Menu principale:
S.I.F.P.P. > Formazione e progetti
PSICODRAMMA E FORMAZIONE NELL’AMBITO DEL PROGETTO “LE ALI AI LETTI”
Rosa Simone (*)
Filomena Petrazzuolo (**)
Massimiliano De Somma (**)
(*) PSICOLOGA, PSICOTERAPEUTA IN FORMAZIONE IN PSICOTERAPIA PSICODRAMMATICA
(**) PSICOLOGO, PSICOTERAPEUTA IN FORMAZIONE IN PSICOTERAPIA DELLA GESTALT E ANALISI TRANSAZIONALE
1. Introduzione
Questo lavoro prende atto da esperienze dirette, sperimentate all’interno dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, nell’ambito del progetto “Le ali ai letti” realizzatosi nel 2003. È nostra intenzione esplicitare in queste pagine, le fasi che ne hanno preceduto l’attuazione, quelle che ne hanno consentito la realizzazione, gli intenti e gli obiettivi da noi preposti e raggiunti. Nel Gennaio del 2003, presso suddetto Istituto è stato ideato e realizzato un progetto di formazione, finalizzato alla prevenzione e alla riduzione del ricorso all’uso della contenzione come estrema ratio, ovvero per l’abolizione dei letti di coercizione, prassi nella gestione dei fenomeni impulsivi ed incontrollati di auto ed etero aggressività degli internati ricoverati. Oltre a lezioni teoriche indirizzate al gruppo target, formato da Polizia penitenziaria ed Infermieri, in servizio presso l’istituto aversano, parte del progetto prevedeva interventi pratici ed esperienzali, finalizzati a formare sulla malattia mentale e sulle problematiche correlate alla gestione delle diversità e a favorire la possibilità di creare una più armonica interazione tra il personale operativo e gli utenti ricoverati, al fine di costituire una unità di crisi e di pronto intervento ai casi di aggressività violenta. In qualità di operatori presso questo opg, attivamente presenti e coinvolti da circa tre anni, consapevoli della dinamiche istituzionali e non, che investono operatori ed utenti, nell’incarico pratico formativo affidatoci, abbiamo ritenuto lo Psicodramma tecnica elettiva idonea al raggiungimento delle tras-formazioni preposte.
2. Psicodramma e formazione
Lo psicodramma è essenzialmente un metodo attivo di esplorazione del vissuto dell’individuo, e può essere utilizzato nella psicoterapia, in educazione, in rieducazione e nella formazione. La dimensione psicodrammatica, che si svolge nella “simulata” e nella finzione di situazioni reali o inventate, si esprime attraverso l’attività immaginativa. La funzione immaginativa rappresenta per l’essere umano la peculiare possibilità di rappresentarsi, a livello mentale, il mondo esterno e i suoi oggetti anche in mancanza del dato reale a livello percettivo. Durante le sessioni psicodrammatiche, quasi tutto il lavoro di gruppo si svolge all’interno di contesti narrativi. L’individuo mette in scena i propri vissuti richiamando nel contempo alla mente dei partecipanti altri racconti, altre immagini, altri vissuti. Come in una danza, in cui ognuno a turno ha la possibilità di esprimersi liberamente e creativamente, così sul palcoscenico dello psicodramma si assiste ad un “andirivieni” di scene attorno alle quali si costruisce una storia. È sempre attorno agli eventi messi in scena che si muovono, infatti, identificazioni, interpretazioni e vissuti tanto potenti da poter promuovere il processo di tras-formazione. Esiste un’area di applicazione dello psicodramma che non è esclusivamente incentrata sulla clinica psichiatrica e non interviene soltanto sulle aree patologiche della personalità, ma si propone anche come tecnica psicoterapeutica in grado di apportare dei cambiamenti qualitativi, che non solo contribuiscono a migliorare il funzionamento mentale e il benessere psicologico della persona, ma la arricchiscono e la evolvono. Questo strumento, infatti, è in grado di rispondere a diverse esigenze ed è in grado di essere una valida forma di supporto per l’individuo che si trova ad attraversare situazioni difficili e problematiche della propria quotidianità. Uno degli aspetti essenziali di questa tecnica è la possibilità di osservare la scena, con gli occhi della mente e del cuore, da più punti di vista. Infatti, attraverso l’inversione di ruolo (giocata come soggetto partecipante) e per mezzo dei processi di identificazione (vissuti come osservatore del gruppo), si ha la possibilità di immaginare le percezioni emotive e gli stati interni degli altri membri del gruppo e degli altri in generale. Questo permette di affinare la capacità di comprensione e analisi delle situazioni in cui ci si trova, con il conseguente vantaggio di poter “meditare” meglio il comportamento, in quanto si dispone di maggiori conoscenze su se stessi, sulle proprie modalità relazionali e sull’universo relazionale in generale.
