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OPGAversa - Museo - La sterminatrice scaltra (1950)

Museo > Cronache d'internati famosi > Rina Fort

L'Europeo
n° 3, 1950


Dopo sette discordanti confessioni Rina Fort davanti ai giudici di Milano
La sterminatrice scaltra
La moglie di Giuseppe Ricciardi sapeva che il marito aveva un'amante, Rina Fort. E accettava in silenzio. La Fort, invece, odiava la moglie. Così la uccise, e sprangò anche i tre bambini.



Negli interrogatori della polizia e durante il lungo periodo istruttorio, Caterina Fort ha dato sette versioni differenti del delitto. Queste successive e contrastanti confessioni (nessuna delle quali, evidentemente, è del tutto veritiera) sono trascritte nelle prime ottanta pagine del primo volume degli atti, che il presidente della Corte di Assise tiene quasi costantemente aperto davanti a sé, fino al termine del dibattimento. Ogni tesi, infatti, trova i più validi elementi di convalida in una di quelle pagine; l'accusatore pubblico, il difensore, i patroni delle parti civili, chi parla di un'unica colpevole e chi sostiene l'esistenza dei complici, citano tutti le parole testuali di Caterina Fort; e ne deriva una sempre più grossa confusione nella mente di chi ascolta o di chi legge, giorno per giorno, i resoconti dei cronisti giudiziari. In realtà, come fatalmente accade nove volte su dieci, anche nel processo della strage di via San Gregorio c'è una zona d'ombra, ed è proprio nel punto essenziale, cioè nella ricostruzione del delitto. La mostruosa figura della protagonista difficilmente se ne potrà avvantaggiare; ma esistono ancora molti vuoti, molte incertezze su particolari importanti, molte circostanze oscure; è lecito discutere sull'ora, sulla partecipazione di altri, sul movente, sulla stessa arma. Questi punti dubbi sono la materia del dibattito?

Delle sette versioni differenti date dall'assassina le più importanti sono la seconda e l'ultima. La seconda coincide, nelle linee generali, con la tesi dell'accusa pubblica e con quelle dei patroni di Giuseppe Ricciardi e della famiglia di Giuseppe (Carmelo) Zappulla: Caterina Fort ha agito da sola ed ha ucciso di sua mano Franca Pappalardo ed i suoi tre bambini.

L'avvocato difensore tenta, invece, di dimostrare veritiera la confessione più recente, che le conclusioni dell'istruttoria, hanno respinto: la Fort entrò nell'appartamento di via San Gregorio assieme ad un complice senza intenzione di uccidere; colpì la Pappalardo, che fu peraltro finita dall'uomo che l'accompagnava; e fu quello stesso complice a massacrare colla spranga di ferro i tre bambini.

Le citazioni testuali del procuratore generale e degli avvocati di parte civile sono tolte da un racconto terribile che occupa pochi fogli battuti a macchina, con la spaziatura più stretta, e molti dei particolari che vi si leggono sono ancora inediti. Caterina Fort, arrestata all'indomani del delitto, dapprima aveva respinto recisamente ogni accusa; poi aveva ammesso di aver assistito, inorridita, al delitto di uno sconosciuto; infine, dopo diciassette interrogatori che l'avevano impegnata, con brevi intervalli, per settanta ore complessive, aveva fatto la confessione più completa.

La sera di venerdì 29 novembre 1946 era salita a casa della Pappalardo. Giuseppe Ricciardi era a Prato per affari, e la donna, in quel momento, stava in cucina e dava la pappa al bimbo più piccolo, Antonuccio, che non aveva ancora compiuto otto mesi. Anche gli altri due figli erano in cucina con lei; ma il maggiore, Giovanni, seguì la madre nella sala da pranzo, quando la visitatrice entrò. La Fort sedette; doveva fare alla Pappalardo un discorso di interessi, ma non cominciò neppure, perché fu colta da un capogiro e, sentendosi mancare, chinò il capo sulle braccia, appoggiate al tavolo.


Era in un periodo critico e le capitava sovente di accusare quel malessere. La moglie del Ricciardi, non sapendo di che si trattasse, si impressionò. Offrì una limonata; poi corse in cucina a prendere una bottiglia di liquore ancora sigillata, e la portò; ma frugò inutilmente nei cassetti della credenza, cercando il cavatappi; tornò in cucina e continuò a rovistare, senza risultato. Aveva perduto un pochino la bussola. (Questi particolari sono verosimili e non è inutile ricordarli. Svelano il carattere della vittima, della quale si è così poco parlato, in questi tre anni. La signora Franca era buona. Sapeva benissimo che Rina era amante del marito; ma ciò non le impediva di commuoversi, vedendola sofferente. Era mite e rassegnata. Partendo da Catania per raggiungere il marito a Milano, la suocera l'aveva ammonita: «Se vedi Pippo con idda, non fare scene; e ricordati che la fortuna non è tua: è di idda»; cioè, ricordati che, se ha fatto i quattrini, è per merito dell'amante, non per merito tuo. Aveva detto di sì, e non era mai venuta meno alla promessa.) La Fort, stanca di attendere, afferrò la bottiglia e ne infranse il collo, battendolo contro il tavolo. Versò e bevve.

