OPGAversa


Vai ai contenuti

Menu principale:


OPGAversa - Museo - Leonarda Cianciulli (05/2001)

Museo > Cronache d'internati famosi > Leonarda Cianciulli

Polizia Penitenziaria n° 5, Maggio 2001


Leonarda Cianciulli
La saponificatrice di Correggio



Trama da grand guignol, storia per palati forti, quella di Leonarda Cianciulli, detta la "saponificatrice di Correggio", entrata negli annali della storia del crimine, presente in tutte le raccolte che, periodicamente, dedicano agli assassini efferati pagine in cui sono descritti fatti e personaggi che avvincono il lettore più dei romanzi di Stephen King o Patricia Cornwell.

Leonarda Cianciulli, tra “gli efferati” (dal titolo di uno dei tanti libri scritti sull’argomento da Emilio de’ Rossignoli), si è guadagnata un posto di tutto rispetto, non solo per gli omicidi compiuti con gelida freddezza, ma soprattutto per le dichiarazioni rese al processo e per la descrizione e le motivazioni degli omicidi affidate a un memoriale di settecento pagine. Una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore, e sono alcuni tra gli ingredienti che emersero nel corso dell’indagine che portò a scoprire i crimini di Leonarda Cianciulli.

Nata a Montella di Avellino nel 1893, da Emilia Di Nolfi e da Mariano Cianciulli, commerciante salernitano sposato in seconde nozze, la stessa Leonarda così si descrive nel memoriale: “Ero una bambina debole e malaticcia, soffrivo di epilessia, ma i miei mi trattavano come un peso, non avevano per me nessuna delle attenzioni che portavano agli altri figli. La mamma mi odiava, perché non aveva desiderato la mia nascita. Ero una bambina infelice e desideravo morire. Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l’intenzione di morire, e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla”. Inizia così la storia infelice di Leonarda Cianciulli che, divenuta adolescente, nonostante l’aspetto tarchiato e il viso mascolino, scoprì gli uomini, traendo, come lei stessa dirà, consolazione alla vita grigia e triste. Uno di questi, Raffaele Pansardi, impiegato dell’ufficio del registro, poco prima della Grande Guerra la sposa e i due vanno a vivere a Lariano, nell’Alta Irpinia. Nel 1930 il terremoto del Vulture distrusse la loro casa e, quindi, gli sposi si trasferirono a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, dove furono ben accolti dai cittadini. Presero casa in un vecchio stabile in via Cavour 11/a, e poco tempo dopo, grazie ai soldi del risarcimento statale concessi ai terremotati, i coniugi Pansardi si rimisero in sesto e le condizioni economiche della famiglia si risollevarono anche grazie al commercio di abiti usati messo su da Leonarda, al punto da potersi permettere anche la cameriera. Un alone di tragicità, però, attraversava la vita dei due e Leonarda non aveva dimenticato che da piccola una zingara le aveva predetto un amaro destino: “Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi”. Più tardi, interrogando un’altra zingara, questa, leggendole la mano, le disse: “Vedo nella tua mano destra il carcere, nella sinistra il manicomio”. Se i due episodi ricordati erano frutto della fantasia della Cianciulli o corrispondevano al vero non si sa, ma la profezia della prima zingara si avverrò presto. Leonarda ebbe diciassette gravidanze, con tre parti prematuri e dieci figli che morirono in tenera età. I quattro figli sopravvissuti erano per Leonarda un bene da difendere a qualsiasi prezzo. Lei, figlia rifiutata al punto di tentare il suicidio per sfuggire alla mancanza di amore materno, avrebbe ucciso per impedire che chiunque potesse strappare gli unici beni della sua vita. Il ricordo della maledizione accompagnava la donna ogni giorno della sua vita.

