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TEMPO n° 42, 18 Ottobre 1956
LETTERA AL MIO GIUDICE
Memorie della contessa Pia Bellentani
Queste sono le mie memorie, che non si intitolano "la contessa di Villa d'Este" e nemmeno "Pia Bellentani e i suoi amori"(che non si fregeranno delle illustrazioni della pittrice Parigini che non conosco), come qualcuno ha scritto "Non potrei dire nemmeno che si tratti di memorie vere e proprie, per quel tanto che questa parola comporta, immancabilmente, di difensivo. Si tratta, come dice lo stesso titolo, di una lettera, di una lunga lettera che ho indirizzata al mio giudice. Non si tratta di un personaggio immaginario, in quanto esiste realmente; è il giudice istruttore della Procura di Como, che si occupò del mio caso, al tempo della tragedia. La sua scelta, semmai, ha un valore particolare, vorrei dire quasi simbolico, di riparazione, perché rivolgendomi a lui, in quanto giudice, io mi rivolgo anche a quell'opinione pubblica e, in genere, a quella società che mi ha condannata. Allora, nelle condizioni in cui mi trovavo io avevo bisogno di difendermi. E questo il diritto di ogni imputata. Oggi, che sono una donna libera, ho voluto confessarmi. Per farlo, non esiste che una via, quella della sincerità. E' questa la strada che, decidendomi a scrivere la storia della mia vita, ho deciso di seguire. Ci sono in genere due maniere, due metodi direi, per parlare dei propri peccati nel tentativo di uscirne illesi: quello di esaltarti con il comodo mezzo di mettersi al di fuori o addirittura al di sopra della morale corrente e quello di scaricarsene, presentandosi come vittima e accusando gli altri. C'è chi ha detto, quando si è incominciato a parlare di questa mia pubblicazione, che sarebbe stata un "feuilleton" di cattivo gusto: Altro non sembrava che ci si potesse attendere da me. C'è invece chi ha creduto di sapere che le mie "Memorie" sarebbero state un documento spietato, un atto di accusa, con citazione precisa di nomi, date e indirizzi. Ci si rassicuri, io non accuso nessuno. Chi volesse andare in cerca di rivelazioni sensazionali, suscitatrici di scandalo, rimarrebbe deluso. Se avessi voluto, l'avrei fatto prima, quando la mia libertà, ossia la mia vita era in gioco. In queste pagine ho cercato di spiegare come possa essere giunta a quell’attimo di assoluto smarrimento di me stessa. Io non so se vi sono riuscita; in questo tentativo, è vero, io sono stata spietata, ma solo, semmai, verso me stessa. Mi permetto di pensare che la decisione di pubblicare la storia della mia vita non debba essere, a priori giudicata immorale. Immorale non è, a mio parere una storia di per se stessa, ma il fine con cui ci si accinge a raccontarla. Mi è stato in modo particolare, rimproverato di avere dimenticato di avere due figlie che un giorno potrebbero criticare questa decisione. Questo rimprovero mi è venuto anche dai miei stessi fratelli, che pure durante gli anni di questa mia dolorosa vicenda mi sono rimasti vicini più di quanto io stessa non osassi sperare. Le mie figlie sono con me, non è contro di loro, ma per loro che io ho deciso di dar corso a questa pubblicazione. Quand'ero ragazza, mi furono fatti leggere una quantità di libri "adatti per signorine". Non posso dire di aver tratto un grande insegnamento. Penso al contrario che anche la mia vicenda, possa, attraverso il dolore in cui è maturata, e le conseguenze che ne sono derivate essere d'insegnamento. Non solo, mi auguro per le mie figlie. Vorrei riuscire a far capire quanto talvolta siano invincibili i sentimenti, ma come sia sempre errato cercare di vincerli con la violenza. Io non ho mai pensato di trarre un utile e di speculare sulla mia infelicità, come durante la mia riprovata permanenza al Lido di Venezia non mi passò mai per la mente di presentarmi quale pretendente ad un ruolo di attrice o di cedere questo mio scritto a scopo cinematografico. A questo proposito trascrivo, alla lettera, la dichiarazione che ho fatto pervenire in quel giorni, al mio notaio: "Esprimo il desiderio che il provente netto di questa pubblicazione sia messo a disposizione dell'autorità giudiziaria, in relazione al giudizio finale nella causa di risarcimento del danno".
