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Il Nuovo (speciali) 10/07/2000
La saponificatrice di Correggio
Ha ucciso le sue tre amiche con un colpo d'accetta. Poi ne ha sezionato i cadaveri e ne ha fatto saponi. Ecco la storia di Leonarda Cianciulli, conosciuta come la saponificatrice di Correggio
Quando si parla di serial killer quasi sempre balzano alla memoria i soliti quattro o cinque nomi più noti. E se ne dimenticano decine di altri. Per esempio, quanti ormai ricordano Maurizio Minghella, l'ex pugile che in Liguria tra la primavera e l'autunno del 1978 violentò e uccise cinque donne, tra le quali una quindicenne? E Andrea Matteucci, artigiano d'Aosta, tra il 1980 e il 1995 ammazzò tre prostitute e un omosessuale, bruciandone i cadaveri in un bidone. L'ex vigile urbano Pierluigi Corio a Leffe (Bergamo) tra il 1987 e il 1989 liquidò tre uomini e ne bruciò i corpi: i loro documenti gli servivano per compiere truffe ai danni delle banche. E il necroforo Paolo Savini fece fuori a Sanremo tre prostitute, uccidendosi poi con quattro dosi d'eroina. Arrigo Candela, soprannominato "Rambo", tra il 1991 e il 1993 tolse la vita a due uomini e a una donna e venne pure sospettato di altri tre omicidi avvenuti nel Cuneese. E si potrebbe continuare sino a contare chissà quanti casi! Ma parlando di serial killer dall'operatività anomale e inconsueta, al di là cioè delle solite spinte sessuali, vendetta o spiccia follia, come non ritenere da manuale insolito il caso di Leonarda Cianciulli, passata agli annali della criminologia come la saponificatrice di Correggio, accogliente cittadina a 17 chilometri da Reggio Emilia?
Quel 15 ottobre del 1970, quando la Cianciulli morì per apoplessia cerebrale nel manicomio criminale di Pozzuoli, si seppe che era stata anche ad Aversa e a Perugia. Si illudeva di poter tornare libera. E sapendola malata, poiché gli anni trascorsi in manicomio non valevano ai fini del computo della pena espiata, nessuno aveva osato dirle che non c'era alcuna speranza che uscisse. Nativa di Montella, provincia di Avellino, da piccola la chiamavano "Nardina". Sposata con un suo corregionale, impiegato di concetto, insieme scelsero Correggio semplicemente perché il capofamiglia qui aveva trovato posto come applicato d'ordine dell'Ufficio Registro. Abitavano in uno stabile di via Cavour, in un appartamento al terzo piano, dove entravano signore della buona borghesia, attirate dal fatto che la signora Leonarda, buona conversatrice, commerciava anche in abiti usati. I quattro figli si comportavano a scuola e in paese da bravi ragazzi. E poiché loro spesso uscivano e il marito se ne andava al cinema, lei ne approfittava per ultimare qualche lavoretto domestico e conversare con le amiche.
Quelle del cuore erano soprattutto tre: Clementina Soavi, Virginia Cacioppo ed Ermelinda Faustina Setti. La prima non era sposata, ma guai a chiamarla zitella: accudiva i bambini di alcune mamme che si recavano in fabbrica o nei campi. La seconda da giovane aveva fatto la cantante: in Libano e in Egitto i giornali le avevano dedicato qualche articolo come a una star. La terza, detta "Rabitti", era forse la più modesta, sia come lignaggio, sia agli occhi della gente. Andarsi a rifugiare dall'amica Leonarda per una chiacchierata era per tutte e tre quasi un angolo di sfogo e di protezione. Innanzitutto per Ermelinda Faustina Setti. E infatti la "Rabitti" fu la prima che scomparve.
Era il tardo pomeriggio del 17 dicembre 1939. Raccomandò a una vicina se poteva tenerle i gatti per un po' di giorni, aveva fretta di correre alla stazione per una vicenda che la riempiva di gioia e di cui presto le avrebbe parlato a lungo. Appariva commossa e imbellettata, lei che in vita sua non aveva mai saputo cosa fosse un dito di trucco. Poi andò a farsi la permanente, raccontando che stava "per prendere marito" e che sarebbe andata a vivere "in una città del Mezzogiorno". E la parrucchiera la vide sparire all'interno di un portoncino, in fondo a via Cavour, dove abitava anche Leonarda Cianciulli. "Sarà andata a salutarla", pensò. Non riapparve più la "Rabitti" a Correggio. E tutti pensarono: a settant'anni, per evitare curiosità e morbosità, avrà voluto mantenere il segreto per sé. Quant'era diversa la realtà! Leonarda Cianciulli non solo aveva ucciso attirando a casa la donna con la promessa di un futuro sposo già contattato laggiù, a Montella, ma aveva trascinato il cadavere in uno stanzino buio, aveva amputato le gambe all'altezza del ginocchio, aveva posato i due moncherini proprio sull'orlo di due pentole sino al dissanguamento, infine aveva staccato la testa e, con una sega, separato il corpo in due parti nette. Infine aveva acceso il pentolone del bucato, ci aveva messo dentro sei chili di soda caustica, aveva trascinato a uno a uno i pezzi del cadavere, aveva pazientemente aspettato che si sciogliessero nell'acqua bollente. E quando a tarda sera in casa era giunta la domestica, la Cianciulli aveva affermato: "Abbiamo sapone per i prossimi sei mesi".
Arrivò l'estate del 1940. Anche Clementina Soavi incominciò a dire che presto avrebbe lasciato Correggio, che un conoscente le aveva trovato un bel posto come direttrice presso un collegio di Firenze, che insomma presto sarebbe partita e dalla nuova residenza avrebbe fatto sapere l'indirizzo. E infatti partì la mattina del 5 settembre 1940. Avete perfettamente capito cosa accadde: si ripeté lo stesso copione della "Rabitti". E la signora Leonarda incominciò a regalare buon sapone ai vicini. Anche gli echi sulla scomparsa di Clementina Soavi si spensero presto: con quel bel posto resosi disponibile all'improvviso a Firenze, si era reso necessario che partisse in fretta, senza salutare neppure i vicini. Naturalmente anche lei, come già la "Rabitti", aveva addirittura affidato anche i mobili di casa e quant'altro possedeva di commerciabile alla Cianciulli, la quale, esperta del ramo, avrebbe venduto, incassato e le avrebbe inviato i soldi in Toscana. Che brava persona la signora Leonarda! Tanto brava che, visto che il sistema funzionava, passò alla terza vittima, sissignori, a Virginia Cacioppo. L'ex cantante, nei suoi racconti alla gente di Correggio, da qualche tempo accompagnava una novità: una gentile persona l'aspettava nel Centro Italia per avere una mano nella conduzione di un magazzino permettendole così di preparare il grande passo verso l'eternità con calma e serenità, in un'oasi di verde. Che pretendere di più dalla vita? Ma ecco il finale: la sera del 30 novembre 1941 anche la Cacioppo andò a salutare l'amica Leonarda e non la si vide più in giro.
Probabilmente la saponificatrice un giorno sarebbe giunta a regalare sapone all'intero vicinato, se i parenti della Cacioppo non avessero incominciato a chiedersi: "Possibile che sia sparita dall'oggi al domani senza neppure lasciare un indirizzo?". Si rivolsero al questore di Reggio Emilia che fece scattare le indagini. E vennero a galla Buoni del Tesoro incassati, gioielli appartenenti alle vittime e resi invisibili nella cottura di un mattone, abiti delle tre donne rivenduti.
Al processo Leonarda Cianciulli giurò e spergiurò d'aver agito da sola, cambiando versioni precedenti e fornendo quella definitiva: prometteva alle amiche un futuro allettante, le adulava, le irretiva, le convinceva a non confidare nulla ad alcuno, pena il naufragio del progetto. Al momento giusto offriva loro un bicchierino (forse un narcotico), infine vibrava un colpo d'accetta, per poi sezionarne il cadavere, buttare i pezzi nel pentolone insieme alla soda caustica e farne sapone. A un medico legale che cercava di dimostrare come fosse impossibile un'operazione del genere, urlò: "Datemi in quest'aula di tribunale un cadavere di qualsiasi età e ve lo dimostrerò".
Ascoltò impassibile la condanna a trent'anni di carcere e a tre di manicomio giudiziario. Batté ciglio, anzi sorrise, solo quando un fotografo le gridò: "Mostro, girati". Dal carcere scrisse lettere a raffica. Ogni tanto includeva una ricetta di cucina che, a quel che si raccontava a Correggio, veniva vista con sospetto. Si diceva infatti che delle sue vittime la saponificatrice non solo aveva ricavato saponette, ma anche qualche ingrediente per farne leccornie. Chiaramente c'era dell'esagerazione, ma nessuno era ormai in grado di controllare la veridicità o meno di quelle voci. Per la stragrande maggioranza la saponificatrice restava un terminale del demonio. Persino i dolci che Leonarda Cianciulli preparava all'interno del manicomio, prelibati e gustosissimi, in mille maniere venivano respinti dalle altre detenute. C'era chi maliziosamente pensava: "Sono avvelenati".
Leggeva moltissimo e di tutto. Ebbe anche bisogno di un paio di occhiali per leggere meglio. E si ingentilì un tantino anche nell'aspetto. Ma si sentiva sempre più stanca, avvertiva un malessere al quale non riusciva a dare un nome. I figli seppero della morte solo a tumulazione avvenuta, in una fossa comune, tra altri sconosciuti. Cosicché Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, non ebbe neppure una tomba, esattamente come lei non l'aveva data alle sue vittime.
Enzo Catania
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