Al fracasso la Pappalardo accorse. Vide che l'ospite si era già levata in piedi e la fissava con espressione alterata; tuttavia le si avvicinò. Il gesto violento, e davvero inusitato, con il quale aveva infranto la bottiglia era bastato da solo a portare Rina Fort in uno stato di eccitazione folle. Ci fu qualche frase aspra. L’odio per la rivale esplose e l'accecò.

Caterina Fort afferrò il primo oggetto che si trovò sotto mano, un paletto di ferro, e colpì. Ma non la uccise con quello.

Più tardi, al colmo del parossismo pestò il corpo della sua vittima, che giaceva a terra, ancora viva. Infatti, l'esame necroscopico aveva rilevato sul cadavere la frattura di tre costole e grossi lividi in varie parti del torace: l'assassina lo sapeva ed era costretta a darne una spiegazione. Quanto ai bambini una ammissione esplicita non le uscì mai di bocca. La vista del sangue, disse, l'aveva resa completamente folle. Non ricordava più quello che avesse fatto dopo. Fu messa a verbale questa frase testuale: «Non posso né escludere né ammettere d'averli uccisi». Così negli interrogatori.

Era uscita presto, però, da quello stato di parossismo. A casa sua era arrivata alle venti, o alle venti e trenta, perché, aperta la radio, ricordava d'aver subito sentito il segnale orario. Si era fatta cuocere due uova al tegame e le aveva mangiate con un pugno di grissini. Era andata a letto ed aveva dormito fino alle sei del mattino. Alzatasi, si era accorta d'avere il cappotto macchiato di sangue e lo aveva pulito, nel bagno. Si era poi recata, tranquillissima, al lavoro. Ed è un fatto che, quella stessa mattina, quando gli agenti entrarono nel negozio per arrestarla, Rina Fort stava raccontando storielle piccanti, ch'era il suo sistema preferito per portare i clienti dubbiosi su un piano di più facile intesa.



Caterina Fort sa controllarsi; nelle sue contraddittorie deposizioni si può sempre scorgere una costruzione difensiva, talvolta molto scaltra; ma è troppo attenta ai punti di maggior rilievo e non si accorge di scivolare sul particolare minuto. Il giorno che parlò, addossandosi intera la colpa, era molto stanca. Il ricordo della tragica sera del 29 cominciava certamente a diventare ossessione, la visione atroce era viva davanti ai suoi occhi. Non le riuscì d'alterare tutte le linee del quadro; e in qualche zona di contorno le sfuggì una pennellata precisa. Sono tanti atti di accusa, e non sarà possibile cancellarli.

Poi vennero le ritrattazioni. Al giudice disse d'esser stata costretta a confessare con le percosse. Vennero la terza e la quarta versione.

Nel racconto comparve la figura di un complice; poi di due; poi ne restò di nuovo uno solo, che si chiamava Carmelo. Furono momenti brutti, per chiunque portasse quel nome.

I "Carmeli" fermati e interrogati si contarono a decine; cinque conobbero il carcere; l'ultimo, lo Zappulla, ci restò venti mesi e uscitone, di lì a poco morì. Finalmente si concluse l'istruttoria e l'intera responsabilità del delitto venne addossata alla Fort.

Gli affari andavano male e Giuseppe Ricciardi (settima versione del delitto) aveva deciso di cavarsi dagli impicci senza troppi scrupoli: simulando d'essere rimasto vittima di un grosso furto avrebbe potuto facilmente indurre i creditori ad accettare un concordato amichevole; quindi, ceduto il magazzino e venduta in blocco la merce, sarebbe espatriato in Francia, assieme all'amante.

Calcolava di realizzare a quel modo circa quattro milioni. Aveva anche l'uomo disposto a mettere in scena la commedia del furto: un certo Carmelo che fu presentato una sera alla Fort, in una strada buia, e sul conto del quale la donna non ebbe né richiese altre informazioni. Sapeva soltanto ch'era un siciliano; ricordava ch'era di media corporatura, di media età: del suo viso nascosto sotto la tesa del cappello, aveva visto ben poco.

La Fort non voleva saperne di quella faccenda; ma la sera del delitto era stata costretta a seguire Carmelo, perché bisognava convincere la Pappalardo a lasciarsi derubare; e quello era un compito riservato a lei. Invece l'uomo, appena entrato nell'appartamento di via San Gregorio, dimostrò subito d'essere andato con ben diverse intenzioni: stese a terra con un pugno la moglie del Ricciardi; consegnò alla Fort il paletto di ferro dicendole: «Vendicati, adesso che puoi».