Nel 1939 Giuseppe, il figlio maggiore e prediletto, studiava lettere all’università di Milano e lavorava come istitutore al Collegio Nazionale di Correggio; il secondo e il terzo, Bernardo e Biagio, frequentavano il ginnasio a Correggio e l’ultima, Norma, frequentava l’asilo delle suore. La guerra era vicina e l’angoscia di Leonarda aumentava ogni giorno al pensiero che Giuseppe poteva esserle portato via dal conflitto. Così ricorda quei momenti: “Non posso sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sogno le piccole bare bianche di quegli altri, inghiottiti una dopo l’altra dalla terra nera”. Leonarda sa come fare per allontanare la cattiva sorte: “...per questo ho studiato magia, ho letto i libri che parlano di chiromanzia, astronomia, scongiuri, fatture, spiritismo: volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli”. Inizia così a proporsi come maga, legge gli oroscopi, consulta le carte, e non solo alle amiche che a lei si rivolgevano per conoscere il proprio destino, interroga il destino anche per lei e per salvare i suoi figli. Alla notizia che Giuseppe sarebbe dovuto partire per il militare Leonarda decise drasticamente cosa fare: sacrifici umani in cambio della vita del figlio.

La Cianciulli frequentava tre amiche, tre donne sole, non giovani, una di loro settantenne, che avrebbero volentieri cambiato vita per sfuggire alla noia ed alla solitudine di Correggio. Tutt'e tre chiesero aiuto a Leonarda, la quale decise che era giunto il momento di agire.

La prima a cadere nella rete della donna fu Faustina Setti, la più anziana, che chiese a Leonarda di interrogare le carte per sapere se, nonostante l’età, potesse ancora sperare di trovare un marito. Leonarda la convinse che le carte promettevano bene, poi un giorno le diede la notizia che Faustina Setti attendeva: un vecchio amico della Cianciulli, naturalmente inesistente, che viveva a Pola ed era pure benestante, voleva sposarsi e Faustina era la donna ideale. Leonarda convinse la donna a non parlare con nessuno della novità, per non suscitare invidie, quindi le consigliò di vendere tutto ciò che possedeva. La mattina della partenza per Pola, Faustina si recò a salutare l’amica; si era tinta i capelli per sembrare più giovane e Leonarda ne ricorda l’aspetto patetico: “Voleva sembrare una bambina”. La fece accomodare per un caffè, mentre un pentolone pieno d’acqua bolliva sul fuoco. A Faustina, che chiede a cosa serve quell’acqua bollente, la Cianciulli risponde che intende preparare una scorta di sapone per l’inverno. Poi la convince a scrivere alcune lettera e cartoline che potrà spedire appena arrivata a Pola, in cui annuncia a parenti e amici che tutto è andato bene. Faustina, quasi analfabeta, scrive sotto dettatura dell'amica, ringraziandola perché da sola non ne sarebbe capace, convinta che appena giunta a Pola le avrebbe imbucate. Peccato che a Pola non arriverà mai, perché Leonarda Cianciulli le spacca la testa con una scure, trascina il corpo in uno stanzino e lo seziona in nove parti, raccoglie il sangue in un catino. Poi, così ricorda quei momenti: “...gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io”. Qualche giorno dopo Leonarda mandò Giuseppe a Pola per svolgere una commissione e gli disse di imbucare le lettere di Faustina, che sarebbero quindi arrivate ai destinatari con il timbro di Pola. Nei giorni successivi la Cianciulli vendette gli indumenti e i soldi che la Setti aveva portato con sé la mattina in cui era stata uccisa.

La seconda vittima si chiamava Francesca Soavi. Anche lei sognava di andar via da Correggio, non sperava nel matrimonio e si sarebbe accontentata di un impiego in un’altra città. Leonarda le promise un lavoro nel collegio femminile di Piacenza. Francesca accettò con gratitudine e la mattina del 5 settembre 1940 si recò a salutare l’amica prima di partire. Leonarda convinse la donna, non senza fatica, a scrivere due cartoline, dicendole che le avrebbe dovute spedire da Correggio per annunciare ai conoscenti la partenza evitando di fare conoscere ai ficcanaso la sua destinazione. Il copione si ripeteva. Posata la penna, la Cianciulli si avventò sulla donna e ripeté il “sacrificio”. Da questa morte, però, ricavò solo tremila lire che Francesca aveva con sé. Per ricavare maggiori guadagni nei giorni successivi disse che aveva ricevuto dalla Soavi l’incarico di vendere i beni e i mobili della donna partita per lavoro. Giuseppe, su incarico della madre, si recò a Piacenza dove spedì le cartoline della Soavi.

