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Museo > Cronache d'internati famosi > Pia Bellentani
EPOCA 19 Gennaio 1952
Il Natale della Bellentani ad Aversa
LE FIGLIE ABBRACCIANO UNA DONNA DI PIETRA
L’incontro della reclusa col marito e le figlie fu lunghissimo e silenzioso.
Quando le bimbe la lasciarono, disse: Pregate per l’anima della mamma.
Il giorno di Natale il conte Bellentani arrestò la sua macchina davanti al manicomio criminale di Aversa. Fece scendere le figliole, che portavano dei cappottini grigi, quasi uguali, e poi chiuse a chiave lo sportello. Erano le sei del pomeriggio, il sole illuminava le ultime finestre dei manicomio e la cima di un grosso pino famoso, che protegge, a quanto dicono, i poveri pazzi, e si chiama "il pino del vescovo". Il conte consegnò al guardiano il permesso; si aprì un cancello d'entrata, e poi un altro ancora. Il guardiano disse: "Come mai è arrivato così tardi? L'aspettavano prima". "Abbiamo avuto un guasto alla macchina" rispose una delle bambine, la più grande. La piccola, invece, se ne stava zitta zitta, a testa bassa, e in mano aveva un piccolo albero di Natale, con le candeline sottili come matite da agenda. Il conte non disse una parola, sapeva che a quell'ora sua moglie era particolarmente triste e chiusa, sempre con quel pensiero fisso in testa, il pensiero della morte. "Vorrei morire quando cala il sole", scrisse recentemente in un foglietto di quaderno la donna di Villa d'Este. L'incontro della reclusa col marito e le figlie fu particolarmente amaro. Lei rimase in piedi, sorretta da una suora, gli occhi sbarrati in faccia al marito. Le bambine le corsero incontro piangendo, l'abbracciarono. Il guardiano faceva finta di pulire i vetri alla finestra per non guardare i visi delle bambine. La più piccola, finalmente, disse qualcosa: "Superiora" disse "qui tutti guariscono. Come mai la nostra mamma non è ancora guarita"? Il colloquio durò un'ora e mezzo, fu un colloquio lunghissimo, con incolmabili silenzi. Le bambine si divertivano a spegnere e ad accendere le candeline dell'albero, mentre la madre non diceva nulla, sempre assorta e lontana, con gli occhi spalancati sul vecchio mondo dei ricordi. "Ma a che pensi? Dimmi che vuoi vivere, che tue bambine potranno aspettarti" le diceva il marito. Ma Pia Bellentani scoteva la testa, lentamente, forse senza capire, e taceva. Taceva e guardava indietro. Dove?. Quali erano i suoi pensieri? I medici che studiano pazientemente il suo caso parlano di un "processo involutivo". Insomma, la Bellentani si rifiuta di vivere; non si sente più la forza di proseguire in questo tragico e tormentoso cammino che è la sua vita. E allora torna indietro, torna ai giorni che precedettero il colpo di pistola, quell'unico proiettile che andò giusto a conficcarsi nel cuore di Carlo Sacchi. Torna ai tempi della sua prima giovinezza, ai tempi del collegio, e ancora indietro negli anni, ai primi viaggi intorno al piccolo paese di Ortona, dov'è nata. Nessuno riesce a vincere questa sua pacata follia, che è poi una febbre continua che la consuma. Ogni giorno le suore debbono inventare nuove storie per invogliarla a mangiare, proprio come si fa coi bambini. "Pia" le dicono "fallo almeno per le tue bambine". Lei manda giù il brodo con disgusto, e non dice niente. Quando le figlie la lasciarono, lei si chinò a baciarle. Non pianse, disse solamente: "Ciao, pregate per l'anima della mamma". Ha detto proprio così, "per l’anima della mamma", come se si trattasse di 'un'altra persona, già morta. Perché lei, forse, crede che la sua vita non ha più senso: la sua cella è per lei una tomba, da cui si stacca il meno possibile. Ogni tanto va a pregare, é basta. Prega Dio che la faccia scomparire Ha messo un velo nero sui vetri della finestra per non guardarsi, per non assistere alla decadenza della sua giovinezza. Fa pensare a una contessa Castiglione, con un fosco tramonto obliquamente illuminato dalla tragedia e dalla follia. Vive perché gli altri la costringono a vivere. E quel brodo che ogni giorno le fanno mandar giù con la forza, quelle iniezioni che la torturano tutte le mattine, per lei sono strumenti di vendetta. E il mondo, lei pensa, che si vendica del suo delitto. E allora vuol sottrarsi a questa pena, e più volte ha tentato di uccidersi, buttandosi nella vasca gelata o rifiutandosi di mangiare. La cella dove vive è fredda, bianca