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L'armata delle tenebre

Studi & Ricerche > Studi sugli O.P.G. > L'O.P.G. di Aversa dal 1997 al 2009 > Rassegna Stampa > 2000

La Voce,  Dicembre 2000


Viaggio ad Aversa
La città dei folli
L'armata delle tenebre



Catapano nel '76 sostituì le mura perimetrali con delle sbarre, la città si senti minacciata: era il primo contatto, seppur solo visivo, con gli internati del manicomio, che a piccoli gruppi muovevano lenti passi casuali nel giardino. Vent'anni dopo, nel '96, Aversa ha saputo instaurare ben altra relazione: le associazioni di volontariato hanno preso possesso di quei luoghi di sofferenza, hanno organizzato feste e concerti, hanno raccontato le storie di tanti diseredati.
Il "giudiziario" invece è rimasto chiuso, isolato come un corpo estraneo, un tumore cresciuto inesorabilmente nei secoli al centro della città. Così ha custodito storie terribili di segregazione, circondate dal silenzio. Oggi gli internati stanno gradualmente spezzando questo silenzio grazie al lavoro di Adolfo Ferraro e dei suoi collaboratori: alcuni di loro vivono in un reparto a custodia attenuata, svolgono lavori nel carcere regolarmente compensati a paga sindacale, curano un giardino con una piccola fattoria. Escono lentamente dalle tenebre.
"Siamo l'armata delle tenebre", ha scritto qualcuno di loro su una parete. Se è così, senz'altro è una malinconica armata.
Qualche tempo fa, mi raccontano, un cigno ospitato nella fattoria evase improvvisamente. In una mattina di primavera, è semplicemente volato via, oltre il muro. I degenti ne furono entusiasti. "Lo presero come un buon auspicio", dice il direttore. "D'altronde mi fanno sempre la stessa domanda: quando vado a casa? E' una buona domanda, un respiro di vita".
Ma che genere di vita stanno lasciando trascorrere? A vederli non si può fare a meno di domandarsi come diventeremmo noi nelle loro condizioni. "Come loro", risponde Ferraro. "E ci vorrebbe meno di un mese". Ci credo: probabilmente sarei come loro. E ci crede anche Ferraro, perché solo con l'umiltà che deriva da questa convinzione si può decidere di rimanere in un posto del genere e lavorare per loro.
Una rivelazione simile deve aver folgorato anche i volontari di Insania Teatro, che conducono un laboratorio teatrale con i degenti.
"Quando abbiamo portato all'esterno uno spettacolo realizzato con gli internati - racconta Anna Gioia Trasacco - dopo la chiusura del sipario ho visto qualcuno del pubblico che mi indicava al direttore dicendo: 'Brava quella, che cos'ha?' Non mi distinguevano dai pazzi. Se ci pensi non è male, è confortante".
Altri pazienti hanno dato vita a un giornalino. Si chiama La storia di Nabuc. Nabuc sta per Nabucodonsor, il re che attraversò sette anni di follia e poi improvvisamente guarì. Fortunato lui, qui molti non guariranno. "Quello che non si può guarire, si può almeno curare", ricorda Ferraro. Intanto i redattori, riuniti nella piccola scuola del manicomio tappezzata di immagini di luoghi mai visitati, provano a esprimersi. Però non hanno notizie da raccontare, qui in carcere non succede mai niente. Oppure succedono cose piccole: cambiamenti di umore, magari di tanto in tanto l'assalto dei ricordi. Allora i loro scritti parlano di stati d'animo.
Quello che segue parla dell'amore. E della paura del buio. Non è firmato, ma pare l'abbia scritto l'Avvoltoio, quello che una volta cavò gli occhi a un compagno e ora passa tutto il tempo in cella.
"Una volta una donna disse a un uomo: caro, voglio fare l'amore nel giardino! Guarda nei miei occhi, rispose quell'uomo. Così la donna, guardando quell'uomo negli occhi, fece l'amore in un giardino che tanto bello non poteva esistere. Poi la donna gli disse: caro, mi regali un po' del tuo giardino? E come faccio?, rispose l'uomo, mi dovrei cavare gli occhi. E ti prego, fallo.
E va bene!, disse l'uomo e si cavò gli occhi dove risplendeva il giardino e li consegnò alla donna. Così ella aveva un bel giardino tutto per lei dove poter fare l'amore con tutti gli uomini che voleva. E l'uomo in cambio ricevette il buio dalla donna e stette sempre al buio".

Paolo Graziano

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