In ambito formativo lo psicodramma si presenta sotto forma di una tecnica conosciuta come role playing.
Anche il role playing si avvale dell’utilizzo della drammatizzazione, della messa in scena, della recita di una parte; tuttavia esistono delle differenze sia per il contenuto sia per le modalità di svolgimento, tra la modalità psicodrammatica vera e propria e il role playing. Quest’ultimo, nella sua impostazione, incrocia due termini che lo compongono: formazione e simulata. Il primo si riferisce al campo di azione al quale è diretto. Questa tecnica, infatti, è considerata fondamentalmente viva, idonea e pratica in una organizzazione lavorativa nel quale è fondamentale più apprendere “come” fare qualcosa piuttosto che “cosa” fare. Specificamente il “come” indica una modalità che presuppone una interazione fra due o più attori sociali. Nei contesti lavorativi odierni, infatti, l’abilità di interagire in maniera empatica ed efficace è strettamente legata al ruolo professionale che le persone ricoprono. La capacità di porsi in relazione funzionale rispetto al proprio compito, risulta sempre più un’esigenza necessaria. Il secondo concetto che affianca e distingue il role playing è la simulata. Nella formazione possiamo considerare tecniche di simulazione quelle che cercano di riprodurre in aula, quindi in un contesto ed in una situazione protetta e di laboratorio, problematiche ed eventi simili a quelli della vita lavorativa. Il giocare una parte pone i partecipanti a diretto contatto con le emozioni, le opinioni e le credenze che tale parte-ruolo attiva in loro.
Fondamentalmente, durante la simulata si gioca in un terreno di mezzo tra gli aspetti strutturali di ciascun ruolo, legati alle aspettative sociali ad esso e la sua rielaborazione. Se in un corso di formazione come quello attuato si facesse giocare una scena con la precisa consegna di simulare, per esempio, il rispetto di una norma del regolamento ad un internato poco collaborativo, l’attenzione sarebbe concentrata sulla capacità di far rispettare, in modo fermo ma educato, una prescrizione comportamentale. Una scena del genere, apparentemente delineata entro i suoi confini, in realtà coinvolge nei partecipanti la loro valenza autoritaria, deduttiva, mediatrice… I ruoli che spesso siamo chiamati ad interpretare nella vita di tutti i giorni, anche quando lavoriamo, coinvolgono altre parti interne e profonde, radicate nella nostra storia personale e familiare. Il role playing, per le sua caratteristica di “giocare” in un terreno di mezzo, arginato e protetto dalla dimensione del “come se”, offre la rara possibilità di riconoscere e maggiormente identificare quegli aspetti personali che influenzano ampiamente, in modo positivo o in modo problematico, l’area lavorativa, stimolando inoltre riflessioni fra se, il proprio ruolo, gli altri e il loro. In questi tipi di esperienze, dove l’insegnare un’abilità è altrettanto importante rispetto all’apprendimento dei suoi contenuti, assume un grosso vantaggio il poter utilizzare i rimandi del gruppo, ovvero le reazioni provocate e suscitate negli altri durante la scena. Naturalmente, proprio perché ci si espone in prima persona, è necessario che il gruppo sia adeguatamente “riscaldato” e i livelli di ansia, legati alla preoccupazione della prestazione, del pregiudizio e giudizio altrui, siano tenuti bassi e contenuti. Compito del conduttore-formatore è quello di stimolare e provocare grandi emozioni ed energia tra i membri del gruppo, frenando l’irrompere di contenuti personali ad alto potere emotivo e troppo disturbanti per il gruppo stesso. Questa regola permette di lavorare in modo spontaneo e amichevole sul versante che si vuole sviluppare (quello professionale). Al fine di soddisfare tali condizioni, gia Moreno, ideatore dei principi e della metodologia dello psicodramma classico, aveva messo a punto tecniche di procedura differenti rispetto a quelle utilizzate nello psicodramma terapeutico o esplorativo, che tenessero comunque conto degli assunti teorici fondamentali di base, sulla teoria del ruolo – relazione telica – spontaneità – creatività.