P.B.
Prima di uscire le mie figliole sono venute a dirmi "buonasera". Stefania, che è la minore, è andata a teatro; Flavia aveva un ricevimento a casa di una delle sue amiche. Sono rimasta in casa sola; questo mi accade piuttosto di rado. Sono seduta su di un piccolo divano, abbastanza ampio, tuttavia, per permettermi di restare seduta con le gambe di traverso e di tenere la testa arrovesciata su uno dei braccioli. C'è una quantità di fatti nella nostra vita quotidiana che si compiono meccanicamente senza che noi possiamo dire per quale ragione noi li compiamo, né quale importanza essi hanno su di noi. Altrettanto noi possiamo dire di certe condizioni che ci riguardano. Lei, per esempio, si chiama Stefania. Ha sedici anni, sta sostenendo gli esami di licenza ginnasiale e la sua maggiore preoccupazione, ora, è l'esame scritto di latino, fissato per domani. È troppo presto perché incominci a pensare a qualcuno. Io mi chiamo Pia Bellentani ed ho quarant'anni. Non ho più esami da sostenere, perché li ho sostenuti tutti. Non penso a niente, o, per essere più precisi, mi sforzo di non pensare a niente. Davanti a me, in modo che lo possa vedere senza che abbia bisogno nemmeno di voltare un poco la testa, c'è un ritratto di giovane signora. Sono io. Sono vestita di bianco e la figura è intera, in grandezza naturale. Lo sfondo è quello del lago, la balaustra, alla quale sono appoggiata con i gomiti, è quella della nostra casa di Urio. Il vestito bianco è quello che avevo indosso la sera del fatto. Per il momento lo vorrei chiamare ancora così. Una espressione sorridente, un pochino convenzionale, distende i miei lineamenti. Non è la mia espressione abituale, è quella di una donna felice, ma non del tutto sicura di esserlo veramente.
Questo quadro rappresenta per me una specie di termometro: serve a misurarmi la febbre, soprattutto quando sono sola come adesso, verso sera. Ci sono, naturalmente, dei giorni in cui mi accade di passarvi dinanzi e di guardarlo senza nemmeno vederlo, come avviene spesso di tutti gli oggetti che mi circondano: quella lampada, quella scatola di dolci d'argento che si trova al centro del tavolino... altri sopravvengono la cui vista è sufficiente a mettermi i brividi. .
Questa seconda sensazione non è purtroppo la peggiore; ce n'è ancora un'altra e si tratta di qualche cosa di assai più terribile, qualcosa il cui significato mi sfugge.
Ciò non ebbe luogo, per la prima volta, e qualche tempo dopo aver fatto venire questo ritratto dalla casa che avevo sul lago. Se lo avessi potuto prevedere non avrei affrontato un simile rischio: io mi trovavo in questa stanza, su questo stesso divano come posso essere adesso. Non saprei dire come, ad un certo punto, sollevando lo sguardo dal libro che stavo leggendo, i miei occhi si incontrarono con i suoi. Mi parve di non avere mai conosciuto quella donna con l'abito bianco, quegli occhi azzurri e quell'aria (come posso dire?) disperatamente felice. Ho preso un foglio di carta da quaderno a quadretti ed una matita e me li sono messi in grembo; io scrivo sempre così restando seduta con le gambe rannicchiate. Uso di preferenza la matita piuttosto che la penna, anche se questo sistema, a lungo andare, costringe il polso ad uno sforzo che si rivela estenuante. Ad Aversa scrivevo sempre così, ma non si tratta di semplice forza d'abitudine. La matita dà il senso del provvisorio, ovvero la sensazione che, volendo, siamo sempre in tempo a cancellare. Mi è stato detto - non ricordo da chi - che quando non si ha l'abitudine di scrivere, voglio dire di scrivere per il pubblico, la soluzione migliore è di rivolgersi a qualcuno come se gli si stesse indirizzando una lettera. Tutti hanno, o per lo meno dovrebbero saper scrivere una lettera.
Dovrei saperlo anche io, ma a chi? Mi sembra che la difficoltà maggiore sia per l'appunto questa: a mio marito, a me stessa, ad un'ombra?
Certamente a ciascuno di essi avrei molte cose da dire; senonchè si tratta di cose personali, troppo personali, perché io abbia il diritto di divulgarle.
Ho deciso perciò di scrivere al mio giudice e per l'appunto ho incominciato così questo foglio di carta strappata ad un quaderno di mia figlia: Egregio signor Giudice. Sarò sempre in tempo, dato che scrivo a matita, a cancellare. - Egregio signor Giudice, quando riceverà questa lettera ritengo che certamente lei, rimarrà sorpreso. Sono otto anni che noi non ci vediamo, ossia dal giorno in cui lei mi fece sapere che di li a pochi giorni avrei dovuto lasciare Como per recarmi ad Aversa. "Si tenga dunque pronta" mi disse.
Ora la parola spettava ai periti e per questa ragione avrei dovuto essere trasferita al manicomio criminale di Aversa. La richiesta proveniva dal mio legale e lei aveva aderito. Io non dissi nulla; feci solo un cenno affermativo del capo.
Il silenzio che seguì la sua comunicazione fu, senza dubbio, penoso per entrambi. Sono pressoché certa che uno da una parte, l'altra dall'altra di quella malconcia scrivania che la amministrazione dello Stato metteva a sua disposizione, noi stavamo pensando alle stesse cose.
Per alcuni mesi (tre in tutto, mi pare, sempre che la memoria non mi tradisca) ci eravamo incontrati puntualmente due volte alla settimana, eravamo rimasti per ore intere, uno in faccia all'altra, più come due estranei che come nemici. Lei non aveva mai manifestato nessuna simpatia per me e nemmeno animosità. Non aveva mai dimostrato nemmeno un interesse particolare per il mio caso, forse perché, per ciò che riguardava il lato giuridico, esso non era propriamente un "caso. Ai suoi occhi il problema era semplice: io avevo commesso un delitto in presenza di due o trecento persone, sì che ogni confessione diventava semplicemente superflua. Lei aveva davanti a sé un colpevole; il suo compito si riduceva a stabilire, in sostanza, se il mio reato fosse preterintenzionale, volontario o premeditato; voluto o semplicemente suggerito dalle circostanze. Non è questo, signor giudice, quello che lei voleva sapere? Lei si era fatta una questione di orgoglio, una specie di punto d'onore di volermi far dire che avevo ucciso per la semplice ragione che avevo voluto uccidere. Della mia volontarietà lei era stato persuaso fin dal primo momento: Il suo compito stava nel farmelo riconoscere. Se io avessi confessato, se su questo punto io le avessi ceduto, lei forse, mi scusi signor giudice se le dico questo, sarebbe stato anche disposto ad aiutarmi. Avrebbe fatto in modo che, oltre alle "attenuanti generiche" mi fossero state concesse anche quelle così dette "della provocazione". Erano state tante le provocazioni. Lei me le enumerò tutte, un giorno, una per una, sporgendosi dalla sua scrivania. Forse, in proposito, i miei ricordi sono più precisi dei suoi. Io rivedo quel giorno e quel momento in modo particolare, corse se fosse ora. Attraverso i vetri del suo ufficio vedevo un albero protendere i suoi rami che lasciavano cadere di tanto in tanto una foglia. L'ombra, in quel momento, era stata vinta dal sole. Un aereo che stava sorvolando Como passava alto nel cielo e fece vibrare i vetri della finestra. Il brivido si comunicò alle mie spalle. Per un attimo provai una sensazione che credevo sepolta da un pezzo per sempre, una grande, quanto irresistibile voglia di vivere. Vedendo che io continuavo ostinatamente a tacere, lei deve aver pensato che la sua tacita offerta non fosse stata abbastanza esplicita e che io non ne avessi afferrata tutta l'importanza o che io non mi fidassi di lei. Si rassicuri, signor giudice, lo avevo capito benissimo. Solo non me ne importava niente. Non mi importava di vivere e nemmeno di morire. Se mentivo, se le avevo sempre mentito era unicamente perché è tanto più facile mentire che dire la verità, specialmente quando si tratta di certe domande di fronte alle quali non è possibile, signor giudice, rispondere semplicemente con un si o con un no. Ricordo che mentre lei continuava a parlare un'ombra coprì nuovamente il sole; il ronzio dell'aereo divenne sempre meno percettibile e i vetri cessarono di vibrare. Come si era acceso dentro di me quel fremito di vita, così era ritornato immediatamente a spegnersi. E lei non se ne era accorto. Non si era guardato alle spalle. Ma non si può sempre guardarsi alle spalle. Quante volte, signor giudice, nel corso di quei nostri incontri lei mi interrompeva per dirmi: "Signora, incominciamo da principio". Per me questa frase poteva voler dire una quantità di cose; per lei invece cominciare da capo poteva voler dire rifarsi al "fatto", "ragione del fatto", alla "sera del fatto". Come lei vuole, signor giudice, incominciamo pure dalla sera del fatto, dal momento in cui, ad una cert'ora del 15 settembre 1948 io incominciai a vestirmi. Si tratta di un punto di partenza neutro, consuetudinario, sul quale non dovrebbe essere difficile trovarci d'accordo.
Io sfilai dal guardaroba il mio abito bianco e lo deposi sul letto. Durante tutto il pomeriggio di quella giornata, ero rimasta coricata. Avevo mal di testa. Per due volte Lilian, sua moglie, mi aveva telefonato, per sentire come stavo. "Male" le avevo risposto "ho un mal di testa orribile". Era vero il capo mi doleva al punto che, mentre parlavo al telefono, a capo del letto, ero obbligata a tenere gli occhi chiusi.
Le dissi che non ero ancora sicura se quella sera ce l'avrei fatta ad andare con loro, ossia lei, i nostri mariti e i nostri amici a Villa d'Este; soggiunsi che avrei fatto di tutto per intervenire, che avrei adottato il suo suggerimento di prendere qualche calmante e così feci. Verso le nove l’emicrania se ne andò. Io restavo ancora indecisa. Al domestico, che a venuto a bussare alla porta della mia stanza per sapere quali fossero le mie intenzioni, risposi che non sapevo ancora. E lo sapevo così poco che decisi di fissare un limite di tempo; una mezz'ora che sarebbe stata indicata sul quadrante di una pendola che si trova sul camino, giusto in faccia al letto. In quella mezz'ora io non pensai a nulla limitandomi a fissare, nella semioscurità in cui era immersa la mia stanza, il progredire delle lancette verso il termine stabilito. Alle nove e mezzo in punto mi scossi e mi alzai, ritrovandomi pronta a recarmi laggiù, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Perché, signor giudice, non le precisai allora questi particolari? Sarei sempre in tempo ancora oggi, a dire: "Ma perché li avevo considerati senza importanza, perché erano di per se stessi insignificanti e naturalmente perché, non essendomi stati da lei, specificatamente richiesti, io non contravvenivo, tacendoli ai miei doveri di imputata".
Preferisco, invece, essere franca con lei, signor giudice. Nell'importanza che io attribuivo all'andare o meno quella sera a Villa d'Este, lei avrebbe potuto vedere una prova non solo della volontarietà, ma forse di una premeditazione del mio gesto.
Le parlai, al contrario, proprio di quel vestito, insistendo sulla ragione per cui la mia scelta era caduta su quello. Ciò serviva bene alla mia tesi. Se lei ben ricorda, signor giudice io diedi cinque differenti versioni dell'accaduto: tre al commissario di polizia e due a lei. La scelta del vestito era destinata a corroborare l'ultima sulla quale avevo insistito tanto per la sola ragione che era la più difficile, forse, da sostenere. Le ricordai, signor giudice, l'episodio di una bambina morta che vidi quando avevo nove anni: era vestita tutta di bianco, ed io avevo provato il desiderio istintivo di coricarmi al suo fianco con un abito uguale e di lasciarmi morire per restarle vicino. Ora, la sera del fatto la mia scelta era precisamente caduta su un abito di quel colore il che in un senso, avrebbe dovuto dar prova del mio desiderio di uccidermi, anziché di uccidere. E lei, signor giudice, fu quasi sul punto di credermi. Non per la mia abilità nel mentire, ma perché il mio racconto era confermato dalla testimonianza di una persona estranea alla quale la sera del fatto io avevo parlato proprio di quel vestito dicendole che quando fossi morta, avrei voluto essere sepolta appunto con quell'abito. Questa persona venne a farle tale deposizione e le guardiane della toilette dove, a dispetto della impoeticità del luogo, queste confidenze erano state fatte, la confermarono. Su quell'idea di vestirmi di bianco io avevo particolarmente insistito, incaricando l'amica di dire alle mie figlie che ero andata in un posto dove stavo bene e che avevo sempre indosso quel meraviglioso vestito con il quale mi avevano visto l’ultima volta.
Quella sera, infatti, prima di uscire di casa, ero andata in camera dove le bambine erano già coricate. Faceva parte di un rito questo recarmi a dare loro il bacio della "buona notte" che Flavia chiamava il momento del "fatti vedere come sei bella".
Ricordo che mentre eseguivo tutti quei volteggi, nello spazio lasciato libero dai loro lettini, mio marito, che aveva indossato la giacca bianca dell'abito da sera, si affacciò alla soglia della stanza e mi disse: "Andiamo, Pia, la macchina è pronta". Io mi volsi e lui mi guardo come soprappensiero, ma, per il momento non mi disse nulla.
Quando però fummo seduti uno di fianco all'altro, Lamberto, senza distogliere gli occhi dalla strada che conduceva a Cernobbio, mi chiese improvvisamente: "Pia, ma che cosa hai questa sera?". Dunque non erano state solo loro, le bambine, a notare che in me c'era qualcosa di diverso dal solito, quando, poco prima, al mio apparire nella loro stanza, avevano ingenuamente battuto le mani. Oltre a Lamberto, anche Otello, quel nostro cameriere così timido, che arrossiva solo che gli si rivolgesse la parola, si era, sulla soglia di casa, complimentato con me. Ma ero stata soprattutto io, con un sentimento di vanità di cui per un attimo mi ero sorpresa, ad essermi compiaciuta con ma stessa, quando, dopo avere impiegato circa tre quarti d'ora contro i dieci minuti che di solito impiegavo a truccarmi, ero andata a guardarmi nella grande specchiera della mia stanza.
Immagino che lei voglia sapere, signor giudice, a che cosa io miri dicendole questo. Lei, sta probabilmente sospettando che lo voglia fornirle una nuova versione dei fatti.
I fatti, signor giudice, sono quelli che sono: il mio non è un "caso Grande" e nemmeno un "affare Montesi". La mia storia non un "romanzo giallo" perché nei romanzi gialli l'assassino non lo si conosce subito, fin dal primo capitolo.
Qualche tempo fa, occorrendomi un certificato, feci ritorno sul lago di Como. Volli allora rivedere la mia casa di Carate Urlo, sia pure ormai dall'esterno, ma dalla parte del Lago. Presi a nolo una barca senza precisare al barcaiolo, che mi accompagnava, la meta della mia gita. Giunti in prossimità della darsena di casa mia, l'uomo levò il braccio e disse: "Quella è la villa del conte Bellentani. Ha mai sentito parlare del delitto di Villa d'Este?" E dopo essersi stupito della mia ignoranza me lo raccontò a modo suo con un tono in cui mi parve di sentire vibrare come l'eco di una leggenda. "Quella sera" egli dichiarò, "lei si era vestita con un mantello di ermellino, si era messa tutti i gioielli più belli che aveva perché voleva essere bella per potergli piacere".
Mentre lo ascoltavo parlare sentivo che quella ingenua versione era meno lontana dalla verità di quanto si possa pensare.
La donna che discende dal predellino della macchina davanti allo scalone d'ingresso di Villa d'Este, che per un attimo si sofferma ad aspettare l'uomo che è con lei e nel frattempo sorride, senza vederlo, all’usciere che la aiutata a smontare dalla macchina, rassomiglia in modo straordinario a quella del ritratto che ho qui davanti a me, in casa mia. Sembra che non abbia niente più in comune con quella che, fino a poche ore prima, si trovava nel buio della sua stanza in preda a più foschi pensieri. Scivola più che camminare. Attraversa l'atrio, percorre i lunghi corridoi fino a che sfocia in una grande sala.
Al suo apparire l'orchestra che ha fino allora taciuto, attacca improvvisamente un motivo. Contemporaneamente tutti gli sguardi si rivolgono verso di lei. Il vestito che indossa non ha proprio niente di funebre all'infuori, forse del colore. Al contrario, quel vestito che le modella i fianchi e lascia indovinare più di quanto dovrebbe il punto di attaccatura del seno, è il più vistoso che possieda. Tuttavia, non è questo il motivo che la rende così provocante. I suoi occhi scintillano di una luce così intensa, quale nessun istituto di bellezza, con i ritrovati più sapienti, sarebbe riuscito a raggiungere. Sono stati necessari, invece, dei mesi di angoscia, dei pomeriggi del tutto simili a quello trascorso oggi, dove quella donna ha veramente creduto di raggiungere il fondo della disperazione. Una cosa sola è certa: a un determinato momento, la forza che l'aveva sospinta verso il basso aveva, in quel preciso momento, cessato di esercitare la sua pressione. Il suo corpo stava adesso risalendo: questo era il sentimento che conferiva ai suoi occhi quella luce particolare e costringeva i presenti a rivolgersi tutti dalla sua parte.
Camminava con la testa un poco rialzata, a passi lenti e un poco ondeggianti come se, in qualunque luogo fosse venuta a trovarsi, la sua posizione dovesse inevitabilmente essere al centro. Sembrava che se ne rendesse conto e che, anziché compiacersene, ne rimanesse lei per prima stupita. Questo insieme corrispondeva perfettamente al mutamento che si era verificato poc'anzi in lei, mentre stava discendendo gli ultimi gradini della scala della sua casa. La sensazione era stata tanto precisa ed insieme tanto violenta che ella si era domandata se, dopo aver disceso in quel modo le scale, le avrebbe mai potute risalire. E la donna si era detta di no, che indietro non sarebbe mai più potuta tornare. Adesso procedeva spedita e leggera, precedendo suo marito, fra i tavoli, con una cadenza che sembrava le venisse imposta dall’esterno e cui ciecamente obbediva, quasi da essa ritraesse una specie di forza. Gigi Taroni e Lilian Sacchi sono già arrivati e, seduti al loro tavolo d’angolo, parlano tra loro. Carlo è in piedi e le volta le spalle. Tutto questo avveniva nel bar, in mezzo al tramestio inconfondibile e caratteristico di tutti i bar di questo mondo. I miei gusti devono avere qualcosa di misurato e di preciso, ma, soprattutto di irrevocabile. Circa un mese fa, forse qualcosa di più, forse qualcosa di meno, Carlo, dopo uno di questi incontri tempestosi che hanno ormai luogo abitualmente tra noi, mi ha fatto , a bruciapelo, un’assurda proposta. "Partiamo, Piuzzetto". Nel corso della nostra relazione, egli ha impiegato due volte, tre al massimo, codesto appellativo. "Partiamo" mi ha detto. Ma, prima ancora di domandargli dove, quando e come, io gli avevo risposto senza esitare: "Sei matto?"
Egli mi aveva guardata, mi aveva preso la mano e l’aveva tenuta fra le sue durante tutto il tempo che aveva continuato a parlare. Carlo aveva fatto cenno non ricordo a quale trasferimento di valuta che aveva potuto ottenere, in seguito ad una combinazione fortunata, negli Stati Uniti.
Due biglietti d'aereo e qualche milione da parte, laggiù, come base di partenza ed avremmo avuto l'intero avvenire per noi. "E' questa" egli aveva concluso "la sola soluzione possibile che ci possa tirar fuori da qui".
Sapevo bene che la "soluzione" di cui egli aveva parlato era semplice follia. Avevo pure dei bambini, un marito, una madre. Avevo una "posizione" e, soprattutto, dei pregiudizi da salvaguardare.
Per tutte queste ragioni avevo rifiutato, così, senza nemmeno riflettere. In seguito, gli avvenimenti si erano succeduti con un ritmo talmente vertiginoso che non avevo avuto più, praticamente, il tempo di pensarci.
Quando, nel corso di quel pomeriggio trascorso nella solitudine della mia stanza, avevo passato in rassegna, con una eccitazione sempre crescente, tutte le possibilità che ancora mi rimanevano, cercandone una in cui avessi ancora potuto riporre le mie ultime speranze, l'idea di quella proposta che egli mi aveva fatto; mi era balzata davanti, di colpo, in tutta la sua chiarezza ed io mi ero meravigliata di non averci pensato prima. Adesso, invece scoprivo di averla accettata, a causa forse dl questo mio nuovo stato d'animo, senza pormi più alcuna domanda. Non mi ero illusa: sapevo bene che questa soluzione che egli mi aveva proposto in un impeto di sincerità, del quale non avevo mai dubitato, non avrebbe mai potuto essere definitiva né rappresentare la soluzione della mia vita. Tuttavia, la certezza che questa relazione era maledetta e che non c'era perciò da sperare che non andasse a finire malamente, non mi aveva, tuttavia, impedito di arretrare davanti ad un simile passo.
Presa questa decisione, uno strano senso di disperata tranquillità si era impossessato di me. Dal momento in cui mi ero levata in piedi e mi ero avvicinata al guardaroba per scegliere il mio vestito, tutte le mie azioni erano state, sia pure inconsciamente, subordinate a questo unico pensiero. Così era stato, per quella scelta dell'abito, per quelle giravolte ripetutamente compiute davanti al letto delle bambine, nella loro stanza e che acquistavano, adesso che ci pensavo, il valore di un addio.
Ora che ci pensavo, mentre ero seduta a tavola con lui, con Lamberto, con Lilian e Gigi Taroni, provavo un senso di meraviglia. Non tanto perché tutto fosse crollato, quanto perché tutto era crollato in quella maniera.
Dovevo fare uno sforzo, uno sforzo come mai avevo fatto in vita mia, per mantenere il senso delle proporzioni.
Improvvisamente tutto quanto avveniva intorno a me aveva cessato di possedere un senso comune. Mi appariva anche assurdo il fatto che, dopo quanto era avvenuto, le cose avessero potuto continuare a svolgersi come prima. "Questa sera" aveva detto a voce alta Gigi Taroni "Pia ha qualche cosa", e Carlo era stato il solo che, a questa sua uscita non si fosse voltato dalla mia parte. Avevo abbozzato un debole sorriso, dicendo: "Ho un terribile mal di testa". Nessuno aveva insistito perché delle quattro persone che si trovavano intorno a me, tre ne potevano facilmente indovinare la causa. Tuttavia non fino al punto che esse potevano supporre. Secondo loro doveva trattarsi di una delle tante rotture che dovevano essersi verificate fra di noi poco prima, al banco del bar dove, prima di recarci, a cena, ci avevano veduti dirigerci. Era stato là, per l'appunto, che il fatto era avvenuto. Non c'erano state scenate e nemmeno uno scambio di frasi violente. Tutto era andato come sempre e non c'era stato niente di drammatico. In questo appunto, ossia per una causa di sproporzione tra le parole che si erano dette ed il loro significato, consisteva la drammaticità di quel colloquio. Il barman stava agitando lo "shaker" per prepararci un "Negroni" ed io avevo estratto dalla borsetta una serie di ritagli e glieli avevo mostrati Qualche giorno prima, l'ultima volta che ci eravamo veduti, Carlo mi aveva manifestato l'intenzione di assumere una nuova dattilografa ed io, nei giorni successivi, mi ero preoccupata di seguire sui giornali le inserzioni comparse al riguardo. Ciò, più per affetto che per una ormai inveterata abitudine di occuparmi delle cose sue. Carlo aveva preso in mano i ritagli e, dopo avervi gettato un'occhiata distratta, mi aveva chiesto, con uno di quei sorrisi che avevano il potere di esasperarmi: "Siamo sicuri che siano poi tutte di "bella presenza"?". Ma questa volta non gli avevo badato e, per quanto avessi giudicato quella sua frase, così prevista, come un presagio di cattivo augurio, gli avevo detto così, senza indugio: "Allora siamo d'accordo, ho deciso, parto con te". Vedendo che la sua espressione non aveva subito alcun mutamento, avevo sentito il cuore arrestare i suoi battiti; tuttavia mi ero attaccata ad un'ultima ridicola speranza e cioè che egli non avesse sentito. A confortarmi in quella illusione era il fatto che il bar, in quel momento era animatissimo e tutti stavano affollandosi intorno al banco. Così, facendo forza su me stessa, avevo ripetuto per la seconda volta la frase con una leggera variante. Avevo introdotto la parola "America" che prima avevo evitato per quel sapore di "romanzo a fumetti" che poteva contenere. Per la seconda volta egli non aveva risposto. Ma c'era stato di più: nell'attesa che gli venisse versato l'aperitivo egli si era servito di una oliva e ora, ne aveva sputato il nocciolo. Il resto era stato quasi comico. Io gli avevo chiesto una sigaretta e lui me l'aveva accesa; quindi ci eravamo diretti verso il nostro tavolo, uno al fianco dell'altra, come se non avessimo veramente più niente da dirci. Certamente egli non aveva fatto a posta a sputare quel nocciolo. Certamente, si trattava di una semplice coincidenza. Tuttavia, adesso che rivivevo attimo per attimo quella scena, non potevo impedirmi di eseguire un rapporto tra questo particolare e l’offerta con la quale mettevo in gioco la mia vita intera. Era infatti difficile sottrarsi ad un’interpretazione simbolica di quell’episodio. Non potevo impedirmi di pensare che, sputando quel nocciolo, egli avesse sputato sulla mia vita. D'altronde dopo che, lasciato il bar avevamo raggiunto la sala del ristorante e ci eravamo tutti e cinque seduti intorno al tavolo riservatoci, non era più una sensazione di odio, di collera e nemmeno di incertezza, quelli da cui adesso mi sentivo invasa; lo si sarebbe detto, piuttosto un senso. di stanchezza. Io lo so bene, è difficile dopo tanti andirivieni del mio spirito, giungere a questa specie di piattaforma, formata di stanchezza, come punto di partenza per giustificare un delitto. Il fatto si è che io non voglio giustificarlo ma esporlo raccontando gli stati d'animo successivi, attraverso i quali sono passata per giungervi. Naturalmente non bisogna fraintendermi. Esistono due tipi distinti di stanchezza. Io non mi riferisco a quella specie di stanchezza fisica che noi tutte conosciamo. Non si tratta di questo, ma di uno stato di stanchezza morale che vi fa dire ebbene, tanto peggio, succeda quello che vuol succedere... io ne ho abbastanza.
"Voltati. Tu che la puoi vedere dimmi dov'è, dimmi com'è m'è vestita, lei". Mi ero voltata, l'avevo immediatamente identificata all'altro capo della sala, con la testa rovesciata al l'indietro, in preda ad uno scoppio di risa. Non ho fatto, per la verità, nessuno sforzo. Ho inoltre adottato lo stesso tono di complicità usato da lui. Non bisogna dimenticare che Lamberto Lilian e Luigi sono là davanti a noi, tutti e tre, e, per distratti che siano dalla presentazione dei modelli che è incominciata in quel momento, a metà della cena, potrebbero anche udire Ma è precisamente codesta necessità di essere prudenti e discreti per qualche cosa che oramai è così inutile, ad accentuare in me quel sentimento di stanchezza avvertito poco prima. Ora anche questo è fatto. Gli ho precisato la posizione esatta dove l'altra si trova, gli ho descritto la sua toilette con quella precisione di buona scolara che metto in tutte le cose. Non sono in collera, non mi domando nemmeno per quale ragione egli abbia fatto questo. Anche se poco tempo fa io gli ho fatto dono di ciò che veramente avevo di più prezioso, il mio orgoglio. Solo, dopo avergli detto ciò che desiderava, soggiungo: "Cerca di finirla. Questa sera non mi sento bene". E' la verità, del resto. I colpi di grancassa con cui l'annunciatore si è servito per ottenere il silenzio nella sala ed annunciare la seconda parte della sfilata, mi rimbombano a lungo nella testa. Carlo si trattiene ma per poco tempo; ed ecco che, non appena il pranzo è terminato cancella, con una mossa della mano, una composizione di stuzzicadenti sulla tovaglia, con la quale si era fino allora divertito e chiede il permesso d andarsene a raggiungere l'altra. "Naturalmente" è la mia risposta. Ma egli riprende "No, no, occorre un permesso scritto". Ed agitando in aria il menù, soggiunge ad alta voce, rivolgendosi anche agli altri: "Ecco, anche a voi, firmate". Il foglio fa il giro della tavola e i presenti firmano; è la mia volta, ora, ma, in luogo di firmare mi limito a tracciare, al posto della firma, una crocetta.
Quanti commenti in seguito... (continua)
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