Essa aveva colpito la Pappalardo, ma non aveva toccato i ragazzi. Era stato Carmelo a compiere la strage; ed era stato lui a finire la povera signora che giaceva bocconi nella sala da pranzo. Quando le passarono accanto per uscire, Franca Pappalardo aveva sollevato la testa ed aveva detto all'amante di suo marito: «Disgraziata, ti perdono perché Pippo ti vuol bene»; ed a Carmelo: «Assassino, per questo sei venuto, oggi, in negozio!». Allora l'uomo si era chinato.

Dichiarò Rina Fort: «Carmelo la rivoltò, mettendola con le spalle a terra e le ballò addosso. Così la uccise».

Il difensore di Rina Fort riuscirà a dimostrare l'intervento di questo complice, ora che i funzionari di polizia e il giudice istruttore hanno escluso che possa essere esistito? Se lo domandava il pubblico martedì mattina. Il difensore ha potuto però insinuare un dubbio nell'animo dei giurati. Non mancano le testimonianze indirette ed i documenti dai quali trarre qualche vantaggio.

Il più interessante è a pagina 189 degli atti processuali: un foglio di carta rosa sul quale sono state battute dieci righe a macchina.

È una lettera anonima, indirizzata alla Questura di Milano, il timbro postale porta la data del 30 novembre (il delitto avvenne il 29) e dice pressapoco così: «Da fonte sicura siamo in grado di precisare che ad uccidere Franca Pappalardo ed i suoi tre bambini è stata Caterina Fort e con lei due loschi figuri della stazione centrale. Il delitto è stato concertato otto giorni prima. Anche lui ne era al corrente. Bastonateli bene che parleranno. Non ci firmiamo perché abbiamo paura di rappresaglie».


La lettera fu scritta la mattina del 30, quando Rina Fort non solo non aveva confessato, ma non esistevano ancora fondati elementi di accusa contro di lei. «Bravo» rispondono gli oppositori. «È proprio di qui che comincia la storia di Carmelo. La lettera gliel'anno contestata subito, in Questura. Senza volerlo l'hanno suggerita loro la commedia dei complici.» Tutte armi a doppio taglio, al processo di Caterina Fort.

Una parte non piccola dell'opinione pubblica è convinta che alcune delle ultime confessioni di Rina Fort le siano state suggerite. Tuttavia questo sospetto dimostra ancora una volta quali profonde reazioni abbia suscitato nella folla l'orrore della strage: i più si ribellano all'idea che Rina Fort abbia modo di invocare le attenuanti.

Ma c'è un altro personaggio nella tragedia: un personaggio ambiguo e rivoltante. È il Ricciardi. L'opinione pubblica lo ha già condannato. Lo incriminerà, il giudice? Comparirà, a lato dell'assassina dei suoi bimbi, nella gabbia delle Assise? Forse no.

La piena confessione di Caterina Fort non ha significato il suo immediato rilascio. I sospetti che gravavano su di lui erano troppo gravi perché potessero dissiparsi di colpo. Ma il suo alibi regge. Ed è certo che l'amante non lo accuserà. AI processo si sentirà parlare molto di quest'uomo, ma è probabile che i giurati non se ne dovranno occupare. Eppure la sua responsabilità morale è certa e gravissima. Il suo contegno, prima e dopo il delitto, è stato sempre ambiguo, talvolta estremamente cinico e odioso.

È un personaggio volgare, amorale, ottuso. La gente lo giudica da certi suoi gesti di cinismo e di insensibilità; e lo condanna, anche se questi gesti non potranno mai essere giudicati una prova della sua colpevolezza. E l'uomo che, portato sul luogo del delitto, davanti ai cadaveri della moglie e dei tre figli, non diede segni di commozione; che fece l'atto - è vero - di buttarsi dalla ringhiera del primo piano, però dopo essersi sporto per misurare l'altezza del salto ed essersi accertato d'aver al fianco qualcuno pronto ad afferrarlo.

Salendo le scale lo aveva affrontato un fotografo. Si schermì, abbassando sul viso l'ala del cappello e, subito, parve felice per la prontezza di quel gesto.

Mezz'ora dopo venne messo per la prima volta a confronto con Rina Fort. Ebbe un istante solo di indecisione, poi abbracciò e baciò l'assassina. La notte, quando gli recarono una coperta, non la volle. Disse agli agenti: «Portatela a lei. Avrà freddo più di me».

La gente non gli perdona questo contegno ributtante. Ognuno se ne sente offeso nella sua dignità di uomo. Le donne di Porta Venezia dicono che se per caso si avventurasse in via San Gregorio, per rimetter piede nel suo appartamento o nel suo negozio, gli caveranno gli occhi.

Tommaso Besozzi




I cadaveri nell'appartamento di via S.Gregorio





Franca Pappalardo e i figli, vittime della Fort





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