L’esperienza psicodrammatica attiva tre differenti meccanismi mentali, in chi la vive come protagonista o come semplice membro del gruppo, costituiti dalla funzione di specchio, di doppio e di inversione di ruolo. A tali meccanismi corrispondono delle tecniche deputate a favorire l’attuazione di tali funzioni. Il “doppio”, lo “specchio” e l’”inversione di ruolo” rappresentano le principali tecniche dello psicodramma.
Possiamo esemplificare la funzione di doppio considerando la relazione tra A e B in cui una delle due polarità stimola l’altra ad una dinamica mentale capace di attivare un dialogo interiore. Questa interazione tende a stimolare coscienza e conoscenza di se attraverso l’acquisizione di una maggiore capacità introspettiva e a ricercare in profondità emozioni, sentimenti, immagini rimaste a lungo inesplorate e inconsce, favorendo così l’autosservazione e l’autoriconoscimento. L’individuo diventa doppio rispetto ad un altro, grazie alla sua capacità di identificarsi con lui, mentre ogni individuo può essere doppio di se stesso, nella misura in cui è capace di introspezione. La funzione di specchio, invece, permette all’individuo in relazione all’altro, di cogliere aspetti di se stesso a lui rimandati. In questo caso l’individuo rivolge l’attenzione verso ciò che è fuori di se, per prendere coscienza di come è visto dagli altri. Infine, l’inversione di ruolo è ascrivibile al concetto di decentramento percettivo. Grazie a questa tecnica, il protagonista gioca la parte di un altro, avendo la possibilità di integrare il suo consueto punto di vista con il punto di vista dell’altro, come conseguenza di un temporaneo decentramento da se stesso nei panni dell’altro. Quando l’Io riesce a decentrarsi e divenire osservatore di se stesso, permette all’esperienza che si va svolgendo nel qui ed ora, di canalizzarsi, senza filtri oscuranti o deformanti, nella riflessione, conservando la lividezza dei suoi contenuti emotivi.
3. Il progetto
“Le ali ai letti”, ideato e realizzato dalla Direzione dell’OPG di Aversa, nelle illuminate figure di Adolfo Ferraro e Salvatore De Feo, con l’ausilio di alcuni operatori e il finanziamento del Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria; con la consulenza e la supervisione esterna del Prof. Alberto Manacorda e la partecipazione di alcuni fra i più illustri professionisti della psichiatria e della criminologia, dal Prof. Sergio Piro al Prof. Francesco Bruno, immersi nel duplice ruolo di docenti e formatori, nasce come progetto complesso ed articolato in più fasi:
1. Studio delle dinamiche aggressive dei malati di mente autori di reato internati nell’istituto;
2. Formazione approfondita circa la malattia mentale e la relazione dinamica col malato di mente al fine di trasmettere conoscenze circa il sapere, il saper fare, il saper essere;
3. Costituzione di una task force multioperativa di pronto intervento, composta da Polizia penitenziaria, Infermieri e Medici, responsabile e competente all’intervento in casi non diversamente gestibili se non attraverso l’uso e l’abuso della coercizione, al fine di evitarne, ove possibile, l’applicazione, e prevedere interventi alternativi. Il progetto ha impostato i propri obiettivi principali sulla formazione alla malattia mentale e alle problematiche correlate alla gestione delle diversità, favorendo soprattutto la possibilità di creare una più armonica interazione tra il personale operativo e gli utenti ricoverati.
4. Lo Psicodramma in forma-azione
L’esperienza da noi condotta, inscritta nel sopra citato progetto, si è articolata in momenti e fasi diverse. Il lavoro gestito con la modalità psicodrammatica ha previsto:
Costituzione – costituzione di un gruppo eterogeneo per ruoli professionali;
presenza di un direttore - conduttore di sesso femminile specializzando in psicodramma e due psicologi svolgenti il ruolo di Io - ausiliari professionisti.
Soggetti - Tempo – Luogo – Il gruppo target, composto da Polizia Penitenziaria ed Infermieri, era costituito da 15 persone tra i 30 e 50 anni di età, di medio bassa estrazione sociale ed un livello di cultura scolastica medio - inferiore. Il progetto, di durata semestrale, ha previsto un incontro a cadenza bisettimanale di quattro ore. Gli incontri si sono svolti nel teatro dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario adattato alle esigenze del lavoro di gruppo. L’ambiente di cui abbiamo disposto ha reso possibile l’esercizio della tecnica dello psicodramma e del role playing in senso stretto, potendo infatti usufruire di uno spazio adeguato al lavoro preposto.
