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La storia di Nabuc
Quali siano gli scopi e gli obiettivi di una rivista o di un giornale che fa informazione, sono noti a tutti. Così, per la stampa cosiddetta "penitenziaria", sono immaginabili scopi ed obiettivi, ma anche i significati nascosti o evidenti e le motivazioni profonde, diverse a seconda dell'istituto che lo produce e dei soggetti che gli danno voce ed espressione. Già una differenza si nota tra Istituti penitenziari di pena e reclusione e quelli a "misura di sicurezza" quali gli O.P.G., non fosse altro che per i soggetti che li occupano, detenuti nel primo caso, internati e "malati di mente" nel secondo. La libera espressione, e sottolineo "libera", sembra comunque un comune denominatore che dovrebbe contraddistinguere il principio di fondo di qualunque mezzo stampato, di qualunque comunicazione.
Sembra un paradosso, ma la libertà di stampa, di espressione e di comunicazione, almeno quelle, non possono essere tolte e negate a nessuno. Ma questa "espressione", forse, per coloro che sono malati di mente e autori di reato, acquista un significato diverso. Non conosco e non mi interessa, in questo momento, conoscere il significato che per un detenuto il giornale dell'Istituto in cui è recluso può assumere, ma penso di comprendere ciò che la comunicazione e l'espressione, seppur schizofrenica, anzi soprattutto quella, può significare per il malato di mente.
Fra loro molti, utilizzando la scrittura, e non solo, sono capaci di comunicare emozioni forti e coinvolgenti, amalgamate in deliri mai vuoti, né senza senso. Insalate di parole, ambivalenze cognitive, allucinazioni razionali, furto del pensiero e della parola, a volte del sogno, confusioni mentali, sgrammaticature e lapsus divertono chi si lascia andare in allegre risate e meravigliate esclamazioni. "La storia di Nabuc", al momento della sua nascita, non voleva, forse, dare una possibilità espressiva agli internati dell'Istituto che coattivamente li ospita, ma permettere e favorire la conoscenza all'esterno e agli "altri" di un mondo ed una realtà buia e paurosa, mostrando che la sua schizofrenia è tutt'altro che pericolosa, spesso divertente, sicuramente pregna di significati nascosti ed affascinanti. Voleva, e ci è riuscito, rendere permeabile quel muro, limite invalicabile di quel contenitore di follia terrificante, seno cattivo gonfio del male della società e suo capro espiatorio, permettendo a pochi privilegiati di leggere il contenuto dell'anima di uomini "disadattati", attraverso la loro bizzarra espressività. L'obiettivo era dunque la conoscenza; la comunicazione funzionava a senso unico; gli scopi progettati per gli "altri".
Nel tempo, "La storia di Nabuc" ha trasformato i suoi obiettivi. Una diversa presa di coscienza e nuove esigenze dei ricoverati partecipanti, lo hanno trasformato in una attività cosiddetta "terapeutico-trattamentale". Al di là del significato ancora misterioso di questo termine, capace di trasformare qualsiasi parola la preceda, rendendola altamente significativa, nobile e profonda, "La storia di Nabuc" dava nuova voce ed una più libera espressività soprattutto a chi soffriva non tanto della propria malattia mentale quanto della propria privazione di libertà e di identità, ma anche ed in maniera congiunta, della propria condizione di vita all'interno di questa istituzione totale e del proprio stato fisico e psichico.
Uno degli obiettivi che "La storia di Nabuc" ora si proponeva, nel tentativo di far vivere al ricoverato detenuto quel "qui ed ora" negato negli atti e nei pensieri da una vita sospesa fra il prima (la libertà scordata) e il dopo (la libertà sperata), era la comunicazione della propria condizione, del proprio quotidiano, del proprio sentito e vissuto, ad esempio nel vitto indecente o nell'uso e abuso della coercizione, trasmettendo all'esterno, non più e non solo il contenuto della propria anima, ma la condizione del proprio corpo. Gli obiettivi erano cambiati, la comunicazione non era più a senso unico. Ora non c'era più "la conoscenza" al centro degli scopi della libertà di stampa caratterizzante l'attività, ma finalmente "l'espressione". Adesso non più "l'altro", "l'esterno" era il protagonista di questo lavoro, bensì il ricoverato che, a questo punto, inizio ad avere difficoltà a definire "malato di mente".
Inoltre, uno strumento interattivo come Internet, nella cui rete "La storia di Nabuc" è entrato, lo ha trasformato in strumento dalla comunicazione binaria, grazie alla quale il "mondo esterno" può ritrasmettere il proprio sentire, le proprie emozioni, le paure o la solidarietà a coloro i quali, al di qua del muro e dello schermo, accolgono non senza stupore e incredulità, quelle risposte che, nel rispecchiarli, li fanno sentire vivi, esistenti e presenti nel "qui ed ora".
Cosa è oggi "La storia di Nabuc" non saprei. E' tutto questo e altro. E' la possibilità di farsi coinvolgere in una lettura di brani folli, inviati direttamente dai reparti, o costruiti in redazione, per provare emozioni, vibrazioni e riflettere e far affiorare in superficie la parte rimossa di noi, quella folle, quella delirante, quella non accettata dagli altri e quindi da noi stessi e da noi stessi nascosta. Diteci voi, se lo leggete, che cos'è Nabuc.
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