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In cella un'armata di tenebre

Studi & Ricerche > Studi sugli O.P.G. > L'O.P.G. di Aversa dal 1997 al 2009 > Rassegna Stampa > 1998

IL TEMPO

Aversa, il capolinea dei disperati
In cella un’armata di tenebre



In un cortile quaranta internati raccolgono mozziconi spenti, si siedono e passeggiano. Nella sezione di massima sorveglianza un uomo mangia il materasso e le lenzuola

"Vi prego, vorrei una fotografia di mio fratello". Il fratello l'ha sventrato lui con una sciabolata e ora sembra volerlo ritrovare. L'immagine arriva e Sandokan l'affigge alla parete: per giocarci a freccette. "E quando uscirò - dice andrò ad ammazzare sua figlia". Non uscirà. Sta dilatando il suo "ergastolo bianco".

Lui come altri detenuti, pericolosi per il mondo, incarna ciò che uno di loro ha scritto sul muro: "Siamo l'armata delle tenebre".

L'armata delle tenebre si aggira tra pareti, inferriate e recinzioni di Aversa, il più antico manicomio criminale d'Italia: 1896. Lombroso definì Aversa un'immensa latrina. Non è più così: lasciata la vecchia sede, l'ospedale giudiziario è in padiglioni bassi, celle a uno, due, quattro letti, aperte - non tutte - dalle 8 alle 20. Con il direttore lavorano tre psichiatri interni e cinque esterni, medici generici, consulenti specialisti, 40 infermieri, educatori e psicologi, 120 agenti di polizia penitenziaria.

Molti dei 140 internati si riversano nei quadrilateri di muri, sbarre e reti. In un cortile quaranta uomini muovono passi vuoti, sostano davanti al Barbiere, il malato che li accarezza con un rasoio elettrico dal filo che sale lungo il muro e scompare oltre una finestra. Raccolgono mozziconi spenti, passeggiano, si siedono e passeggiano di nuovo. Come saremmo noi dopo un mese con loro? "Come loro. E non c'è bisogno di un mese", risponde il direttore, Alfonso Ferraro, psichiatra impegnato in un difficile recupero delle menti "Dove non possiamo guarirli, cerchiamo di curarli". Si incrociano qui i più disparati percorsi della pazzia. Ferraro e i suoi collaboratori lavorano per trasformare, integrare le contraddizioni fra psichiatria e regolamenti penitenziari: l'internamento quale protezione sociale, la terapia quale dovere medico e lenimento per le sofferenze di infelici.

Il Grande Attentatore caccia via gli altri e racconta treni che deragliano e banche che esplodono: tutta opera sua. L'unica cosa che ha compiuto davvero è un oltraggio a pubblico ufficiale. Ma oltraggi e molestie possono nascere da assilli terrificanti per chi li subisce. Mea Culpa scuote la testa e in un dialetto incomprensibile biascica la sua storia: si è alzato da tavola, ha preso il nipote di sette anni e l'ha buttato dal terzo piano, come a Capodanno alcuni fanno con i piatti. Il Militare, quando ha saputo che la sua donna voleva abbandonarlo, ha sterminato sette persone. Il Castigatore ha sgozzato i due figli per far dispetto alla moglie. Il Clonatore ha strangolato la fidanzata e ora mi chiede di portargli qualche cellula di quel cadavere, per ricrearla uguale a prima. Per ucciderla ancora? "Tornerà in eterno". Sta di spalle l'uomo che ha sprangato un bambino e l'ha buttato in un pozzo.

Il coro muto dei malati viene dalle scritte sui muri: "Hai fatto gli omicidi da barbaro e da barbaro morirai". "Farò una fine così terribile che mi pentirò del giorno in cui sono nato". Coscienza e delirio accendono e spengono il rapporto con il passato. Ferraro: "Dobbiamo restituire loro ciò che sanno fare". I più hanno origine contadina. Per questo - non lontano dal muro che Cutolo fece saltare con il tritolo per evadere - c'è un'area con aranci e limoni, capre e polli, poi i germani reali che ripopoleranno oasi di Wwf e Legambiente.

"Fuori muoiono e noi moriremo dentro l'inferno di Attica", "Alieno Zombi", "Sono un automa radiocomandato", annunciano i graffiti. Ferraro spiega: "A volte sono segnali di depressione, di gesti autolesionistici. Per quei casi ci sono le stanze con i letti di contenzione.

E' ora di pranzo. Un furgoncino scarica contenitori di pasta, carne, insalata. Un malato aiuta gli infermieri: in mancanza di camice, veste un accappatoio bianco. Vengono a turno con le zuppiere in plastica. Granellino, 32 anni, non mangia preoccupato per mamma e papà. Anche per mamma? "Da tanto non la vedo". L'ha ammazzata lui. Racconta che vorrebbe un figlio, ma che di questi tempi, con "tutte le energie negative" che popolano il mondo, sarebbe un delitto farlo nascere. Quali energie negative? Quelle che si riuniscono in un misterioso granellino. Dorebbe andare in permesso al ristorante con la zia, che piange al portone dove le hanno detto che lui delira, non può uscire. Viene spesso, trecento chilometri per andare e tornare. Oggi parleranno qui. La sala colloqui è come quella delle prigioni, con il vetro divisorio.

"Perché lobotizzano la mente dei pazzi?", è tracciato su un muro. Ma qui c'è chi, se lo perdi di vista, si uccide per propria mano. C'è chi è finito in sala operatoria perché aveva mangiato bulloni e lampadine. Sono nella sezione di massima sorveglianza, come i pericolosi.

L'Avvoltoio è in una cella buia, muri coperti da parole, porta sprangata. Soltanto una branda di metallo inchiodata al pavimento, nient'altro: mangia il materasso, trancia le lenzuola. E' appollaiato sul davanzale, uccello che ha ripiegato le ali. Un giorno si é avventato su un paziente e con le dita gli ha cavato gli occhi. Quell'altro è morto. Tempo dopo, con uno scatto ha ripetuto l'assalto su un vecchio. Il vecchio è vivo, ma con le orbite vuote.

"Oltretomba", "Aspettiamo qui dentro di essere giustiziati uno alla volta", "L'uomo nasce nudo, il mondo lo veste e l'uomo tende a spogliarsi", predicano le pareti.

Alcune di quelle scritte dovrebbero finire nel museo che si sta allestendo accanto alla biblioteca: il lettino e la macchina per l’elettroshock, coltelli fabbricati con viti e sapone dai detenuti, antichi ferri per caviglie e polsi.

Alle 20 rientrano tutti. L’armata delle tenebre riposa. Attraverso il vetro blindato brilla sulla parete un lamento e monito: "Le guardie stanno chiudendo le porte dell'inferno".

Marco Neirotti


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