Metodo - Ciascun incontro è stato gestito in tre momenti diversi:
Situazione di ognuno: Arricchimento della matrice gruppale attraverso le informazioni/esperienze riportate dai soggetti stessi, con lo scopo di alimentare il co-conscio e il co-inconscio del gruppo.
Centrale: lavoro con il gruppo con utilizzo di tecniche psicodrammatiche (il doppio - lo specchio - l’inversione di ruolo).
Condivisione: comunicazione dei propri vissuti ed esperienze suscitate dalla drammatizzazione.
Compito del conduttore inizialmente è stato quello di costruire e contenere il gruppo, favorendo legami intensi e autentici tra i partecipanti, facendo emergere un clima di spontaneità e creatività tenendo bassi i livelli di ansia. Successivamente compito dello stesso conduttore è stato quello di creare simulazioni di diverso tipo, il cui fine formativo fosse finalizzato a cogliere elementi di disagio, difficoltà gestionali, relazionali e di aggressività repressa nell’ambito professionale e personale, allo scopo di ravvedere nel qui ed ora modalità alternative di management ed empowerment, puntando sull’ascolto interiore e sui bisogni celati, promovendo una capacità di ascolto intersoggettivo, in uno spazio dove la sospensione del giudizio e della risposta sono la regola fondamentale. Compito degli psicologi ausiliari, specificamente formati, è stato quello di interagire empaticamente col gruppo di lavoro allo scopo di stimolare i partecipanti alla spontaneità ed alla creatività, evidenziando, ad incontro finito, le dinamiche di gruppo emerse durante l’attività. Il primo obiettivo è stato quello di formare un gruppo che potesse assumere la funzione di sostegno, di membrana permeabile per ogni partecipante, promovendo una situazione gruppale, in cui fosse possibile concedersi l’opportunità di sperimentarsi, allontanandosi dai copioni di vita agiti negli schemi comportamentali quotidiani. Il gruppo è diventato un luogo “altro” in cui è stato possibile svincolarsi dagli abituali ruoli stereotipati, annichilenti e immobilizzanti, offrendo a ciascuno l’opportunità di viversi e provarsi in ruoli diversi ed alternativi. Il secondo obiettivo che ci siamo posti è stato quello di formare alla capacità di impegnarsi in nuove, più adatte ed abili competenze relazionali, e di ri-cercare e ri-scoprire dentro di se risorse interne, in grado di consentire alla persona la costruzione di nuovi ruoli improntati alla inter-soggettività, all’auto-osservazione e al “cambiamento”, superando le proprie difese e resistenze.
5. Esperienza
Ci sembra interessante, a conclusione di questo lavoro, a scopo esplicativo descrivere un momento di una attività proposta nella formazione.
Lavoro del 03/05/03
SPAZIO: Teatro dell’O.P.G. di Aversa,
TEMPO: ore 9,00. – 13,00
GRUPPO: Conduttore 2 Psicologi – Io-ausiliari professionisti
10 Partecipanti di cui 5 Infermieri e 5 Operatori di Polizia Penitenziaria
1a attività: Incontriamoci
CONSEGNA: Per sgranchirci un po’, alzatevi e camminate liberamente sul palcoscenico. Mi piacerebbe che quando vi imbattete in qualcuno, lo salutaste prima in modo non verbale e poi, con la stessa persona scambiaste quattro chiacchiere.
Il gruppo si alza e cammina sul palcoscenico. Le persone si salutano con modalità differenti. Alcuni si abbracciano, altri si stringono la mano, altri si salutano con un inchino ed altri ancora con una pacca sulla spalla. C’è una musica di sottofondo che copre le voci. Le coppie che si sono incontrate con modalità non verbali, si scambiano informazioni fra loro in un secondo momento.
FINALITA’: Attivare relazioni intersoggettive fra i partecipanti ed evidenziare la rete telica (Tele, secondo Moreno, sta ad indicare qull’energia spontanea, naturalmente scambiata dalle persone nell’incontro, e che porta a provare attrazione o repulsione reciproca, aggettivando, quindi, il tele come negativo o positivo) che si va costituendo nel gruppo.
2a attività: Attivazione psicomotoria – affidarsi all’altro e farsi carico di esso
CONSEGNA: I due Io-ausiliari diventano caposquadra di due sotto gruppi. A loro assegno la possibilità di scegliere, tra i partecipanti, i compagni che faranno parte della propria squadra. Una volta che si saranno formati i due sottogruppi, ponetevi alle estremità del palcoscenico gli uni di fronte agli altri. Le bende che ho tra le mani verranno utilizzate per bendare la squadra alla mia destra.
Dopo aver bendato i sei componenti, il conduttore li accompagna dall’altra squadra, sincerandosi che ogni membro della squadra non bendata, abbia poggiato le mani sulle spalle del compagno bendato che ha davanti.
Adesso i bendati si affideranno alle mani dei compagni che li guideranno in questa esperienza, portandoli in giro sul palcoscenico. Iniziate un cammino molto lento, e poco a poco aumentate il passo senza ancora trasformare, però, l’andatura allegra in una corsa.
Stop. Invertite ora il senso di marcia e adesso accelerate l’andatura, movendovi a zig zag. Stop. Continuate a camminare lentamente. Stop. Prendete ora per mano il compagno a voi affidato e guidatelo in una dettagliata esplorazione dell’ambiente. Ritornate ora nella posizione iniziale mentre toglierò le bende. Ora coloro che precedentemente si sono affidati, diverranno ora responsabili, prendendosi in carico il gruppo che affiderò loro.
L’operazione viene così ripetuta invertendo i ruoli.
Il gruppo mostra qualche difficoltà nello sperimentare entrambi i ruoli, difficoltà presente principalmente nelle prime parti della consegna. Tra i partecipanti molti manifestano tangibili resistenze nel lasciarsi andare, mentre, al contrario, altri presentano una maggiore inadeguatezza nel farsi carico dei compagni loro affidati. Nella fase di esplorazione, secondo momento della consegna, si nota una migliore capacità di tutti i partecipanti nel condurre e lasciarsi condurre, probabilmente dovuta ad una situazione meno ansiosa e difesa.
FINALITA’: dare al gruppo la possibilità di sperimentare, attraverso un clima giocoso e divertente, ruoli complementari: l’affidarsi all’altro e, in un secondo momento, sentirsi responsabile dell’altro.
3a attività: Situazione di ognuno – parliamo di emozioni
CONSEGNA: potete sedervi sul palcoscenico. Partendo da un Io-ausiliario e continuando in senso orario, facciamo un primo giro in cui ognuno ci dirà come si è sentito nell’affidarsi, quando era bendato, ad un compagno. In un secondo giro, invece, vi invito a riferire sul come vi siete sentiti nel prendere in carico l’altro.
Il gruppo esplicita oralmente le emozioni legate all’attività precedentemente svolta. Dalle verbalizzazioni risulta chiaro come per la maggior parte sia stato molto più semplice farsi carico dell’altro piuttosto che affidarsi ad esso. Solo gli Io-ausiliari si esprimono sul come hanno sentito facile entrambi i ruoli. I partecipanti chiedono di rivolgere qualche domanda agli ausiliari. Si apre una discussione sul prendersi cura, in cui ad ognuno viene concesso lo stesso spazio per potersi esprimere. F
FINALITA’: Consentire ad ogni componente del gruppo di rivelare le sensazioni legate ai diversi ruoli poc’anzi agiti, stimolando i partecipanti a non banalizzare il contenuto dell’esperienza ma a valorizzarlo attraverso un resoconto emotivo.
PAUSA
4a attività: Interroghiamoci…
CONSEGNA: Dopo questa breve pausa chiedo ad ognuno di voi cosa vi fa venire in mente la parola “pazzia”. Ogni membro del gruppo si esprime sull’argomento. Quasi tutti i partecipanti hanno sottolineato l’aspetto patologico della pazzia, cercando di darne una definizione medico-scientifica. Solo qualcuno ha pensato alla pazzia come sofferenza o come una estrema difesa contro l’angoscia.
FINALITA’: Focalizzare l’attenzione su uno degli elementi fondanti la propria professione e centrale nel processo di formazione, per preparare il gruppo ad un lavoro più profondo e introspettivo.
5a attività: Scelta del protagonista
CONSEGNA: Vi chiedo di pensare ad una persona che per voi incarna la pazzia. Quando l’avrete chiara nella testa, ognuno alzi la mano in modo che io capisca che l’avete individuata. A partire da V.F., proseguendo verso destra, specificate il nome della persona cui avete fatto riferimento, e il ruolo che riveste.
Il gruppo pensa alla persona ed ognuno comunica ai compagni nome e ruolo.
Vi chiedo ora, di ripensare alle persone che sono state menzionate poco fa e di esprimere con un voto la vostra preferenza rispetto a quella che ha destato in voi più interesse. Il voto può essere espresso mettendo la vostra mano sulla spalla del compagno che ha pensato alla persona che vi ha maggiormente incuriosito. Alzatevi e votate.