di calce, con un lettino di ferro, un tavolinetto e un crocifisso. In questa stessa cella fu relegata la Tarnowska, la furibonda amante che diede i brividi a questo principio di secolo. Pia Bellentani passa le sue giornate a leggere o a scrivere i suoi lugubri versi. Legge Leopardi, Schopenhauer, e, se le capita, anche i libri gialli. Ogni tanto uno dei quattro bambini che vivono nel manicomio (stanno con le madri fino all'età di due anni) non ha più calze, o è senza maglia. Allora lo dicono alla Bellentani e lei si mette a lavorare d'uncinetto, e dimentica i guai, la morte; Il delitto. La detenuta Leonarda Cianciulli - colei che uccise, e "saponificò" quattro persone per offrirle agli dei come capri espiatori - ci ha dato un giudizio molto commovente della sua vicina di cella. "La Bellentani" ci ha spiegato, con la sua voce dolce di vecchietta "ha fatto soltanto del bene", "non avrebbe mai dovuto lasciare il suo paese. Era nata per fare l'uncinetto e suonare bella musica (la Cianciulli è un’appassionata musicista); era nata per fare la passeggiatina sul Corso, per le feste, per la "beneficenza". Il suo mondo era pieno di poesia. Invece il destino l'ha cacciata in un ambiente che lei non poteva capire e non l'avrebbe mai capita. E una vita che ha sbagliato indirizzo". La Bellentani non riconosce, né vuol vedere nessuno. Qualche giorno fa venne ad Aversa una sua amica d'infanzia, che le portò un gran mazzo di rose rosse, e un biglietto: "Ti posso vedere, Pia"? diceva "Ti posso incontrare? Farà bene a me e a te". La Bellentani non accettò neppure una rosa, non lesse il biglietto. Disse alla suora: "Ma perché vogliono vedermi? Non capiscono che non ci sorso più"? Quando è certa che nel manicomio non c'è nessuno, allora si fa accompagnare nella cappella delle suore, e si inginocchia sui gradini dell'altare. Una volta una detenuta le sentì mormorare un nome, Silvia. Silvia era la figlia di Carlo Sacchi, morta in tenerissima età. Il Sacchi le accendeva ogni anno un piccolo albero di Natale nella stanza vuota. E anche lei ci andò, un giorno, con Sacchi. Adesso, dunque, prega per Silvia, perché lui è morto, e nessuno è rimasto a pregare per la bimba. E attraverso Silvia, sopravvive l'amore della Bellentani per la sua vittima. "In fondo", mi disse il direttore del manicomio "tutti sono stati molto ingiusti con questa donna. Ingiusta la vita che l'ha fatta nascere con un male dentro, un'inquietudine che doveva fatalmente portare al disastro. Ingiusto l'amante, che giocò la commedia, e si disse infelice e solo, e bisognoso di comprensione, mentre non era meglio né peggio di tanti altri; e volle poi essere crudele nel liberarsi di lei, facendo delle freddure su quanto la Bellentani aveva di bello e di caro: l'Amore, l'Ideale, la Poesia; tutto quello che di maiuscolo può sognare una ragazza di provincia". Ogni tanto la lunga notte del manicomio di Aversa è interrotta da un grido. Chi grida? È lei, la "pazza di Milano", la povera contessa innamorata"? Si sa solo che sogna troppo e soffre di incubi. Ogni tanto si fa portare dell'ovatta e si tappa le orecchie. Dice che "sente dei rumori, degli spari". Ritorna a lei, in sogno, il sorridente ricco industriale sicuro del proprio fascino. Ritorna la rivale, la donna che le tolse l'amore del Sacchi. Poche volte la Bellentani si confidò con le detenute. Una sola volta disse: "Quella donna aveva qualcosa di straordinario". Poche settimane dopo la morte di Sacchi, la rivale della Bellentani scrisse a un'amica una cartolina da Cannes. C'era scritto: "Trascino il mio calvario" e sotto la frase straziante c'erano alcune firme in funzione coreografica: un Rotschild, l'Aga Kahn, il Duca di Windsor. (l’Aga Kahn mandò alla bella e matura signora due dozzine di rose rosse, ma lei non lo disse, per modestia). La Bellentani non scrive cartoline, e la parola calvario non si trova nelle sue "composizioni letterarie". Ma i suoi occhi si sono dilatati in un dolore mostruoso. La sua vita nel manicomio di Aversa è una continua fuga: è una fuga dalla vita, dalla pace; è l'attesa della morte, come la fine di una troppo lunga amarezza. Se arriva un nuovo medico, un nuovo infermiere, Pia Bellentani scompare. Ci sono poche persone che la possono avvicinare: due o tre medici, la madre superiora. La perizia che il professor Saporito fece a Pia Bellentani è durata due anni, la più lunga che si ricordi. L'illustre medico doveva chiudere la sua lunga carriera con questa indagine clamorosa sul fatto più drammatico del dopoguerra. Aveva incominciato, cinquant'anni fa, con la perizia al brigante Musolino. Ogni anno, si può dire ogni mese, della vita di Pia Bellentani è stato studiato da Saporito. Ha letto i compiti di scuola della detenuta, le sue prime lettere d'amore; ha cercato di scoprire i suoi primi smarrimenti, le prime lacrime. Pia Bellentani è l'unica figlia sopravvissuta a una serie di gestazioni interrotte. Ma portò con sé un male ereditario, che le diede fin dall'infanzia momenti di squilibrio, di annebbiamento mentale. Pia Bellentani crebbe molto delicata, i genitori non sapevano più che cosa inventare per lei, quali nuove medicine, o nuove villeggiature. Durante la mia visita al manicomio, durata tre giorni, il medico che attualmente cura la contessa (il professor Saporito è in pensione e ha solo, nell'istituto, una funzione di guida morale) mi ha detto che Pia Bellentani, per tanti e tanti anni, non ha fatto che pensare al suicidio. Ecco, dunque, ecco la cella dove lei vive. Il direttore del manicomio me la indica; con lui, e con la madre superiora ( che non vuol essere nominata, per carità) attraverso il corridoio sul quale si affaccia il cancello vetrato della stanza dove sta riposando Pia Bellentani. Dalla stanza esce qualcuno, è una donna bruna, porta la divisa scura del manicomio, e una camicetta azzurra. E lei, appena ci vede fa schermo al viso con le mani. Trema. "Di che cosa ha paura"? Vorremmo dirle. Ma lei è già scomparsa in fondo, nel buio del corridoio. Il direttore del manicomio, Giovanni Amati, che all'istituto dà la sua sicura competenza di medico, oltre che una saggia direzione amministrativa, segue ogni malato con interesse affettuoso. Molte sere egli le passa in mezzo ai detenuti. Non si può dire che la Bellentani sia trattata meglio o peggio delle altre. Solo quando sono arrivate le sue figliole, ha avuto il permesso di indossare, per un paio d'ore, un abito blu, piuttosto bruttino, che le stava largo come una tonaca. Un paio di volte la settimana Pia Bellentani suona il pianoforte nella aula della maestra elementare, dove le detenute imparano aritmetica, italiano, storia, geografia e canto corale. La contessa di Villa d'Este, con i suoi occhi sbarrati e i capelli asciutti e irti, suona i cori alpini, i canti popolari e ingenui come "Rosamunda" e "La montanara ohé". Ho domandato al professor Amati e al professor Freda, se Pia Bellentani potrà guarire. Non mi è parso di trovare, nei loro giudizi, dell'ottimismo. In fondo la malata dà molto da pensare, troppe lacerazioni ha subito il suo spirito. Non sa trovate equilibrio. La malattia cammina, inarrestabile. Soffre di allucinazioni, è schiava di manie, di fissazioni. Ha perduto persino l'affetto per i suoi figli, raramente si ricorda di loro. Il professor Saporito ha ricevuto recentemente una letterina che veniva da San Remo, l'aveva scritta la più piccola delle figlie di Pia Bellentani. Diceva: "Professore, se voi volete, la mamma tornerà a casa. Voi potete salvarla, fatela uscire". Con quella lettera, una domenica pomeriggio, il professor Saporito è andato a trovare la Bellentani. Ma lei lesse appena le parole di sua figlia, sospirò, poi si mise a parlare a caso, di viaggi, di navi. "A diciotto anni" disse "vidi per la prima volta Parigi. Com'era bella, Parigi, allora". Alla Bellentani del processo imminente (sarà forse in marzo) non parlano. In ogni caso lei ha già detto che non uscirà dal manicomio. "Come sta, qui dentro"? Le ha domandato il suo avvocato. E lei, testualmente: "Che vuole, non ho scelta: del resto per me la mia vita è sempre stata una prigione. E per uscirne non c'è che un mezzo". Aspetterà, dunque la sentenza, senza troppo interesse. La cosa non la riguarda. I guardiani continueranno, chissà per quanto tempo ancora, a spiare le sue mosse, a impedirle il suicidio; e lei continuerà a spiare i guardiani. Le notti sono lunghe; e gli incubi frequenti, nella cella della contessa Bellentani. Il male cammina, la febbre non ai stacca da lei un solo minuto. E sul tavolino c'è un quaderno pieno di note e di versi, e sul primo foglio c'è il doloroso e brutto endecasillabo che sapete: "Vorrei morire quando cala il sole".
Nantas Salvalaggio
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