La terza e ultima vittima era un’ex cantante lirica, cinquantatreenne, appariscente quanto patetica nei suoi ormai consunti abiti scollati, costretta a vivere in miseria. Si chiamava Virginia Cacioppo e trascorreva le giornate a raccontare del suo brillante passato di artista, mai rassegnata di averlo lasciato irrimediabilmente alle spalle. Facendo leva proprio sul punto debole della Cacioppo, Leonarda le propose un incarico a Firenze, come segretaria di un misterioso dirigente teatrale che avrebbe potuto reintrodurla nell’ambiente teatrale. Come con le altre, la pregò di non farne parola con nessuno, perché questo misterioso personaggio era un suo ex amante e se si fosse saputo in giro che ancora lo frequentava, sarebbe stata disprezzata dalla sua famiglia. Virginia, naturalmente, entusiasta della proposta mantenne il segreto e il 30 settembre 1940 si recò a fare visita a Leonarda. “Finì nel pentolone, come le altre due (…); la sua carne era grassa e bianca, quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose accettabili. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce”.

Fu proprio la cognata dell’ultima vittima a insospettirsi per la sparizione improvvisa della donna, che aveva visto entrare in casa della Cianciulli prima di sparire per sempre, la stessa donna che aveva messo in vendita tutti i vestiti della Cacioppo. Decise così di confidare i suoi sospetti al questore di Reggio Emilia, che seguì le tracce di un buono del Tesoro della Cacioppo, presentato al Banco di San Prospero dal parroco di san Giorgio, a Correggio. Convocato dal questore, il parroco disse di avere ricevuto il buono da Abelardo Spinarelli, amico della Cianciulli. Lo stesso Spinarelli dichiarò di averlo ricevuto dalla Cianciulli a saldo di un credito che vantava. Le tracce quindi, conducevano direttamente a Leonarda che, chiamata a rispondere su questo episodio, confessò senza troppe resistenze i tre omicidi. Gli inquirenti, però, nutrivano dubbi sul fatto che una donna di un metro e cinquanta, grossa, anziana, fosse riuscita da sola uccidere e sezionare tre cadaveri ed erano alla ricerca di un complice che poteva averla aiutata. Scartata l’ipotesi della complicità di Spinarelli, rimaneva il sospettato numero uno, il figlio Giuseppe che, al processo, celebrato nel 1946, ammette di avere spedito le lettere delle defunte, senza però conoscere i retroscena. Fu allora che la Cianciulli difese con tutte le sue forze il figlio ed arrivò a proporre una dimostrazione in diretta delle sue capacità di saponificatrice. L’esperimento si fece, utilizzando il cadavere di un vagabondo morto in ospedale. In soli dodici minuti, davanti agli sguardi allibiti di avvocati e magistrati, Leonarda Cianciulli sezionò il cadavere e procedette con le pratiche di saponificazione. La Corte stabilì che Leonarda Cianciulli era l’unica responsabile di quei turpi omicidi e la condannò a trent’anni di carcere ed a tre anni di manicomio giudiziario. In carcere Leonarda Cianciulli occupava il tempo a scrivere, lavorava all’uncinetto e cucinava biscotti, come ricordò una suora che l’aveva conosciuta: “Malgrado gli scarsi mezzi di cui disponevamo preparava dolci gustosissimi che nessuna detenuta però, si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica”. In carcere riceveva le visite dei figli e in occasione di visite di funzionari del Ministero pretendeva di essere lei a fare il discorso di benvenuto. Le ultime foto la ritraggono con il camice grigio e il colletto bianco, un paio di occhialini che le ingentiliscono il volto e la fanno somigliare a una vecchia maestra.

Morì nel manicomio giudiziario per donne di Pozzuoli, il 15 ottobre 1970, stroncata da apoplessia celebrale e fu sepolta nella fossa comune del cimitero della cittadina napoletana.

Assunta Borzacchiello

Home Page | Oltre il Muro | Museo | S.I.F.P.P. | Documenti | Newsletter | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu