IL MATTINO 30 Ottobre 2002
Opg
Vittime e carnefici allo specchio
Nella palestra del paradosso, per due giorni si cercherà di ricucire e mettere insieme, con il filo tenue dell'indagine scientifica, le ferite squarciate di un'intera società e di un «non-luogo» senza identità, che tutti si ostinano a chiamare ancora ospedale psichiatrico giudiziario, «vittima e carnefice di se stesso, ambiguamente contorto nel suo destino. Come lo è il destino dei suoi ospiti e delle loro vittime». Una frase di Adolfo Ferraro, direttore dell'opg «Filippo Saporito» di Aversa, messa a epigrafe del convegno nazionale di studi, che l'istituto ospiterà l'8 e 9 novembre prossimi, dal titolo «Vittime e carnefici», col patrocinio del ministero della Giustizia, della Società italiana di psichiatria forense e della città di Aversa.
«L'evento - spiega Ferraro - nasce dall'esigenza del superamento del manicomio giudiziario, un po' carcere e un po' ospedale, vissuto con ambiguità da tutti». La ricerca di identità come motore di studi e approfondimenti. 1200 internati in tutt'Italia, 180 ad Aversa. Ma Ferraro insiste: «Il 75% non avrebbe alcun titolo per restare in questa struttura. Sono qui per oltraggio a pubblico ufficiale o per maltrattamenti in famiglia. Dovrebbero essere curati fuori, dove però c'è il deserto di strutture adeguate e quindi vengono portati all'opg, cronicizzando la loro situazione dolorosa. Gli opg sono il contenitore dei fallimenti sociali della psichiatria». L'indagine su «Vittime e carnefici» irrompe così nella discussione sul senso degli opg, ma non esclude il resto della società, come spiega Ferraro: «La vittima è un soggetto che si carica dei sensi di colpa degli altri, si sente inadeguato, impossibilitato a risolverli e allora li riversa sugli altri, diventando carnefice». Un eterno ritorno, che investe anche l'aspetto forense, perché vittime e carnefici entrano nella giurisprudenza, ma quale deve essere l'approccio? Il convegno segna un percorso di analisi: dai principi generali fino ad aspetti specifici, affidati all'analisi di esperti di rilievo internazionale, come Haim Baharier, ebreo, maestro di ermeneutica biblica e uno dei maggiori esperti mondiali di Shoà, evento che sublima il rapporto vittime-carnefici, utilizzato dagli ebrei come inattaccabile alibi per qualunque tipo di prevaricazione. Non mancheranno nomi di richiamo mediatico come i criminologi Francesco Bruno e Massimo Picozzi, perito nel «caso-Cogne» e conduttore ogni venerdì su Italia1 del programma «Serial Killer». Picozzi tratterà il tema dei bambini vittime di omicidi: «Un fenomeno non molto approfondito - rivela - vista la difficoltà di reperire dati. Se l'uccisione di un bambino avviene nelle prime ore di vita viene catalogata come infanticidio, altrimenti finisce nel calderone degli omicidi. Disaggregando i dati, i primi risultati della mia ricerca evidenziano una sottostima degli omicidi di bambini del 50%, che troppo spesso vengono fatti passare per incidenti. È un campo che merita attenzione e il convegno servirà a integrare teorie ed esperienze concrete».
Mario Maj, segretario della società mondiale di psichiatria e direttore del dipartimento di psichiatria del Primo policnico di Napoli, farà da moderatore: «Lo psichiatra - dice - incontra sia persone che hanno subito atti di violenza (vittime) sia persone che li hanno compiuti (carnefici). L'incontro con le vittime, però, contrariamente a quanto forse la gente pensa, è molto più frequente. Più raramente lo psichiatra incontra, per lo più in ambito forense o penitenziario, persone che hanno commesso atti violenti e solo in una minoranza dei casi si rende conto che hanno realmente problemi di pertinenza psichiatrica. Ciò che soprattutto lo colpisce è che quanti hanno commesso questi atti, siano o meno affetti da patologie mentali, hanno una maggiore probabilità rispetto alla gente comune di aver subito a loro volta violenza, soprattutto nell'infanzia o nell'adolescenza. Si può dire, quindi, che la violenza genera violenza e che la vittima può diventare a sua volta carnefice».
Le conclusioni sono affidate allo psichiatra Sergio Piro: «Bisogna affrontare - dice - i ruoli classici dell'esclusione sociale come causa di sofferenza, ma soprattutto la presenza della guerra nella nostra società come fonte e stimolo dei comportamenti. Guerra intesa in tutte le sue forme, dalle bande di quartiere al terrorismo. Anche in questo caso vittime e e carnefici si confondono». Un esempio? «Prendete quello che è successo al teatro di Mosca, sapete distinguere i ruoli?»
LORENZO IULIANO