Dalla votazione emergono tre preferenze.
Il gruppo evidenzia la propria preferenza. Dalla votazione emergono tre possibili protagonisti. Il conduttore decide di lavorare con tutti e tre. Le persone che hanno destato maggiore interesse tra i membri del gruppo, sono: Carminiello, il pazzo del paese; Giovanni, un ex internato dellO.P.G.; la signora Priscilla, vicina di casa. Il gruppo viene fatto accomodare in uditorio e viene posta una sedia al centro del palcoscenico. Le luci vengono regolate in modo da evidenziare, grazie ad una più accentuata luminosità, il momento di asimmetria del protagonista rispetto al gruppo. Il primo a sedersi è un Io-ausiliario, e la persona a cui quest’ultimo si è riferito, è Carminiello, pazzo del paese. Il conduttore chiede al protagonista di diventare per qualche minuto Carminiello, e di entrare in inversione di ruolo con lui, in modo da potersi far conoscere dall’uditorio. Carminiello si esprime attraverso numeri e segni, e ad ogni domanda del conduttore risponde con un gesto o esplicitando un numero. In inversione di ruolo con “il pazzo del paese”, l’Io-ausiliario non riesce a star seduto, e percorre, zigzagando, il palcoscenico, urlando numeri e disegnando ogni angolo con le dita. Il direttore allora decide di fare da doppio al protagonista, parlando al posto suo e dando voce al suo mondo interiore. Secondo protagonista è un infermiere che viene invitato ad entrare nei panni della sua vicina di casa, la signora Priscilla. Il conduttore intervista la signora e da all’uditorio la possibilità di porre delle domande al protagonista in inversione di ruolo. L’ultima drammatizzazione è interpretata da un agente di Polizia, che vive i panni di un ex internato dell’istituto, ormai dimesso e spesso incontrato per le vie di Aversa. L’intervista che il conduttore svolge è interamente volta a stimolare nel protagonista esternazioni riguardo le proprie impressioni sull’ospedale, sulla sua degenza e sulle opinioni circa il personale operante.
FINALITA’: Attraverso l’inversione di ruolo con la “follia”, si è dato al gruppo la possibilità di giocare la parte di un altro. In inversione di ruolo, grazie al decentramento percettivo, la persona può intuire e comprendere nuove verità, aggirando e sconfiggendo, in modo genuino, carichi emotivi e preconcetti cognitivi irrigiditi. Conseguentemente alla svariata gamma di ruoli in cui la persona si cimenta, è possibile ampliare la propria autocoscienza ed il proprio autocontrollo. Il momento di autoosservazione che permette questi risultati, è coadiuvato dalla presenza degli altri e dagli specchi feedback che vengono prodotti.
6a attività: Partecipazione dell’uditorio
CONSEGNA: tornate nuovamente sul palcoscenico e sedetevi in circolo. Ognuno comunichi al gruppo le impressioni che vi ha provocato il lavoro che avete appena visto. Si esprimeranno prima I tre protagonisti. Ogni partecipante rivela ai compagni le emozioni legate alla drammatizzazione. L’attenzione, l’entusiasmo ed il calore usato nei resoconti verbali evidenzia un pieno coinvolgimento di tutti rispetto all’esperienza appena messa in scena.
FINALITA’: Concedere al gruppo l’opportunità di conoscere e condividere percezioni, sensazioni e impressioni rispetto all’attività finale, favorendo un momento di introspezione “collettiva” prima del congedo.
6. Conclusioni
Il progetto formativo realizzato in O.P.G. ha ottenuto evidenti e tangibili risultati concretizzando gli obiettivi che erano stati previsti. Grazie all’uso della tecnica dello Psicodramma il gruppo si è rivelato per ogni partecipante uno spazio custodito e salvaguardato in cui è stato possibile verificare differenti possibilità di proporsi e di operare. Nell’ ambito gruppale ogni partecipante ha potuto mettere in atto ruoli sconosciuti e insoliti; questa esperienza ha dato ad ognuno l’opportunità di distanziarsi dalle consuete, rigide e frenanti posizioni quotidiane apprendendo più vantaggiosi e adeguate modalità di relazione. Lo Psicodramma ha permesso a ciascuno di esplorare e rintracciare dentro di se qualità profonde e attitudini inespresse, ogni persona è riuscita a realizzare nuovi ruoli caratterizzati da più idonee capacità valutative e da più distinte consapevolezze che sollecitano il cambiamento.
Menu di sezione: