo spazio necessario a muoversi. Molti detenuti si presentavano con dei bicchieri per ricevere la brodaglia e questo creava degli incidenti, giacché la guardia, distribuendo la brodaglia lo faceva meccanicamente, come un pistone in continuo avanti e indietro, sicché se c'era qualcosa sotto, una gavetta o un bicchiere la brodaglia andava in una di essa, al contrario, tutto andava per terra. Senonché chi si faceva sotto con il bicchiere riceveva la brodaglia, un po' nel bicchiere, l'altra sulla mano, a questo punto però, siccome la brodaglia viene servita bollente, colui che l'ha avuta sulla mano, per effetto del dolore scaraventava tutto per aria o tutto intorno a sé e tutto ciò che veniva scaraventato via, ricadeva sugli altri detenuti, chi sul viso, chi sulla testa; un vero caos, e siccome di questi incidenti succedevano spesso, per far sí che non ripetessero, colui che lo provocava restava senza; ma il piú delle volte veniva preso dallo scopino e legato.

In questo resoconto emerge la figura dello “scopino”. Gli scopini, cosí come gli “spesini” i “piantoni”, gli “scrivanelli” ecc. sono - in ogni carcere - dei detenuti che si prestano a svolgere mansioni esecutive, sotto il controllo diretto delle guardie ed esonerandole di fatto dalle incombenze piú moleste. Sono in genere detenuti di «buona condotta», che ricavano da questo loro rapporto simbiotico con il potere - oltre ad una paga in genere misera - qualche vantaggio che “fuori” apparirebbe irrisorio, ma che “dentro” può essere importante.

Poco dopo, entrato in un cortile,


fui scosso da urla e grida e dalle risate, guardai da dove provenivano e vidi che erano tre appuntati e una guardia, i quali insultavano e prendevano in giro un detenuto. Costui aveva un vecchio giornale che leggeva passeggiando su e giú davanti alle guardie; senonché a forza d'insultarlo il detenuto si arrabbiò e perdendo la pazienza cercò di prendere una mattonella, ma mentre eseguiva il gesto le guardie gli saltarono addosso tutte insieme e dopo averlo immobilizzato lo legarono come un salame lasciandolo lí per terra, poi gli promisero di slegarlo se gli fosse passata la mattana, come se tutto ciò fosse avvenuto per colpa sua. Tuttavia l’omino uscí dalla colluttazione con una grande ferita lacero contusa sulla spalla e un occhio nero. Tutto durò circa mezz'ora.

Incontra poi Pantaleone C., un giovane internato pugliese, e si mette a parlare con lui.

Stavamo ancora parlando quando vedemmo due guardie che con un bastone in mano spingevano i detenuti nel cortile esterno. Chiesi a C. dove bisognava andare ed egli mi rispose: «allo zoo». «Come allo zoo?» (Perché le guardie chiamavano il cortile esterno lo zoo). Con C. mi avvicinai agli altri e come le guardie ci spingevano, facendoci vedere il bastone, capii perché lo chiamavano lo zoo. Non mancava nulla alla scena: oltre alle bestie e ai pastori, c'erano pure i cani, rappresentati dagli scopini che, come cani ammaestrati, rincorrevano quei detenuti sparpagliati e che tardavano a mettersi in fila [ ... ]. Una volta dentro lo zoo, mi parve chiaro come il nome fosse indovinato. I detenuti dentro, attaccati alla rete, rappresentavano gli animali, le guardie e i servi erano i guardiani. Sporchi, laceri, scalzi, con fagotti sulle spalle, giravano per il cortile uno dopo l'altro, alcuni che erano piú decenti sedevano sulle panchine, altri sdraiati per terra come cose morte. Con C. si scambiavano le impressioni su ciò che accadeva, raccomandandomi di non accendere la sigaretta perché ci sarebbero venuti addosso; però, io fumai lo stesso tenendo la sigaretta nascosta nel palmo della mano. Una decina di detenuti mi saltarono addosso e quasi mi buttarono per terra, malgrado avessi già dato la sigaretta ad uno di loro.

La mattina seguente cerca di rendersi conto di com'è fatto l'istituto e va in un altro reparto sperando di incontrare «qualche faccia conosciuta». Si imbatte dapprima nelle stanze dei privilegiati, e passa poi in un camerone dove stavano confinati a letto internati anziani e paralitici:

L'odore che emanano queste stanze è odore di morte, di muffa. Girai a lungo tra i letti e ciò che vidi era davvero raccapricciante: quasi tutti non avevano le lenzuola e, se le avevano, erano talmente sporche da sembrare che fossero fatte di stoffa nera. C'erano anche delle coperte, anch'esse sudice e piene di feci disseccate cosí come i materassi e i cuscini; vidi molti di loro con le croste ai piedi fino alle caviglie, la muffa in mezzo alle dita dei piedi e delle mani, le croste in testa.

Alcune delle accuse sarebbero poi state riprese in modo specifico nel processo penale. Come questa:

L'appuntato Cardillo va in giro con una siringa in tasca e un ago sul petto della camicia; non si sa da quanti anni usa il solito ago, ma è cosa certa che la mattina quando va in giro a fare le punture usa sempre il solito ago (però c'è da dire che ogni dieci o quindici punture ha l'accortezza di infilare l'ago dentro la sigaretta accesa per disinfettarlo).

Si è detto quindi che nel gennaio 1975 l'esposto-denuncia Trivini era giunto - rimessovi dal pretore di Aversa - alla Procura della repubblica di Santa Maria Capua Vetere.

Questa apriva ufficialmente il procedimento penale, conferendo ad uno psichiatra (Antonio Scala) e ad un medico legale (Enzo Durante) l'incarico di indagare sul manicomio giudiziario. I periti compivano lo stesso giorno un primo sopralluogo all'interno dell'istituto. Due giorni dopo la Procura generale presso la Corte d'appello di Napoli avoca a sé l'inchiesta. In aprile la Procura generale chiede che il giudice istruttore proceda all'istruttoria con rito formale. Ma, di piú, chiede - dopo aver esaminato la perizia Durante-Scala - che la relazione peritale venga a sua volta trasmessa alla Procura della repubblica.

Dalle indagini dei periti emergono infatti elementi preoccupanti: decine di internati sono morti nel manicomio per cause tutt'altro che chiare. Alcuni di loro erano giovani ed apparivano fino a poco prima in buona salute. Come sono morti? Ad altri erano state riscontrate gravissime malattie, ma non risultava adottato nessun provvedimento curativo. Chi li aveva lasciati morire? Nasceva legittimo il sospetto che la magistratura avrebbe dovuto occuparsi anche di un processo per omicidio colposo plurimo.

Alla primitiva denuncia di Trivini se ne sono intanto aggiunte altre: ne sono autori gli ex internati Domenico Currò, Paolo D'Urso e Agostino Romani. Anche il collegio degli avvocati delle parti lese, si è infittito: ai primi due legali (Alfonso Baldascino di Aversa e Carlo Rienzi di Roma) si sono poi aggiunti Maria Causarano, Eduardo Di Giovanni, Giuseppe Mattina, Saverio Senese, Enzo Torsella, Michele Verzillo. Il collegio dispone anche di due consulenti tecnici di parte: Faustino Durante, medico legale, ed uno psichiatra.

Già dal gennaio - non appena la notizia è trapelata - i mezzi d'informazione si occupano abbastanza a fondo della vicenda. La denuncia di Trivini precede di pochi giorni la morte della Bernardini a Pozzuoli, ma è appresa dai giornali poco dopo. Si può capire quale sia in quei giorni il clima dell'opinione pubblica nei confronti del manicomio giudiziario. Quasi ogni giorno i quotidiani pubblicano dati di cronaca ed analisi critiche sia su Aversa che su Pozzuoli.

Per tutto il 1975 proseguono le indagini tecniche e giudiziarie. Per molti mesi i periti continuano a lavorare, raccogliendo ed analizzando dati sempre piú allucinanti. Dalla prima relazione peritale a firma Durante e Scala emergono infatti rilievi disastrosi sulla struttura e sulla gestione dell'istituto: le terapie mediche sono praticamente assenti; pulizia ed igiene sono ad Aversa parole sconosciute; la pratica di legare al letto gli internati è ormai assurta al ruolo di strumento punitivo incontrollato ed incontrollabile; le cucine sembrano cessi mal tenuti; non vi è il minimo tentativo di riabilitazione fisica e psichica degli internati. Insomma, secondo i periti di ufficio:

Se poi all'assenza di un metodico e continuo trattamento psico-farmacologico si aggiungono le carenze sul piano strutturale e psicologico (ambiente amorfo, privo di stimoli significativi e di possibilità di arricchimento, ridotta o assente vita sociale, mancanza di svaghi, rari contatti col medico, rarissimi con lo psicologo e con l'assistente sociale - una per 800 ricoverati, dedita per lo piú a pratiche di ufficio - annullamento o deviazioni delle pulsioni sessuali), si comprende quanto nocivo, ai fini del recupero della salute mentale del soggetto possa essere il periodo di tempo trascorso in una istituzione quale quella esaminata, talché al momento della eventuale dimissione, o del trasferimento in altro luogo di cura, le possibilità terapeutiche e di riabilitazione sono spesso totalmente compromesse ed il soggetto è avviato alla cronicizzazione o ad una demenza irreversibile, senza prospettive concrete di reinserimento sociale. (3)

I periti avevano omesso però - a giudizio del consulente di parte civile - di rilevare una serie di dati significativi, riguardanti praticamente tutti gli aspetti del problema. (4)

Dal canto suo l'avvocato Alfonso Martucci, difensore degli imputati, esponeva in una sua memoria difensiva alcune valutazioni ovviamente favorevoli agli accusati. Dopo aver affermato - invertendo chiaramente i termini del problema - che

l'accusa sorge da una massiccia, aspra e denigratoria campagna giornalistica della piú scandalistica che ha esagitato in una maniera ignominiosa avvenimenti e cose,

teorizzava che le accuse sembravano dirette a colpire il manicomio ed il suo direttore, ma in realtà erano mirate a realizzare un sovvertimento dell'ordine dello Stato. Infatti:

un gruppetto di estremisti, portatori di tendenze eversive vogliono colpire e sovvertire l'ordine e le istituzioni dello Stato e lo scandalo, che si è voluto artatamente creare intorno al manicomio giudiziario di Aversa, rappresenta il mezzo, l'occasione ricercata e preparata per poter perseguire e conseguire il fine prefissato. Le accuse che si è voluto muovere alla direzione ed al corpo degli agenti del manicomio sono indirette, riflesse; esse mirano a colpire altri, ad arrivare piú in alto. (5)

In fondo l'avvocato Martucci tutti i torti non li aveva. Non certo perché tutti quelli che si erano indignati per la vicenda fossero estremisti, e tanto meno sovversivi. Aveva però ragione quando affermava che si voleva colpire piú in alto. Questo era vero, ma non per sovvertire l'ordine dello Stato! Al contrario, per cercar tardivamente di restaurare una parvenza di ordine in uno Stato di diritto.

Nella Memoria Martucci si parlava noi dell'«infrenamento»: pudico eufemismo per designare l'abitudine di legare la gente al letto e di lasciarvela anche per sei mesi. Si arrivava qui a sostenere che

l'infrenamento, se eseguito a regola d'arte, e in casi selezionati, è terapeutico. Sarebbe [...] nocivo se venisse índiscriminatamente esteso quale mezzo punitivo per infrazione disciplinare.

Il che era appunto quello che accadeva ad Aversa.

Sulla base anche dei rilievi mossi alla perizia Durante-Scala dalle parti, il giudice istruttore ordinava agli stessi periti una nuova relazione piú ampia e che indagasse anche sui punti in precedenza trascurati. Dalla seconda relazione veniva fuori un quadro ancor piú tragico. Parassiti nei letti degli internati; di nuovo il letto di contenzione usato come punizione (l'internato Bianco Domenico era stato legato quattro giorni e quattro notti «perché sorpreso di notte a fumare»); nel frigorifero della cucina si ritrova carne bovina putrefatta, limoni marci, formaggio ammuffito; nella infermeria: aghi da iniezione arrugginiti e incrostati, e medicinali scaduti; assenza di qualunque cura medica degna di questo nome; malattie infettive non denunciate, quali la scabbia e la TBC; esami specialistici effettuati ripetutamente a persone che risultano sempre sane, e mai effettuati a persone gravemente ammalate.

Ma - quel che è piú grave - dalla perizia emerge un quadro drammatico dei 60 decessi avvenuti durante gli ultimi quattro anni. Alcuni casi fra questi sono senza dubbio di persone che sono state - nella migliore delle ipotesi - lasciate morire senza alcuna cura. Persone di 30 o 40 anni, sempre descritte come in buona salute, che muoiono improvvisamente per «collasso cardio-circolatorio».

Sono ben 35 i casi di morte fortemente sospetta. Per questi il giudice incaricherà successivamente altri due periti di accertare. le cause di morte. Il relativo procedimento, iniziato il 12.5.77, sembra essere morto anch'esso, visto che non se ne sa piú niente da cinque anni.

Il 3 febbraio 1978 inizia finalmente il processo. Gli imputatí adottano una linea di difesa duplice: da un lato minimizzare i dati della realtà; dall'altro scaricare in alto, verso il ministero, ma qualche volta anche in basso, verso i subalterni, le proprie responsabilità.

Il 9 maggio la sentenza. Vi si legge testualmente che il direttore del manicomio aveva per gli internati

reso ancora piú grave l'arbitraria assegnazione al reparto VIII ed alla “staccata”, facendo vivere gli internati destinati al reparto VIII in condizioni di vita confortevoli, autorizzando la proiezione di film pornografici, visite addirittura giornaliere di familiari con pranzi-banchetto in locali bene adattati a refettorio, e lasciando, invece, quelli della “staccata” in condizioni di vita subumana.

Quanto alla prassi invalsa di legare le persone al letto di contenzione, è accertato

che, su disposizioni del Ragozzino o per suo mancato controllo le coercizioni venivano disposte senz'alcuno dei presupposti espressamente previsti sia dall'art.158 RD 18 giugno 1931, n.787 sia dalla circolare del ministero di Grazia e giustizia del 2 gennaio 1974 e rappresentavano (perché imposte sistematicamente a tutti gli internati provenienti da altri istituti senz'alcun accertamento della loro attuale pericolosità ed attuate con la cucitura con spago ed ago delle strisce di tela, con l'abbandono completo dei coerciti ai parassiti e ad altri infermi o seminfermi di mente qual erano i “piantoni” o gli “scopini”, con mancanza, tardività o assoluta insufficienza di terapia farmacologica, con la somministrazione da parte del Cardillo di iniezioni in vari punti del corpo, dagli effetti disastrosi per l'equilibrio fisico e psichico, atte solo a procurare un profondo stato di depressione) veri e propri strumenti di tortura al fine di impedire con la minaccia di applicazione qualsiasi protesta o anche manifestazione di dissenso e di tenere, cosí, sempre calmi e disciplinati gli internati.

E riguardo alle responsabilità politiche ed amministrative:

È pienamente provata l'omessa sorveglianza da parte del ministero. Com'è emerso dalle deposizioni degli ispettori distrettuali Santangelo e Dente e del giudice La Spada, le ispezioni del manicomio giudiziario di Aversa avevano luogo solo a seguito di anonimi contro il personale sanitario e di custodia, con gli ispettori ed il giudice di sorveglianza sempre accompagnati dagli inquisiti, in pochissimo tempo e senza mai un'indagine accurata.
Si trattava di un istituto che arrivava ad ospitare 800 persone, un piccolo paese, che avrebbe dovuto richiedere da parte del ministero ben altre ispezioni e controlli di quelli innanzi ridescritti.
Ma anche dopo che il procuratore generale con la sua nota del 14.2.1975 aveva avvertito che «l'ispezione effettuata durante le indagini in corso», aveva «posto in evidenza l'insufficienza e lo stato di degradazione di gran parte dei locali» «in uso per il ricovero e la custodia degli internati»; dopo che le perizie Durante-Scala (comunicate al ministro) avevano lumeggiato il quadro piú allarmante della situazione; dopo che una campagna di stampa, ammirevole per la sua costanza ed intento altamente umanitario, aveva continuamente richiamato all'attenzione pubblica la condizione subumana di buona parte dei ricoverati, il ministro lascia passare un anno e quattro mesi (dal dicembre 1974 ai principi d'aprile 1976) ed aspetta la prima requisitoria del procuratore generale per inviare ad Aversa gli ispettori Buondonno e Sturniolo.
Il ministero, pertanto, va condannato, in solido con il Ragozzino, il Borrelli ed il Cardillo, in favore delle costituite parti civili alla rifusione delle spese, che si liquidano per ognuna di loro come appresso, ed al risarcimento dei danni [...]. (6)

L'esito del processo di Aversa era indubbiamente significativo. Per la prima volta infatti, si riconosceva e si sanzionava la responsabilità dei diretti gestori di un manicomio giudiziario (direttore in primo luogo) non per un singolo episodio piú o meno grave, ma per un comportamento abituale e preordinato. Si sanzionava cioè il modo stesso di gestire l'istituzione. Ma - quel che è piú importante - si imputava al ministro di Grazia e giustizia di aver omesso la sorveglianza su questa abnorme gestione, o perlomeno di non averla attuata in modo concreto ed efficace.

Il limite oggettivo della sentenza era d'altronde quello stesso del processo. È ovvio che di per sé un processo penale non può mutare una realtà politica piú complessa, che ha ben altre radici e ben altra ampiezza. Se il processo di Aversa poteva avere un senso politico compiuto, questo avrebbe dovuto manifestarsi in un ampio ripensamento delle forze politiche - di governo anzitutto, ma anche di opposizione - su tutto il complesso problema della «psichiatria giudiziaria». Questo però non accadde all'epoca, e solo anni dopo doveva vedersi di nuovo emergere con forza il problema.

Il 3 novembre 1978 Domenico Ragozzino si suicidava. Senza voler qui minimamente indagare sulle motivazioni di un gesto in sé cosí complesso, va però detto che col processo di Aversa Ragozzino era diventato il capro espiatorio di tutto un sistema. Egli si era sí reso responsabile - secondo la sentenza ora ampiamente citata - di fatti delittuosi. Ciò non toglie che molte responsabilità risiedessero anche piú in alto.

Fino al momento del processo tutto l'apparato dello Stato lo aveva sorretto e più o meno tacitamente incoraggiato a continuare nella sua opera. Quando ormai per lui la situazione giudiziaria stava divenendo insostenibile, tutto l'establishment politico ed amministrativo levò alte grida di sdegno, come se le cose che venivano man mano fuori non fossero state note ed arcinote da decenni.. Ministri e direttori generali, ispettori piú o meno straordinari e magistrati di sorveglianza dell'epoca sapevano benissimo (o avrebbero saputo subito, sol che l'avessero voluto) come andavano in realtà le cose ad Aversa. La stessa Procura generale di Napoli avrebbe potuto e dovuto in ogni momento rendersi conto di quella realtà. (7)

Dalla parte del potere invece nessuno aveva mai eccepito niente di sostanziale. Tutto andava benissimo: c'erano sí un po' di problemi materiali, ma risolvibili con qualche stanziamento e qualche ammodernamento. E questi stessi uomini del potere saranno in prima linea. - nel processo contro Ragozzino - a dimostrarsi sdegnati ed inorriditi, ad accusarlo, a svelarne anche le piccole meschinità, a fargli i conti in tasca. Non certo per un astratto quanto improbabíle “amore di giustizia”, ma proprio con l'oggettivo significato di allontanare ogni responsabilità (anche morale e politica) da sé e dalla struttura di potere cui appartenevano, e di farla invece convergere su di una singola persona.

Il processo di appello si svolse in tre udienze pubbliche dal 28 giugno al 10 ottobre 1978. Oltre a tutti gli imputati condan­nati in primo grado interponeva appello anche il ministero di Grazia e giustizia, sostenendo con scarso pudore che «tutti gli imputati avrebbero dovuto essere mandati assolti dai reati loro ascritti, in quanto le prove a loro carico erano assolutamente inidonee a giustificare una sentenza di condanna » (8)

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NOTE


1: Queste notizie storiche, cosí come altre in questo capitolo sono tratte da un libretto a suo modo prezioso, anche se non molto diffuso. Ne è autore un farmacista con l’hobby del giornalismo che ha raccolto queste spigolature di storia locale. Interessante perché non frequente, è il tono agiografico nei confronti dei direttori e della istituzione stessa, individuata come “vanto e onore” della città. Cfr.: F. Ricciardi, Il manicomio giudiziario di Aversa Filippo Saporito. Storia, cronaca ed aneddoti, Ed. La Gazzetta aversana, Aversa 1965.

2: Ricciardi, op. cit., p. 26.

3: E. Durante, A. Scala, Relazione tecnica sulla ispezione al manicomio giudiziario di Aversa, Napoli 12.3.1975.

4: A. Manacorda, Rilievi sulla consulenza tecnica relativa al procedimento n. 5/75 Procura generale di Napoli, Napoli 25.3.75.
Sui rilievi di parte, cfr. anche: M. Caruso, C. Paglia. Trenta rilievi alla perizia sul giudiziario di Aversa, in « 11 Mattino», 20.9.75.

5: A. Martucci, Memoria al giudice istruttore di Santa Maria Capua Vetere dott. Maglione, 12.5.75.

6: Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Sentenza nella causa contro Ragozzino Domenico ed altri presidente estensore dott. M. Di Tolla, 9.5.1978, in «Foro italiano», 106, 3, marzo 1981.

7: Per effetto dell'art. 9 del DPR 28.6.1955 n. 1538, sul decentramento dei servizi del ministero di Grazia e giustizia relativi agli istituti di prevenzione e pena, presso ogni Procura generale di Corte d'appello era istituito un apposito ispettorato con il preciso compito di vigilare sugli istituti anzidetti.

8: Corte d’appello di Napoli, Sentenza nella causa penale contro Ragazzino Domenico ed altri. Presidente estensore dott. V.Schiano di Coltella Lavina, 1.10.1979, p.11.


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