OPGAversa


Vai ai contenuti

Menu principale:


Stage Scienze Forensi

S.I.F.P.P. > Formazione e progetti

STAGE DEL MASTER IN SCIENZE FORENSI


L'Ospedale Psichiatrico Giudiziario "Filippo Saporito" è sede di Stage del Master in Scienze Forensi del Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza".

Gli studenti del Master che ne fanno richiesta, solitamente nel mese di Settembre, svolgono un approfondimento formativo di 5 giorni presso questo Istituto.

Al termine della formazione, gli studenti producono un lavoro, che pubblichiamo in questo spazio.


_______________________________________



5-9 Settembre 2005

Elisabetta De Robertis

VISITATORE N°0


Stage di ore 35
presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario “Filippo Saporito” di Aversa.


Noi qui dentro si vive in un lungo letargo,
si vive afferrandosi a qualunque sguardo,
contandosi i pezzi lasciati là fuori,
che sono i suoi lividi, che sono i miei fiori.
Io non scrivo più niente, mi legano i polsi,
ora l’unico tempo è nel tempo che colsi:
qui dentro il dolore è un ospite usuale,
ma l’amore che manca è l’amore che fa male”.

(R.Vecchioni – Canzone per Alda Merini)


Lunedì, 5 Settembre

Pochi gradini davanti ad un palazzone grigio dividono il mondo da questa strana isola.
Ospedale Psichiatrico Giudiziario, Filippo Saporito.
Un inferno abitato da folli criminali.
Cos’è la follia? E la criminalità?
Cosa succede quando pazzia e devianza si tengono strette, in un unico abbraccio?
Entro. Consegno documento d’identità e cellulare.
Mi rilasciano un tesserino: VISITATORE.
Dopo qualche spigolosa rampa di scale, al primo piano, la sala “G. Virgilio”.
Tre persone dietro una cattedra. Un uomo e due donne. Dietro questi il mezzobusto di Filippo Saporito. Su di una parete laterale c’è un agente di polizia penitenziaria in piedi.
I tre sono Massimiliano De Somma, Mena Petrazzuolo e Rosa Simone.
L’agente sarà la nostra guardia del corpo, il suo nome è Vincenzo.
Ci consegnano un programma da oggi fino a venerdì.
I tre parlano, ci spiegano incalzati dalle nostre domande la difficoltà di lavorare in un ambiente in cui follia e delinquenza si fondono.
Alle pareti, infatti, Lombroso, Ferri, Virgilio e Garofalo ci regalano massime ormai note circa questo strano connubio.
Chi sono gli abitanti di questa cittadella ermetica? Il loro appellativo non è nè detenuti, nè malati: gli unici e veri padroni di questo posto vengono chiamati INTERNATI.
Non si sentono rumori.
Ci avvertono che dobbiamo spostarci tutti insieme. Anche per il bagno c’è una chiave che va chiesta e resa.
Arriva la pausa e scendiamo in un cortiletto quadrato. Alcuni agenti sono qui: non è il bar, è lo spaccio.
Alzo lo sguardo: si aprono tutt’intorno finestre dalle sbarre grigie. Un nodo si ferma alla gola. Due braccia escono dalle grate ma non riesco a delineare nessun volto.
Sono braccia di un uomo: gli internati, qui ad Aversa, sono tutti uomini.
La mattinata fugge ed arrivano le 13.00, l’ora di pranzo, mangeremo alla mensa. Ancora tutte insieme ripercorriamo le stesse scale. Siamo 13 ragazze: una bella novità per i nostri ospiti.
“La più bella ha le scarpe verdi!”. Arriva una voce da un reparto sulla strada. Sorrido e non trovo ancora niente che mi dia la sensazione di malato, di malato mentale.
Eppure mi guardo intorno e non vedo paura o tensione sui volti dei nostri accompagnatori e degli agenti. Tutto sembra calmo e silenzioso ma non pericoloso.

Dopo la mensa attendiamo la visita al Museo Criminologico.
Terminata la visita al museo, il silenzio regna sovrano tutt’intorno. Il pomeriggio qui tutto subisce un rallentamento. Si incrociano meno agenti, meno infermieri, meno dottori. La cittadella dei matti diventa un deserto grigio. Solo innumerevoli gatti.

Sono le 18, l’ora di riconsegnare il tesserino e prendere possesso di documento e telefono.
Scendo quei pochi gradini della mattina e mi catapulto nuovamente sulla strada asfaltata.
Ora posso camminare o fermarmi, girare a destra o a sinistra. Sono nuovamente libera!
Accendo il telefono e chiamo casa per rassicurare.
Al primo incrocio, però mi giro per un attimo a guardare quell’”inferno ben compensato”.


LA STRUTTURA:

L’O.P.G. di Aversa presenta una pianta quadrata, costituita da vari REPARTI. Detti reparti si assomigliano tutti: stanze e corridoi che girano intorno ad uno spazio comune esterno, in cui gli internati godono dell’ora d’aria. Oltre ad una stanza adibita alla mensa.
La malattia ad Aversa è vista anche come incapacità di essere autonomi, ed è anche questa capacità/incapacità che determina l’assegnazione ad un reparto.
I reparti sono 8 per 238 internati.
I due estremi sono il reparto detto “la staccata”, in cui gli internati sono poco autonomi, e il reparto 9 bis, in cui gli internati provvedono autonomamente a se stessi.
Meglio si risponde alla cura e più ci si rende affidabili ed autonomi, prima si arriva attraverso una rotazione di reparti al 9 bis. Appartenere al 9 bis è una soddisfazione.
Le stanze all’interno dei reparti sono solitamente da 2,3 o 4 brande, c’è un armadio ed una televisione fissa in alto, contenuta in una gabbia.
La vita qui non è semplice: alle 8 di mattina la chiave gira nella toppa e così le stanze vengono desigillate.
Entro le 9 si fa colazione e si assumono i farmaci.
Poi chi può inizia le attività trattamentali.
Alle 12 si pranza.
Fino alle 16.45 si continuano le attività, perchè alle 17 si cena e l’ospedale deserto prende le sembianze di un ventre vuoto.
All’interno dei reparti, per gli abitanti, è possibile organizzare partite a carte o cene tra amici, ma solo fino alle 20, perchè alle 8 di sera gli internati vengono chiusi nelle loro stanze per 12 ore di seguito.
Lo spazio ed il tempo sono coordinate quasi inesistenti.
Gli internati sono sempre in attesa.
Aspettano l’incontro con il magistrato di sorveglianza, aspettano la fine della pena, aspettano la visita dei familiari (che raramente arriva), aspettano una licenza, anche di poche ore, solo per fare una passeggiata fuori dall’istituto o magari, per andare a mangiare al ristorante.

Gli atti di autolesionismo sono abbastanza frequenti, per ribellione o per attirare l’attenzione. E’ un modo forte di comunicare qualcosa chissà a chi.
I suicidi sono abbastanza rari, statisticamente ne avviene uno all’anno.
Fra loro, fra internati c’è molta solidarietà forse perchè riconoscono la malattia in chi è accanto, mentre la propria, spesso, non riescono ad intravederla nemmeno da lontano.
Naturalmente ci sono anche prepotenze, sfruttamento e quindi sottomissione.
L’omosessualità è più che diffusa: ci si vende per poche sigarette. Quasi tutti fumano. Mani e denti sono gialli.
Ogni internato ha un proprio piccolo conto. Questi risparmi vengono spesi in un magazzino in cui si possono acquistare vestiti, generi alimentari o vari (radioline e cose simili). I prezzi del magazzino sono molto elevati rispetto alla media: questo è il sopra-vitto che “naturalmente” deve compensare il vitto, a bassissimo costo.
Qualcuno lavora all’interno dell’istituto: come spazzino, “spesino” (l’addetto ad andare nel suddetto magazzino) o barbiere (che non avrà a disposizione lame taglienti, ma rasoi elettrici).

INTERNATI: prima grande DISTINZIONE.

Folli–Rei e Rei–Folli:

I Folli-Rei sono coloro che vengono riconosciuti in sentenza incapaci di intendere e di volere, ed a seconda del reato commesso devono scontare 2, 5 o 10 anni in OPG.
Trascorso detto tempo riacquisteranno la libertà esclusivamente se anche la pericolosità sociale verrà reputata estinta dal magistrato di sorveglianza, in relazione anche delle perizie stilate dagli educatori e dagli psicologi.

I Rei-Folli, invece, sono coloro che iniziano a scontare la propria pena in carcere e che, per il sopraggiungere di patologia clinica, vengono trasferiti in un OPG.
Questi, a differenza dei primi, una volta trascorso il tempo previsto per la pena, usciranno. Pericolosi o meno.
Solite contraddizioni della nostra legislazione!

OLTRE AGLI INTERNATI

(Internati: 238 soggetti in cui sono presenti apprezzabili patologie mentali)

1 direttore
1 vice-direttore
6/7 consulenti psichiatrici
3 psicologi
4/5 medici incaricati
2 educatori
8/9 medici di guardia
50 infermieri
120 agenti di polizia penitenziaria
(Più lo staff amministrativo).


PRIMO GIORNO - POMERIGGIO

IL MUSEO CRIMINOLOGICO:

Il museo occupa due stanze: nella prima si nota un plastico dell’istituto a pianta quadrata.
Ci sono fotografie di quando l’istituto ospitava le donne, difatti l’OPG di Aversa è stato il primo manicomio giudiziario per donne: tra le ospiti più note è ricordata la contessa Pia Bellentani, che ebbe il permesso speciale di portare con sè il pianoforte, che si trova in un angolo della seconda sala.
Cronache del tempo dicevano che tra la contessa e il direttore Saporito corresse del tenero!
Ad Aversa sono state ospitate anche la saponificatrice di Correggio, all’anagrafe Leonarda Cianciulli e Rina Fort.
Sono ancora conservate alcune delle macchine da cucire che venivano usate dalle internate. All’epoca c’era anche un laboratorio in cui si faceva il pane, gestito dalle internate.
Su di un banco del tempo è poggiato un lenzuolo scritto a caratteri chiari e di notevole dimensioni. Mi colpiscono certe frasi:

“Qui si parla di dovere. Quale dovere?
Qui si parla di amore. Quale amore?
Qui si parla di dignità. Quale dignità?”.

Poi quadri con insetti, soggetti religiosi, processioni, sguardi demoniaci e cattivi. Quello che mi colpisce maggiormente traccia un uomo con un cammello che viaggia in un deserto di città, nel senso che il territorio appare sabbioso e solitario, ma al posto di sporadiche palme sorgono palazzi, lontani gli uni dagli altri di colore rosso scuro tendente al marrone.
In fondo alla stanza una barella da campo e una valigetta di pronto soccorso.

La seconda stanza ospita un quadro che apparteneva al convento francescano che prima occupava l’istituto. Poi in vasi di vetro cervelli, piedi e denti immersi nel formolo. Squadre antropometriche. Microscopi. Vecchi giornali. Sedie elettriche definite strumenti coercitivi e di contenimento, insieme a letti di coercizione e camice di forza. Interessante è uno dei primi deceptografi, cioè una delle prime macchine della verità.
Ancora in bella mostra macchine da laboratorio, fotografie dei detenuti, lavoretti vari, biglietti, corrispondenza clandestina e oggetti di uso personale e di vestiario.
Le “malizie” dei detenuti rappresentano le furbizie e l’ingegno degli internati nel modificare oggetti di uso comune in armi improprie.
“Liberi” contrassegna invece uno spazio con vari oggetti, quali lime, seghette e scalpellini.
C’è anche la “finestra Saporito”, un’invenzione del direttore per eliminare le sbarre ma garantire la sicurezza: a vederla non si direbbe!


Martedì 6 Settembre

SECONDO GIORNO - MATTINA

LE ATTIVITA’ TRATTAMENTALI:

Per alcuni internati c’è la possibilità di frequentare dei corsi. Alcune delle attività formative sono organizzate dalla Regione e solitamente sono “Ceramica”, “Giardinaggio” e “Falegnameria”.
Nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, ci sono anche laboratori di pittura, informatica e didattica (possono licenziarsi fino alla terza media); gli internati hanno a disposizione anche una stanza con biblioteca e videoteca, un teatro ed un’area verde.
L’unico sport che praticano ogni tanto è il calcio. Ci sarebbe una palestra, ma al momento funge da magazzino e deposito.

LABORATORIO DI PITTURA:

Seduti su banchi, o di fronte a cavalletti, gli artisti più speciali di Aversa si cimentano in opere proprie o in riproduzioni famose. Gli artisti che più si imitano sono Van Gogh, Magritte e Picasso. Mi colpisce maggiormente un quadro appena finito da un signore che si firma “Il marchese”, con uno sfondo aranciato e giallo con sagome maschili nere complete della loro ombra. Senza remore mi avvicino all’autore e gli faccio i miei complimenti. Gli sfugge un sorriso ed orgoglioso si batte una mano sul petto.
Il maestro che li segue ci spiega che alcuni di loro dopo aver disegnato si spaventano di ciò che vedono ed hanno bisogno di una rassicurazione o di una spinta per completare il lavoro iniziato. Quasi che attraverso la pittura riescano a tirar fuori i loro incubi.

LABORATORIO DI CERAMICA:

Intorno a tavoli si fabbricano vasi, posaceneri o oggetti vari. C’è un forno, piccolo ma ben funzionante e il maestro d’arte ci spiega la tecnica. Gli internati abbassano gli occhi timidi ai nostri complimenti. In armadi a vetrine sono custodite le loro opere.

L’EDUCATORE:

Ci fermiamo in biblioteca e ci raggiunge uno degli educatori che lavora qui. Ci spiega i motivi per cui è difficile mantenere un sincero entusiasmo nel lavorare in una struttura che lo Stato quasi ignora. Basti pensare che ci sono solo due gli educatori per 238 internati.
Il compito dell’educatore è seguire l’internato dall’inizio, compilando una perizia che contenga una relazione sulla situazione socio-familiare del soggetto internato, una relazione sulla situazione psichiatrica ed una relazione per il giudice di sorveglianza, nella quale si consigliano al giudice possibili soluzioni per il futuro del soggetto.

AREA VERDE:

Nella parte nord dell’istituto Filippo Saporito, dal febbraio 1995 è stata creata l’”Area Verde”: un piccolo zoo, che mette allegria, ma soprattutto testimonia e dimostra un po’ di vita all’interno dell’istituto.
Naturalmente anche questo spazio ha un fine ergo-terapico: attraverso un lavoro di gruppo, gli internati possono dedicarsi all’allevamento di animali, a colture, a giardinaggio e varie attività ecologiche, ritrovando se stessi e gli altri in un ambiente senza grate.
Il progetto è nato anche grazie alla collaborazione del WWF, della Guardia Forestale e della Caritas, che hanno permesso il ripristino del suolo, la piantagione di alberi quali fichi, mimose, pini ed agrumi e lo sviluppo di animali per lo più “da cortile”.
Di grande aiuto è stato anche il lavoro degli stessi internati e degli agenti che hanno verniciato le strutture, costruito le voliere, potato gli alberi ed accudito (nei loro bisogni primari) gli animali.
Durante la nostra visita, pecore (anche un montone) e caprette si tengono ben lontane. Papere, oche, galline, galli e tacchini scorazzano beccando per terra.
Pavoni e pighe. In una voliera c’è perfino un falchetto. Nelle gabbie ci sono soltanto gli animali che potrebbero scappare, gli altri girano in assoluta libertà. E’ stato creato anche uno stagno artificiale. Una tartaruga di terra e tre cani completano l’opera.
Alcuni uccelli migratori, arrivati da lontano hanno deciso di stanziarsi qui e non sono più partiti.
Il progetto iniziale ha giustamente valutato l’origine contadina di molti degli internati: ecco perchè si è pensato bene di portare la terra all’interno dell’istituto.
Il custode dell’area ci dice che se andasse in pensione guadagnerebbe di più, ma ormai è affezionato a quest’area verde ed ai suoi internati.


SECONDO GIORNO (POMERIGGIO)

LA BIBLIOTECA.

Vecchi tomi dalle antiche rilegature mi incantano. Specie quando vedo che qui c’è tutta l’opera di Lombroso, di Ferri, e di tanti altri.
Ciò che attira maggiormente la mia attenzione però, sono vecchie rubriche in cui venivano registrati gli internati e le internate, con nome, cognome, data di nascita e motivo del ricovero (più che altro specificazione del delitto). Cerco naturalmente miei possibili parenti sia dal lato paterno che materno, ma nulla neanche un semplice caso di omonimia!

REPARTO 9 BIS:

E’ il primo reparto che ci è dato visitare. Qui, ci sono internati assolutamente autonomi, molti di loro potrebbero uscire e cercare di rifarsi una vita, ma non possono. Non saprebbero dove andare, le loro famiglie non li rivogliono e le strutture che dovrebbero mediare tra l’istituto e la vita normale non funzionano.
Ci fermiamo nel cortile dove godono dell’ora d’aria. Hanno la libertà di scegliere se sedersi con noi, rimanere distanti o non incontrarci, ma i nostri ospiti arrivano numerosi con sedie di plastica bianca in mano e sorrisi sulle labbra. Sono gentili ed educati, ci offrono sigarette, loro unico tesoro.
Iniziamo a giocare: chi vuole dire qualcosa a qualcuno deve lanciargli una palla ed a sua volta chi riceve la palla deve rilanciarla ad un altro. Arrivano complimenti ed emozioni positive circa la nostra visita. Anche se c’è qualcuno che preferisce rimanere distante o qualcun’altro che rimane dietro le sbarre delle finestre.
Trovo un pugliese, come me, di Barletta, Massimo che avevo già incontrato la mattina nel laboratorio di ceramica che ci spiega che ha scritto un libro sulle religioni ed una raccolta di poesie. Ci spiega la filosofia di Socrate sul “conosci te stesso” e, anche se a parole semplici, rende correttamente il pensiero del filosofo.
C’è un signore con barba nera ed occhiali di tartaruga dalla montatura tonda che parla della noia di cui soffre, si definisce un ricercatore spirituale e si dice seguace dello spiritualismo di Osho, purtroppo la biblioteca dell’istituto non offre delle letture così dettagliate e nessuno dei suoi familiari gli spedisce nulla da leggere. E’ seduto in modo signorile e possiede un certo stile. Poi c’è Fabrizio, un ragazzo giovane che ci ha raggiunto più tardi rispetto agli altri. Avevo visto anche lui la mattina nel laboratorio di pittura e quando gli faccio i complimenti per i fiori che stava disegnando mi sorride contento come un bambino sensibile alla lode.
Nessuno vuole parlare delle famiglie, tanto meno delle madri.
Nelle loro parole non c’è disordine. Solo due casi evidenziano un certo problema: Francesco vuole parlare sempre e quando viene “ammonito” decide di tornare nel reparto. Poi Ezio, che per raccontarci la sua storia parte con un discorso senza fine e senza ordine, mostrando una certa paranoia persecutoria.
Quando ho l’opportunità di fare una domanda chiedo a tutti il loro sogno, cioè ciò che vorrebbero fare una volta usciti dall’OPG. Tanti non lo sanno, dicono che è facile entrare ma è impossibile uscire, poi, per fortuna, c’è chi ha conservato una speranza e vorrebbe aprirsi un’officina o un bar in Messico.


Mercoledì 7 Settembre

TERZO GIORNO – MATTINA

TEATRO:

Accompagnate dalle dott.sse Filomena Petrazzuolo e Rosa Simone abbiamo intrapreso l’ attività di forma-azione psicodrammatica, accompagnando il tutto ad un’esperienza pratica.
I metodi appresi sono stati quelli della Gestalt e dello Psicodramma.
Rispetto dell’altro e assenza di giudizio sono state le parole chiave.
Tutte noi ragazze ci siamo presentate in chiave metaforica; in seguito, associando una respirazione yoga, atta a trattenere le positività e scacciare le negatività, abbiamo ripercorso la nostra infanzia, l’adolescenza e la nostra attuale maturità.
Abbiamo dedicato ascolto a chi ha voluto raccontare, rispettato chi non ha sentito lo stesso bisogno.
La seconda parte della mattinata è stata dedicata allo psicodramma, che prevede una messa in atto di se stessi.
E’ stato un viaggio interiore interessante e a tratti doloroso che rimarrà intimo e segreto nelle nostre esperienze.


TERZO GIORNO - POMERIGGIO:

(Incontro in biblioteca con 8 internati)

Arrivano allegri e sorridenti, anche se Dino copre sempre la bocca con la mano perchè gli manca un dente e si vergogna.
Siamo con la dott.sse Filomena Petrazzuolo e Rosa Simone. Unico agente di polizia, Vincenzo. Non abbiamo alcun timore. Sento la felicità dei nostri ospiti per essere stati scelti (dai vari reparti) per la nostra visita.
Ci presentiamo e loro si presentano a noi. Massimo lo conosciamo già. E’ nel reparto 9 bis ed ormai si sente un nostro intimo amico. C’è anche un ospite della staccata Gianbattista, pedofilo, ormai settantenne. C’è Orazio, un ragazzo giovanissimo dagli occhi chiari che rimane un po’ in disparte e non guarda nessuno.
La presentazione che colpisce è quella di Remo: ci parla della sua malattia, di aver capito l’utilità della cura e della speranza che lo aiuta ogni giorno nel riniziare una nuova vita (ha ucciso una donna a martellate).
Remo ha le mani che gli tremano per l’uso degli psicofarmaci, ma è gentile, educato e non malizioso come Nico, che ci fa capire quanto la nostra presenza lo stia mandando un po’ “su di giri”.
Ci scrivono biglietti con domande o complimenti.
E’ difficile rispondere a richieste così dirette. E’ impossibile descrivere la commozione per ogni volta che possiamo godere della loro presenza e loro della nostra.
Poi è il nostro turno di posta. Inviamo messaggi d’amore e di speranza, invitiamo a sperare, a credere in se stessi.
Alla fine del pomeriggio, Matteo, un signore dal viso simpatico regala ad una di noi un portapenne fatto da lui con le mandorle.


Giovedì 8 Settembre

QUARTO GIORNO – MATTINA

(a spasso con Adolfo Ferraro)

Il direttore introduce storicamente l’istituzione dell’OPG di Aversa, che nel 1876 è stato il primo manicomio criminale su territorio italiano.
Ci spiega che il manicomio criminale nasce dal bisogno di controllo sociale, dal bisogno di controllare maggiormente il fenomeno della devianza.
L’ambiguità carcere – manicomio, rappresentava ed ancor oggi rappresenta uno dei problemi maggiori e difficili da superare: dove siamo qui? In un carcere o in luogo in cui si cerca di curare ciò che la nostra società chiama follia?
Aversa, al tempo, era considerata la periferia di Napoli ed il manicomio quindi era ben lontano dai luoghi di vita al pari dei cimiteri e dei mattatoi. La comunicazione con e dall’esterno era resa impossibile grazie a mura forti e spesse: un carcere vero e proprio.
D’altronde il Ministero competente della struttura non è quello della Sanità, ma quello di Grazia e Giustizia.
Con i Positivisti si iniziano a studiare i pazienti/detenuti spediti in questi luoghi infernali, nasce uno studio basato sulla loro fisionomia.
Filippo Saporito, a cui l’OPG è dedicato, era il padre-padrone degli internati. Gestiva l’istituto attraverso il principio del buon padre di famiglia con metodi basati sull’ergoterapia e sull’assegnazione di premi. Effettivamente, oltre ad essere il direttore di un carcere-manicomio, sentiva i suoi malati così vicini che ad uno sciopero nel 1920, arrivò accompagnato dagli internati.
Gli anni più difficili e vergognosi sono andati dal 1960 agli anni ottanta, quando la criminalità organizzata punta a far ospitare i propri associati, anzichè in carcere, negli OPG: ad Aversa infatti, fu ospitato Raffaele Cutolo e pare che qui potesse godere di trattamenti davvero speciali. Un giorno poi scoppiò una bomba che creò una nuova via d’uscita e Cutolo scappò. Il fenomeno si allarga e troviamo camere con moquette, visite, licenze e una libertà tale da possedere le chiavi della propria stanza e l’OPG di Aversa, al pari degli altri, diventa l’hotel dei falsi malati. Tutto ciò naturalmente a scapito dei veri malati.
Nel 1975 una legge di riforma cambia il nome della struttura: non si deve più parlare di manicomio criminale, ma di Ospedale Psichiatrico Giudiziario.
Fortunatamente dagli ultimi quindici anni entrano solo persone che realmente soffrono di un disturbo che li ha portati a compiere un reato e questa presa di coscienza, e cioè, che quella persona si trova in un OPG perchè, non stando bene, ha commesso un qualcosa previsto dalla legge come reato, fa nascere l’esigenza principale: la cura di questi soggetti.
Per curare questi soggetti è fondamentale rendergli un’identità e tutte le attività che loro svolgono qui dentro sono destinate a questo scopo. Si cerca di riguadagnare quelli che sono i tre elementi vitali dell’umanità: spazi, tempi e relazioni, fondamentali per recuperare un equilibrio o riniziare uno sviluppo.
Non a caso, il ripristino dell’area verde è stata studiata e attuata perchè molti fra gli internati hanno un’origine contadina.
Per il direttore, giustamente, il primo approccio di cura è proprio il recupero del vissuto perduto.


REPARTO DI ERGO-RIABILITAZIONE
Riabilitazione attraverso il lavoro.

Ci fermiamo nell’infermeria, da poco dipinta di azzurro e celeste, c’è un mare con onde ed un cielo. Eccetto che per una conchiglia ed una stella marina non c’è vita, non ci sono pesci.
Ci sediamo nel cortile del reparto con il direttore, che tutti salutano affettuosamente.
Tutti, ma proprio tutti hanno qualcosa da chiedergli, il permesso per una licenza, per una telefonata.
L’atmosfera è diversa dal solito. Non saprei spiegare.
Il primo che parla è Massimo, il pittore dell’infermeria “ho ammazzato la madre di mio figlio” e parla di se, della sua attività, della sua ricchezza (naturalmente esagera, come accerteremo nel pomeriggio spiando nella sua cartella) e della sua tragedia familiare. Arriva Antonio che mostra la mano bruciata e la fotografia della madre. Accusa qualcuno di averla violentata ed uccisa (dalla sua cartella emergerà che è stato lui), ma formula parole senza senso, disordinate per tornare sempre alla sua mano bruciata.
Domenico, secco come un chiodo, ci avverte che i suoi genitori sono vivi (nella cartella emerge che il padre è morto suicida mentre la madre, scambiata per Satana, è stata strangolata proprio da lui), ci parla della sua vita, di Vanna Marchi, di una fattura a suo danno e di allucinazioni pesanti e terribili, non riusciamo ad instaurare un vero contatto.
Un ragazzo è seduto accanto al direttore, si chiama Luigi ed il direttore gli fa i complimenti per la sua immagine ordinata e pulita. Luigi inizia a raccontare la sua storia, ma la rabbia inizia a farsi sentire sempre più mentre ricorda una lite in treno con il controllore. Non si capisce bene cosa sia successo.
Poi ci sono ragazzi seduti che non parlano, seguono i discorsi degli altri, ridono, sputano per terra, cantano, vanno diretti con passo spedito verso i muri, ma non parlano con noi.
All’uscita stessa storia, il direttore è circondato dagli internati alla ricerca di favori e richieste e Domenico gli dice: “Direttore, posso telefonare ai miei genitori? Oggi devo uscire!”

LA “STACCATA”

Massimiliano De Somma, in un suo articolo, parlando di staccata parla di un contenitore di patologia cronica, un luogo di contenzione e coercizione, dove anche gli psicofarmaci spesso falliscono.
Questo non posso dirlo, perchè entriamo nella struttura, imbocchiamo un corridoio e ci fermiamo nella sala dove gli internati mangiano. Non abbiamo una visione generale del reparto ed anche i due internati che incontriamo, arrivano singolarmente.
Il primo è Fabio, un ragazzo di 22 anni, alto e piazzato. In una mano ha una busta, nell’altra stringe una bambola, una barbie coperta da una fettuccia di stoffa bianca che avvolge in suo corpo, lasciando un lungo strascico.
Ci parla del trauma di aver perso una sorella quando questa era ancora una bambina e la sua ossessione per le barbie. Quando qualcuno gli impedisce di portarla con se, diventa una furia, tanto che ha avuto anche un permesso speciale per andare dal giudice di sorveglianza accompagnato dalla sua amica, di nome Claudia Schiffer.
Subito dopo Fabio arriva Vincenzo, che si è giocato la libertà perseguitando la gionalista Carmen La Sorella, con lettere e telefonate dal contenuto osceno. Quando gli si chiede di questa sua passione per la bella gionalista, sorride e dice “mi è passata” ma sappiamo che ogni volta che in televisione avviene un collegamento da Berlino, compie attività masturbatoria di fronte alla televisione.


QUARTO GIORNO – POMERIGGIO

IL FILM:

Una troupe della Rai si è installata per un mese nell’Ospedale di Aversa ed alla fine ha tratto un filmato che non spiega, a mio parere, bene la situazione in generale e le vere problematiche dell’istituto. Al contrario, mostra con una certa faziosità ciò che evidentemente, a priori, si era prefissata di documentare e cioè ciò che non sarebbe giusto far vedere senza spiegare bene il perchè avvengono certe cose, il quando e il come.
Il filmato si sofferma per lo più sui letti di coercizione e su Massimo, un “vecchio” ospite dell’ Ospedale che viveva in una cella singola della “staccata”.
Il letto di coercizione è sicuramente una brutalità, un’ennesima violenza che gli internati soffrono.
Si tratta di un letto dotato di un buco all’altezza delle natiche su cui un soggetto, che ha perso il controllo, viene legato per circa quattro giorni.
I giorni, solitamente sono quattro perchè a questi soggetti viene iniettato un farmaco che fa il suo effetto dopo 3 giorni.
Sicuramente il letto di coercizione è ormai un’ extrema ratio, che non crea nessun piacere a chi la prescrive e a chi la subisce.
Massimo è un ex fotografo. E’ conosciuto come il “cava-occhi”, perchè in due occasioni ha privato della vista due internati. Ora è stato trasferito nell’OPG di Napoli. Qui ad Aversa viveva nella sua stanza/cella, con la branda saldata per terra. Viveva nel suo materasso.
Quando gli portavano da mangiare, rovesciava il contenuto per terra e mangiava come un cane. Imbrattava i muri con le sue feci.
Naturalmente, nel filmato, hanno dato l’immagine di un povero martire innocuo costretto a vivere recluso in quattro mura, in condizioni quasi inumane.
Hanno provato a documentare una comunicazione di Massimo che invece non è avvenuta così come hanno fatto credere.
Penso che sia facile criticare alcune scelte estreme, ma dopo aver vissuto quest’esperienza, di certo non credo alla follia o al gusto sadico dell’intero personale che lavora in questo Ospedale.


Venerdì 9 Settembre

In treno, destinazione Roma.

Oggi abbiamo trascorso l’ultimo giorno di stage. Anche oggi è stata una giornata intensa e particolare.
Sono contenta di rientrare, perchè sento il bisogno di rielaborare tutti i dati raccolti.
Stamattina abbiamo incontrato Massimiliano De Somma che ci ha letto qualche stralcio di un libro intitolato “dementia precox” un libro dei primi del ‘900, che parla di schizofrenia e possibili rimedi.
Poi abbiamo incontrato il comandante della polizia penitenziaria, Mosca, ed un infermiere, Gennaro.
Gennaro ci ha parlato dell’infiniti vantaggi che hanno gli infermieri che dipendono dal Ministero della Sanità, del poco personale che si ha a disposizione in questi ospedali, dell’ importanza di un buon rapporto con gli internati che così accettano con minori difficoltà la somministrazione dei farmaci e riescono a fidarsi e a comunicare.
Un altro enorme problema è quello della mancanza di personale ausiliario addetto alla manutenzione dei reparti ed alla basilare pulizia: gli internati provvedono anche a questo.
Spesso Gennaro porta agli internati indumenti vecchi ed appena può, chiede una licenza per loro e li accompagna a fare una passeggiata.
Entrambi, l’infermiere e il comandante Mosca tracciano il vero grande problema: non vi è formazione. E per lavorare in un posto del genere, un limbo a metà tra carcere e manicomio, ci vorrebbe una formazione più che specifica. In più L’OPG “dipende” dal ministero di Grazia e Giustizia che pare non confidare molto nella riabilitazione degli internati. Non ci sono grandi fondi atti a sostenere le iniziative ed i progetti proposti, non ci sono strutture che possano mediare una possibile uscita e un minimo tentativo di vero reinserimento nella società.
E così ci si ritrovava a fare insieme infermiere, psicologo, guardia ed unico amico della popolazione internata qui dentro.
Nel pomeriggio abbiamo letto alcuni brani tratti da “La storia di Nabuc”, il giornalino senza censura scritto dagli internati stessi.
Il giornalino oggi, non esiste più, purtroppo.
Il nome prendeva ispirazione da un personaggio della Bibbia, un re assiro-babilonese, Nabuco, che impazzì, ma che dopo sette anni trovò una guarigione.
Il giornalino aveva lo scopo fondamentale di far vivere un presente agli internati che in questa maniera potevano parlare di tutto ciò che non accettavano della loro condizione di internati, dal vitto fino al letto di coercizione, dall’assenza di visite da parte dei partenti alla richiesta al direttore di essere immediatamente trasferiti a Roma per fare il Papa.
Alcuni pezzi ci hanno fatto sorridere, altri quasi commosso. Il giornalino caratterizza bene l’OPG di Aversa.
Il numero che mi è piaciuto maggiormente parlava dei contenuti delle voci da cui spesso sono assillati gli internati. Voci proiettate dalle loro paure, dal reato commesso, dal loro passato, voci che spaventano, ma che una volta spente creano anche nostalgia: “ora che non le sento più vorrei che tornassero a tenermi compagnia”.
Oggi, per fortuna, anche per i reati compiuti nel modo più efferato non è più prevista la pena di morte. Essere chiusi lì dentro, però, fino a quando la signora morte non viene a trovarti, è forse ancora peggio.
La follia e il crimine sono concetti importanti, essenziali, ma sempre relativi. Non è giusto che lo Stato a parole predichi una possibilità per tutti e nei fatti si disinteressi completamente di queste cittadelle desolate e sempre lontane dalla realtà e dalla vita.
L’orrore è che si disinteressa anche di chi lavora qui e che cerca di fare, nella maniera migliore, ciò che non gli competerebbe sulla carta.
E’ difficile dare speranza. E’ difficile guarire sapendo di non avere alcuna possibilità.
“Saremo pazzi ma non scemi” spesso ripetevano gli internati sghignazzando ed è così. Il direttore ha detto che molti degli internati potrebbero uscire, ma non saprebbero dove andare.
Penso che il dolore, il poco amore ricevuto dagli altri, la scarsa fiducia che ti regala ogni giorno la società, il disinteresse per i tuoi sogni da parte della famiglia, abbiano portato molti di loro a compiere l’irreparabile.
E questo continuo disinteressamento non farà nulla perchè queste persone, dopo un grande errore, forse per alcuni imperdonabile, possano iniziare una vita più rispettosa nei confronti propri ed altrui, perchè un omicidio, a mio parere non lascia indifferente nessun omicida. Un omicidio legato ad un momento, non ad un calcolo, ad un interesse. Il dolore dissocia la mente ed il cuore. Il delirio è l’unica possibilità di sopravvivere al dolore. Quel dolore che rimane nei sogni, nelle voci, nelle allucinazioni forse per sempre.
E ad Aversa il dolore lo senti nell’aria, nel cibo della mensa, nelle mani che escono dalle sbarre o nel sorriso che mi regala Remo quando riesco a salutarlo mentre fa le sue consegne da spesino.
Il dolore è ovunque. In chi si presenta dichiarandosi innocente, in chi ride senza motivo o sputa per terra. Il dolore è ciò che tutti qui dentro hanno in comune.
Dolore, psicofarmaci e sigarette. Questa è la loro vita.
Soffrivo della poca libertà di cui (giustamente) godevamo nell’istituto. Ho cercato di immedesimarmi nei loro occhi vuoti, nelle loro infinite sigarette, nelle parole dette e in quelle dette in risposta ad una domanda ma che dicevano ben altro.
La pazzia è una piccola luce. Necessaria per trovare una qualunque strada.
Che ne sarà di Remo? mi trovo a pensare. O Domenico, cosa sognerà stanotte?
L’eternità è un male che non auguro a nessuno. E l’OPG è un luogo sospeso tra il nulla e il dolore, in un cerchio che eternamente gira su se stesso, senza alcuna spinta armonica.
C’è gente che si adopera per gli internati, nelle parole dei nostri tutor, in quelle del direttore, degli educatori, dei maestri d’arte c’è molta attenzione per questi poveri disgraziati, c’è voglia di fare e di cambiare, ma si sa che la volontà dell’uomo è limitata di fronte al muro statale.
Per lo Stato l’OPG è un non luogo. Con dentro folli, folli per di più criminali.
Per resistere lì devi ubriacarti di fantasia e sogni non raggiungibili, devi dimenticare di essere stato cresciuto in una famiglia che non ti riconosce più, che probabilmente non ti ha mai amato e che ora, non ti perdona. Non serve più avere un cognome.
Non serve nulla se non tanta pazienza e rassegnazione.
Su di un numero del giornalino “La storia di Nabuc”, un internato spiega: “qui la nostra unica libertà è la fantasia”.

Si ringraziano di cuore per la meravigliosa avventura gli amici, Massimiliano De Somma, Mena Petrazzuolo, Rosa Simone e Vincenzo Fabozzi. Nonchè il Direttore Adolfo Ferraro, per la sua enorme disponibilità; l’educatore, l’infermiere Gennaro ed il comandante Mosca della Polizia penitenziaria, per l’enorme quantità di informazioni offerte.



CURRICULUM VITAE ET STUDIORUM
ELISABETTA de ROBERTIS

Dati Personali

Stato civile: Nubile
Data di nascita: 18 Dicembre 1976
Luogo di nascita: Bari
Residenza: Via Putignani, 168 -70121 – Bari
Codice Fiscale: DRB LBT 76T58A 662L
E-mail: betta.derob@email.it
Tel: 080 / 5213809
Tel (studio): 080 / 5244116
Tel portatile: 349 / 3726024

Istruzione

Febbraio 2006
Diploma Master di II livello, in SCIENZE FORENSI (Criminologia – Investigazioni – Security – Intelligence) presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” (Direttore del Master, Prof. Francesco Bruno).
Tesi di Master: “Hikikomori” – Relatore: Prof. F. Bruno.
Votazione: 110/110

Febbraio 2006
Iscrizione all’ORDINE degli AVVOCATI di Bari.

Settembre 2005
Partecipazione stage 35 ore presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, Filippo Saporito di Aversa.

Ottobre 2002
Laurea in GIURISPRUDENZA conseguita presso l’Università degli Studi di Bari.
Tesi di Laurea in Diritto Romano: “Le donazioni fra coniugi: studi ed approfondimenti dall’età pre-augustea fino a Giustiniano”.
Votazione: 110/110 e lode

1995
Maturità classica conseguita presso il Liceo Classico Statale “Q. Orazio Flacco” di Bari.

Esperienze di Lavoro

Novembre 2002 – Dicembre 2004
Praticante c/o lo Studio Legale avv. Raffaele de Robertis.

Inverno 2000 – Primavera 2001
Organizzatrice e relatrice del corso di cultura italiana per stranieri c/o Arci Nuova Associazione Comitato territoriale di Bari.
Attività socio-comunitarie

Settembre 2001 – Giugno 2002
Collaborazione con l’Ufficio “Scambi Giovanili” dell’Arci Nuova Associazione Comitato territoriale di Bari.

Inverno 2000 – Primavera 2001
Collaboratrice per il progetto SVE di accoglienza n. 3 ragazze straniere per l’Ufficio “Scambi Giovanili” dell’Arci Nuova Associazione Comitato territoriale di Bari.
Scambi socio-culturali

Settembre 2002
Partecipazione a “Euro-Mediterranean Project” – Urban Photosafari (Ankara, Turchia) – Programma UE gioventù.

Estate 2000
Partecipazione campo-lavoro in Francia (Albertville) per l’associazione “Oikos”.

Attività di Volontariato

1999-2001
Attività di volontariato, previo corso di formazione ed esame, presso la Croce Rossa Italiana, sede di Bari

1997-1999
Volontaria c/o l’Istituto di Suore della Chiesa di S. Antonio da Padova di Bari per attività ludico-ricreative e parascolastiche con minori da 3 a 17 anni con situazioni familiari problematiche


______________________________________________________




L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario “Filippo Saporito”

Paola Savino


Lunedì 5 settembre 2005, unitamente a dodici colleghe di master, mi sono imbarcata in un’avventura esperienziale, lunga cinque giorni, che già ipotizzavo poter rappresentare un bagaglio costruttivo, e soprattutto pratico, di notevole rilievo, ma non sino al punto effettivamente riscontrato.

Non nascondo che il mio approccio alla struttura è stato tutt’altro che “professionale”; nonostante la mia dimestichezza con i “normali” istituti penitenziari, per la professione che svolgo, l’emozione, il timore e la perplessità su quello che avrei visto e vissuto hanno caratterizzato e il mio ingresso nell’O.P.G..

Il nostro percorso conoscitivo e formativo all’interno della struttura, guidato dai docenti e dal personale di polizia penitenziaria assegnato per tutelare la nostra permanenza, è stato molto graduale, questo ci ha permesso di assorbire e comprendere a pieno la realtà di alcuni ospedali psichiatrici (dico “alcuni” perché non in tutti gli o.p.g. d’Italia si vivono le medesime realtà; ad esempio nella struttura di Castiglione delle Stiviere (MN), oltre alla presenza delle donne, la differenza eclatante la fanno l’assenza degli agenti di polizia penitenziaria e la presenza di attività e strutture trattamentali notevolmente superiori alla media).

Il primo luogo all’interno dell’O.P.G. che abbiamo visitato e che ci ha ospitato per tutti i cinque giorni è stata la sala Virgilio, spazio messo a nostra disposizione dal Direttore della struttura il dott. A. Ferraro, da noi considerata come piccola “base” in cui rifugiarci dopo aver vissuto forti esperienze, per riordinare le idee; luogo in cui il dott. De Somma, uno degli psicologi volontari dell’O.P.G., nostro tutor del tirocinio, giornalmente ci illustrava e preparava alle attività che avremmo affrontato nel corso della giornata e dove ci forniva tutti i supporti informativi necessari alla comprensione di come trascorre, nella struttura, la vita degli internati.

Gli ospedali psichiatrici ospitano i folli rei: autori di reato prosciolti per "incapacità di intendere e di volere", ma con perizia di "pericolosità sociale" a cui viene applicata una misura di sicurezza la cui durata va da 2, a 5 a 10 anni, revocabile in caso di "guarigione", prorogabile fino all'ergastolo "bianco"; ed i rei folli: coloro i quali in stato di detenzione carceraria ordinaria, impazziscono in corso di esecuzione di pena, e dove la patologia diventa cronica, accertata dopo un periodo di osservazione, vengono trasferiti in o.p.g..

Mentre per i primi - folli rei - decorso il termine prestabilito come fine pena, e dopo che sia stata accertata la cessazione della pericolosità sociale dinanzi al Magistrato di Sorveglianza, per poter uscire dall’o.p.g. incombe l’obbligo di documentare che fuori venga garantita un’adeguata collocazione logistica ed una guida clinica per il proseguo del trattamento e della cura, ad opera delle famiglie o di enti specializzati; per rei folli questo non sussiste, trascorso il termine prestabilito escono per fine pena.

Questo comporta sovente una prolungata permanenza nell’o.p.g. dei folli rei, anche dopo aver accertato che il trattamento terapeutico sia andato a buon fine, ormai cessata la pericolosità sociale, perché spesso le famiglie li rinnegano, in quanto ritenuti personaggi scomodi ed impegnativi di cui vergognarsi e le strutture sono affollate e non adeguate.

Nell’istituto F. Saporito, i giardini sono ben curati, i vialetti in ordine e puliti, il tempo sembra essersi fermato: un posto a dir poco misterioso dove la quiete, sicuramente solo apparente, è assordante; un silenzio surreale che domina la scena in particolar modo dopo le ore 14.00, quando le attività trattamentali sono ormai cessate e la maggior parte del personale, che popola ed anima la scena, timbra il cartellino e ritorna alla propria vita, ai rumori, alla frenesia che caratterizza la nostra società.

L’istituto consta di otto reparti: III, V, VI, VIII, IX, IX bis e la “Staccata”; in considerazione della capacità di autonomia e della gravità delle patologie, gli internati vengono demandati ai diversi reparti. Gli ultimi due, il rep. IX bis ed il rep. la “Staccata” sono agli antipodi, rappresentano le due facciate di una medesima medaglia: il reparto IX bis è quello più tranquillo, senza agenti di polizia penitenziaria, dove gli internati che vi alloggiano potenzialmente sono pronti ad uscire dalla struttura, non più pericolosi socialmente e ben compensati farmacologicamente, attendono solo che le famiglie e le strutture specializzate li accolgano; dal lato opposto la “Staccata”, il girone dei lungo degenti, malati cronici con meno speranze di recupero, dove le terapie farmacologiche, che non bastano più per fronteggiare le crisi, cedono il passo di tanto in tanto ai letti di contenzione: normali letti il cui materasso presenta un buco per i bisogni fisiologici, su cui gli internati vengono immobilizzati nudi, imbottiti di farmaci finché la crisi non passa (se il ministero di Grazia e Giustizia decidesse di finanziare la costruzione di stanze imbottite sarebbe tutto più facile ed umano).

Il malato nell’OPG è compensato farmacologicamente quando a grandi linee risulta autonomo, in grado di gestire relazioni interne ed esterne, in contatto con la realtà fattuale, percettiva e sensoriale; se si constata una situazione contraria a quella appena descritta l’internato risulterà scompensato. Lo psicofarmaco reagisce sui neurotrasmettitori che, a causa della malattia, potrebbero risultare alterati.

All’interno dell’O.P.G. di Aversa sono a disposizione degli internati, come attività trattamentali, un’area verde di 8.000 m², dove viene praticata ergoterapia con 22 specie di animali, volatili e da fattoria ed un laghetto artificiale, ed inoltre una sala teatro, un campo sportivo, una biblioteca un po’ scarna e delle aule dove frequentano corsi di pittura, argilla e terapie di gruppo.

Attualmente Aversa ospita circa duecentotrenta internati affetti principalmente da schizofrenia e disturbi della personalità; i crimini commessi sono in maggioranza contro la persona, ma non mancano i cosiddetti reati "bagatellari": inadempienze degli arresti domiciliari, offese a pubblico ufficiale, che possono costare decine d'anni d'internamento. Dell’intera “popolazione” dell’o.p.g. solo una cinquantina svolgono attività trattamentali, gli altri rimangono nelle loro stanze o perché pericolosissimi per la loro incolumità e quella degli altri, o perché non sono in grado di aderirvi con cognizione. Questo è determinato, in particolar modo, dalla insufficienza numerica di personale di cui dispone la struttura e dalla carenza di strumentazioni adeguate; tutto ciò esclusivamente a causa della scarsità di fondi di cui dispone.

Il ministero di Grazia e Giustizia è latitante, niente soldi ai malati di mente, che innanzitutto malati, prima che rei, avrebbero bisogno di qualche risorsa in più rispetto ai rei “normali”; si pensi che il pasto giornaliero di un internato costa allo Stato poco più di un euro, meno di quanto viene speso per un detenuto sano; l’assurdo è che nell’O.P.G., in quanto luogo di cura, spesso accade che terminino gli psicofarmaci, indispensabili per la compensazione, praticamente unica risorsa di trattamento e cura degli internati, e questo ovviamente vanifica il lavoro di mesi sia degli operatori sia degli internati stessi.

Dico “unica” risorsa perché i malati, a prescindere dalle attività trattamentali svolte nell’o.p.g., possono contare per la cura solo sugli effetti degli psicofarmaci, che tra l’altro curano solo il sintomo e non il problema come invece fa la psicoterapia che aiuta a snodare i problemi in profondità. Il paradosso è che nell’o.p.g. di psicoterapia se ne pratica pochissima, non per tutti e nemmeno in modo personalizzato, questo sempre per la carenza di fondi e personale numericamente adeguato.

Sicuramente un luogo in cui l’ambiguità, tra terapia e contenzione, impera! Metà carcere e metà ospedale, dove invano si cerca di far coincidere la contenzione e la terapia, in un luogo dove contenimento e segregazione rimangono gli unici e secolari strumenti istituzionalmente garantiti con cui si affronta il trattamento di coloro che disturbano l’ordine sociale a cause di patologie psichiatriche; e pensare che basterebbe una maggiore interazione con il sociale, ovviamente utilizzando tutte le cautele possibili, per evitare cronicizzazioni e gravi forme di destrutturazione e deterioramento della personalità. Nonostante tutto, tra mille difficoltà giornalmente il personale dipendente e volontario che opera nella struttura cerca di gestire al meglio "l'impossibile".

Il personale è composto dal direttore e dal vicedirettore, entrambi psichiatri, solo tre psicologi di ruolo - 16 ore settimanali - e tre volontari, sette consulenti psichiatri a parcella o a turni, nove medici di guardia (H24), due educatori, quattro medici incaricati, cinquanta infermieri e circa centoventi poliziotti penitenziari, addestrati a gestire carceri di massima sicurezza, e non a relazionarsi con malati deliranti; ed infine il personale amministrativo.

La cosa che colpisce maggiormente all’interno dell’O.P.G. di Aversa è la passione e la dedizione con cui opera tutto il personale, dirigenti, volontari e dipendenti, tutt’altro che sostenuti e gratificati istituzionalmente: la struttura funziona solo grazie al loro impegno giornaliero; in particolar modo la mia attenzione viene rivolta agli infermieri. Quest’ultimi, al pari degli psichiatri, dipendono dal Ministero di Grazia e Giustizia, e non dal Ministero della Sanità, che non riconosce loro assolutamente il medesimo trattamento previsto per gli infermieri “ordinari”: stipendi tutt’altro che dignitosi, nessun camice, alcuna indennità, anche quando operano con internati affetti da HIV; eppure gli infermieri, che trascorrono più tempo con gli internati rispetto ad altri operatori, da quel poco che ho avuto modo di constatare, svolgono il loro lavoro con pazienza, passione e professionalità, ricoprendo spesso, a causa di insufficienza di organico, ruoli che vanno ben oltre la loro mansione.

Il Direttore Ferraro, nel corso di un colloquio tenuto con noi, ci ha illustrato gli intendimenti e le finalità della sua nuova gestione della struttura che ha come obiettivo principale quello di restituire dignità al personale ed agli internati.

Il punto di partenza della sua nuova gestione è innanzitutto cercare di comprendere come ci si ammala, prima di curare; inoltre garantire agli internati, durante la permanenza nell’o.p.g., la tutela di tre elementi vitali indispensabili per il benessere psichico: lo spazio, il tempo e le relazioni. In una condizione di istituzione totale, come quella vissuta all’interno dell’o.p.g., questi elementi vitali vengono profondamente alterati, quindi per poter curare, finalità primaria da perseguire in tale struttura, bisogna recuperare e garantire questi elementi. A tal proposito svolgono un ruolo fondamentale le attività trattamentali suindicate, come l’aria verde, la teatro-terapia, lo psicodramma, la pittura, la manipolazione dell’argilla, tutte quelle attività che forniscono ai malati la possibilità di una libera espressione del proprio pensiero, disagio e della propria identità e non semplici passatempi.

Nel gennaio del 1999 e fino a qualche tempo fa, tra le varie attività trattamentali tenute all’interno della struttura, vi era la redazione del giornalino “la storia di Nabuc” (Nabucodnosor, re di Babilonia, impazzito per un periodo di 7 anni e poi rinsavito) il giornale del popolo del Filippo Saporito, storie, lamentele, libera espressione di pensieri, mai senza senso. Purtroppo questa iniziativa, più che confacente alla politica di cura grazie alla libera espressione del pensiero, non ha avuto ulteriore seguito.

Personalmente ho vissuto questa esperienza in modo sicuramente molto singolare ed ambivalente; oltre ad essersi reso conoscibile un mondo da me totalmente inesplorato, ha rappresentato un momento di forte crescita introspettiva ed emozionale.

Come ho avuto modo di indicare da principio, l’emotività ed il timore hanno dominato e caratterizzato il mio approccio oltre con la struttura anche con agli internati. Pur avendo scelto liberamente di partecipare al tirocinio in O.P.G., inizialmente pensavo con timore al momento in cui avrei in qualche modo “impattato” con quest’ultimi, come credo avvenga per la maggior parte della gente estranea al settore, tanto quasi da sperare di non incontrarli: gente aggressiva e malata, imprevedibile, ma soprattutto diversa. Diversa da chi? Da cosa? Diversa forse da tutte quelle persone pseudo normali che popolano le nostre società.

Questa esperienza mi ha dato la possibilità di guardare e valutare al di là delle solite congetture, idee stereotipate e cristallizzate; in realtà gli internati, quei soggetti considerati "pericolosi per se e per gli altri", sono persone "piccole e impaurite", dagli occhi profondi e smarriti in cerca di aiuto; sensibili e malati in balia dei loro deliri e sofferenze, anime in pena dalle dita ingiallite per il troppo fumo, rughe profonde segnate dal tempo ormai fermo al giorno dell'internamento, denti neri o rotti dal mondo che li ha esclusi, abbandonati, rinchiusi, confusi e tormentati da un unico interrogativo: “che ci faccio io qui, non sono matto?!, sono vittima di un complotto, di un’ingiustizia!!!”. Per chi sbaglia e da voce alla propria sofferenza e patologia non ci sono più diritti o pretese da mendicare.

Dopo tanta ansia e timore il fatidico incontro con gli internati è arrivato, iniziando dai tranquilli abitanti del reparto IX bis e terminando ai tanto temuti abitanti della “Staccata”; da profana delle patologie psichiatriche, con loro ho avuto modo di conoscere e toccare la malattia, i deliri, la paranoia, la depressione, l’egocentrismo e l’aggressività, ma al contempo la sensibilità, la riflessione, la timidezza, i silenzi, il valore dei sorrisi, dei piccoli gesti e della ricchezza interiore.

Normalità e lati oscuri, non accessibili per tutti, motivo di discriminazione, solitudine e sofferenza, lati temuti dagli stessi “depositari” che spesso arrivano per primi a chiedere contenzioni e terapie per paura di nuocere agli altri ed a se stessi, avendo la consapevolezza di non possedere gli strumenti opportuni per fronteggiare le crisi e le sopraffazioni della malattia. Ho constatato, contro ogni previsione che, nonostante gli internati vivano ai margini, dimenticati dalla società, profondamente segnati dai loro indiscussi disagi, alcuni di loro sono addirittura persone felici, felici perché sentono di vivere ed esistere, godendo ed accontentandosi di quel poco che la vita ancora gli riserva, vivono e coltivano la speranza del dopo, i sogni, i progetti, a differenza di quanto avviene nelle società “normali”, dove la gente “nomale”, che possiede tutto, è costantemente infelice ed insoddisfatta, alla ricerca costante e continua di un qualcosa a cui è difficile dare una connotazione, gente troppo concentrata a rincorrere falsi miti ed ideali che non comunica, che non si accorge del proprio vicino, figuriamoci di coloro i quali abitano e vivono l’O.P.G., quantomeno da portare come esempio e paragone per poter comprendere di poter essere felici anche solo per il fatto di non essere al posto loro.

L’unica cosa che sento di poter dire, a conclusione di questa “infinita” esperienza che ho avuto modo di vivere, e che forse più che visitatore dell’o.p.g., mi sono sentita una potenziale internata; solo così andando a fondo nelle mie ansie e disagi, ho potuto comprendere che non è poi tanto difficile trovarsi lì. Ognuno di noi potenzialmente potrebbe trovarsi al loro posto; non è tanto distante e diverso da noi il “pazzo”, un filo sottilissimo ci separa; sotto qualsiasi forma un briciolo di pazzia fa parte della nostra esistenza, sicuramente non cronicizzata, ma c’è. La cosa che realmente ci separa dagli internati è la possibilità in più che ci ha donato la vita, la possibilità di avere sempre qualcuno vicino nel momento giusto che ha saputo aiutarci e donarci la luce nei momenti bui e difficili, che ognuno di noi si è trovato a dover affrontare nella sua vita.

Loro purtroppo per cultura, per solitudine, e per sfortuna non sono stati compresi e capiti da principio, quando la malattia già esisteva impercettibilmente dentro di loro: sarebbe bastato poco per coglierla e curarla. Ma poi oltre la malattia è entrata in scena l’azione delittuosa come massima espressione di quella patologia, di quel disagio, di quella solitudine e sfortuna.

Andare via di lì per me è stato davvero difficile perché gli internati e l’esperienza in generale, mi hanno dato la possibilità di vedere un mondo inesplorato, esistente fuori e dentro di me; mi auguro veramente di poter avere il modo e la possibilità, io che invece sono stata fortunata nella vita, di poter donare un pò di quella fortuna anche a loro.

Paola Savino


CURRICULUM VITAE

DATI ANAGRAFICI

• Paola Savino
• Nata a Bari il 13 gennaio 1975, cittadinanza italiana
• Residente a Bari in Viale della Repubblica 128
• Tel. 080-5428410
• C.F. SVNPLA75A53A662D
• Indirizzo e-mail : paola.savino@pcengineering.net

ISTRUZIONE ED ESPERIENZE LAVORATIVE

• Laurea in Giurisprudenza conseguita presso l’Università degli Studi di Bari nell’anno 1998 – Votazione 110/110 e lode e plauso con tesi in diritto penale “La responsabilità penale del medico. La sperimentazione umana dei farmaci”.
• Dal 1999 al 2001 ho prestato la mia collaborazione all’Istituto di Diritto Penale, presso la Facoltà di Giurisprudenza di Bari, in qualità di assistente volontaria..
• La pratica forense è stata sostenuta presso lo Studio Legale “Sisto Eustacchio & Associati” in materia prevalentemente penalistica.
• Abilitazione all’esercizio della libera professione conseguita a Bari nell’anno 2001 – Votazione 280/300 – Iscrizione nell’Albo degli Avvocati il 13.02.2002.
• Da quando ho conseguito il titolo di avvocato, esercito la libera professione, occupandomi indistintamente di civile e penale.
• Nel 2003 ho conseguito il Diploma in “Difensori d’Ufficio I° livello”, diretto ad opera della Camera Penale, presso il Tribunale di Bari.
• Nel 2006 ho conseguito il Diploma di Master di II° Livello in “Scienze Forensi”, Prof. Frencesco Bruno, presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, votazione 110/110 e lode, con tesi sulla “Certificazione di Qualità delle Indagini Difensive”.
• Attualmente presto la mia collaborazione presso la cattedra di Diritto dell’Esecuzione e Penitenziario, della Facoltà di Giurisprudenza di Bari.

PUBBLICAZIONI

• Nel 2001 ho pubblicato sulla “Collana di studi giuridici dell’Ordine degli Avvocati di Bari”, uno scritto sulla “bancarotta fraudolenta impropria”;
• Nel 2005 ho scritto un articolo sul “Mandato di arresto europeo” che verrà pubblicato nella 7° edizione del manuale di “Tecnica delle Investigazioni” - Edizioni Laurus Robuffo.


_____________________________________



Università degli studi di Roma “La Sapienza”
MASTER di II livello IN SCIENZE FORENSI
CRIMINOLOGIA- INVESTIGAZIONE-SECURITY-INTELLIGENCE
STAGE di 35 ore presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario
“Filippo Saporito” di Aversa
Direttore Responsabile Dott. Adolfo Ferraro

Dott.ssa Raffaella Natale


RELAZIONE n°4



DATA: dal 05 al 09 settembre 2005.
LUOGO: OPG di Aversa.

RESPONSABILI:
dott. Massimiliano De Somma (Tutor dello Stage);
dott.ssa Filomena Petrazzuolo;
dott.ssa Rosa Simone.

SVOLGIMENTO STAGE
Lunedì 05 settembre. Mattina.

Programma:

· Accoglienza
· Test d’ingresso
· Presentazione
· Orientamento
· Introduzione teorica agli OPG ed in particolare all’OPG di Aversa
· La giurisprudenza e il trattamento

L’OPG è organizzato con ordinamento penitenziario. Il mandato sociale è la rieducazione. L’obiettivo è il trattamento al singolo individuo.
Ci sono cinque OPG in Italia, escluso quello di Castiglione delle Stiviere. Abbiamo detto che l’obiettivo degli OPG deve essere il trattamento. Esso deve passare assolutamente attraverso la cura, che deve essere protratta fino a che i soggetti internati non sono più ritenuti pericolosi socialmente.

Chi ha commesso reato viene internato in un OPG per due motivi:

- incapacità di intendere e di volere;
- pericolosità sociale.

A seconda del reato sono trattenuti in istituto minimo per 2, 5 o 10 anni. In realtà si evidenzia un’incongruenza: se gli internati non sono considerati colpevoli del reato, allora perché il tempo è proporzionato al reato stesso?
Durante la “pena” si può chiedere la revisione e se non è pericoloso socialmente l’internato può essere rimesso in libertà, ma solo se al di fuori dell’OPG ha qualcuno che lo può seguire e continuare a curare (la famiglia, una comunità,…).

Gli internati si distinguono nei cosiddetti folli rei e rei folli. Nel primo caso la persona prima è folle e poi commette reato. Con i rei folli ci troviamo di fronte a quei criminali che hanno commesso un reato e poi impazziscono in carcere. Alcuni di loro finiscono nell’OPG. Vengono tenuti in osservazione per un mese e poi, se è sopragiunta una patologia psichiatrica restano nell’OPG. Scontata la pena vengono rimessi in libertà, se non sono pericolosi socialmente dal punto di vista psichiatrico.

Il personale è sensibile al luogo. Gli agenti hanno una preparazione penitenziaria, ma fanno dei corsi di formazione specifici. Per fare un esempio delle accortezze che vengono prese, dove ci sono i minori non vengono indossate le divise.

Il trattamento è fatto da volontari. Nell’OPG di Aversa ci sono più di 200 internati. Ogni psichiatra ha 50-60 internati a testa, perché vi sono solo 5 psichiatri.
Durante il trattamento, oltre al trattamentalista è sempre presente un agente di polizia penitenziaria. La sua presenza è vincolante perché altera il setting.

In questo OPG c’è l’“Area verde”, un parco dove vengono allevati vari animali e coltivato qualche albero da frutto. Sempre sotto supervisione, questo luogo viene fatto accudire anche agli internati, inserendolo nei loro trattamenti, al fine di fargli sviluppare spazio-tempo-direzione.

Pomeriggio.

Programma:

· Visita al Museo Storico Criminologico.

Dalle 8 alle 20 le porte all’interno di ogni reparto vengono aperte. Le attività vengono svolte entro le 17, orario in cui viene passata ala cena (il pranzo è alle 12).
C’è una scuola, infatti alcuni ointernati non hanno neanche un’alfabetizzazione elementare. Poi c’è la formazione organizzata dalla regione: il corso di ceramica, quello di falegnameria e quello di giardinaggio. Se piove le attività vengono sospese.
Alcuni internati sono in grado di svolgere dei lavori. All’interno di questo OPG c’è chi fa il barbiere, chi fa lo spazzino e chi lo spesino, un soggetto che vende delle cose. Infatti nell’istituto esiste un vitto (dato dall’amministrazione) e un sopravvitto (cioè vi è un magazzino dove possono acquistarvi le cose). Gli internati hanno un controcorrente da cui scalano i soldi quando comprano qualcosa.
Per quanto riguarda le licenze, gli internati hanno a disposizione sei ore da passare all’interno di Aversa, oppure dei permessi giornalieri da passare a casa. Esiste anche la licenza sperimentale di 6 mesi se il soggetto non è più considerato pericoloso socialmente.
Gli internati non vivono il qui e ora, ma il prima del reato e quello che sarà in futuro. All’interno dell’OPG i suicidi sono molto più rari che in carcere (circa 1 l’anno).

Abbiamo visitato il Museo Storico Criminologico.


Martedì 06 settembre. Mattina.

Programma:

· Visita generale dell’istituto
· Le attività trattamentali
· Attività trattamentale nell’area verde

Dopo aver visitato l’intera struttura ci siamo recati nel fabbricato dove vengono svolte le attività e abbiamo parlato con gli insegnanti di pittura e ceramica, i quali ci hanno mostrato i lavori degli internati. La loro età media è di 35-40 anni e le loro attività non sono differenziate in base all’età. Di seguito abbiamo avuto un incontro con uno degli educatori.
Usciti dall’area trattamentale abbiamo raggiunto l’area verde, di cui ho già parlato.
A conclusione della mattinata il Direttore Responsabile Dott. Ferraro ci ha parlato dell’attività psichiatrica.
I tre bisogni fondamentali per il benessere psichico sono lo spazio, il tempo e la relazione. Questi tre fattori nelle istituzioni fondamentali vengono alterati. Come nel carcere, nel manicomio e in quello giudiziario ancor di più. Allora l’obiettivo è di ridonare agli internati il loro spazio vitale. Nell’OPG di Aversa si sfruttano tantissimo per questo scopo: l’area verde, il giornalino di Nabuc, la strategia del colore, lo psicodramma e la teatro-terapia.

Pomeriggio.

Programma:

· L’attività psichiatrica
· Visita al reparto 9 bis

Abbiamo visitato il reparto 9 bis. È un reparto in cui i soggetti internati presentano patologie meno gravi, infatti non vi è la presenza delle guardie all’interno del reparto, ma solo degli infermieri. Alcuni di questi internati svolgono all’interno dell’istituto quei lavori di cui ho parlato prima.
Con il dott. De Somma ci siamo intrattenuti per un paio d’ore con un gruppo di internati e, sempre guidati dal tutor, abbiamo interagito con loro. Attraverso metodi che vengono usati abitualmente per la terapia, abbiamo instaurato una conversazione con questi internati.

Mercoledì 07 settembre. Mattina.

Programma:

· Attività di forma-azione psicodrammatica
· Esperienza pratica in Teatro

Per farci comprendere il tipo di terapia che praticano con gli internati, le dottoresse hanno applicato lo stesso tipo di terapia al nostro gruppo, come se noi fossimo degli internati. Ovviamente i temi trattati e l’intensità della terapia è stata adeguata al nostro livello. Per esempio con la dott.ssa Simone abbiamo fatto la gestalt trattando nel gruppo l’argomento della pazzia, argomento che non verrebbe mai proposto agli internati.
La prima parte della mattinata l’abbiamo passata con la dott.ssa Petrazzuolo, mentre la seconda parte abbiamo fatto psicodramma con la dott.ssa Simone. È stata un’esperienza molto forte e profondamente interessante, che ci ha permesso di conoscerci meglio tra di noi e di conoscere meglio anche noi stesse.

Pomeriggio.

Programma:

· La storia di Nabuc: attività grippale redazionale

Nabuc è la rivista dell’istituto. Un progetto editoriale che include esclusivamente gli scritti degli internati che vi hanno voluto partecipare. Il nome deriva da Nabocodonosor, il re di Babilonia che impazzì per troppa superbia, ma dopo sette anni rinsavì. Il progetto era nato con l’obiettivo di creare comunicazione con l’esterno. Chi era al di fuori poteva venire a conoscenza della realtà interna all’istituto proprio grazie agli scritti degli internati stessi. Poi “La storia di Nabuc” si è trasformata involontariamente in un’attività terapeutico-trattamentale ed è divenuto anche mezzo di espressione per quegli internati che non riescono ad esprimere il dolore che provano per la loro condizione, non tanto di malati mentali, quanto di soggetti privati della loro libertà.
Insieme ai tre psicologi abbiamo visionato i numeri più interessanti.

Giovedì 08 settembre. Mattina.

Programma:

· Visione del film: Socialmente pericolosi
· Discussione ed approfondimenti

Il film è stato girato nella “Staccata”, il reparto in cui sono presenti gli internati che hanno commesso i crimini più efferati e sono soprattutto i più pericolosi per gli altri e per se stessi. Dopo la visione del film abbiamo intavolato una discussione con il tutor, le due dottoresse ed una guardia, Vincenzo, che ci ha accompagnato passo passo all’interno della struttura per tutta la durata dello stage.

Pomeriggio.

Programma:

· Approfondimento teorico-pratico

Il dott. De Somma ci ha chiarito tutti i dubbi che avevamo, rispondendo alle nostre domande e portandoci esempi della sua esperienza all’interno dell’OPG.


Venerdì 09 settembre. Mattina.

Programma:

· Incontro con i ricoverati

Sotto la supervisione del dott. Ferraro abbaimo incontrato quegli internati che potevano avere contatti con gli esterni e sempre guidati da lui abbiamo interagito con loro, i quali ci hanno raccontato le loro esperienze o ci hanno parlato di quello che volevano e che veniva chiesto loro dal dott. Ferraro stesso.

Pomeriggio.

Programma:

· Approfondimenti
· Test d’uscita
· Saluti

Abbiamo incontrato il comandante di reparto, che ci ha parlato del lavoro che svolge il corpo di polizia penitenziaria all’interno dell’OPG. Gli agenti hanno il compito istituzionale primario di garantire l’ordine pubblico e la sicurezza. Il DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) ha 5 direzioni:

- la direzione generale formazione del personale;
- la direzione generale dei detenuti e trattamentale;
- la direzione generale beni e servizi;
- la direzione generale centri servizi sociali;
- la direzione generale contabilità.

Il DAP si occupa di tutto il personale. In tutta Italia abbiamo 16 provveditorati. Poi ci sono gli istituti. Nell’OPG vi è un’area sicurezza formata dalla polizia giudiziaria (120 agenti) al cui capo vi è un comandante (questo ruolo sta diventando dei commissari). Poi vi è l’area sanitaria di competenza di 50 infermieri, dei tecnici, del vicedirettore, di 7 consulenti psichiatrici, 3 psicologi, 8-9 medici di guardia, 2 educatori, 4 medici incaricati. Il direttore non è un amministrativo, ma uno psichiatra affiancato da una direttrice amministrativa. Infine ci sono altri amministratori e i ragionieri.

Abbiamo poi incontrato un infermiere. Di mattina in media ci sono 2 infermieri per reparto. Di pomeriggio ed i notte un infermiere copre due reparti. Ogni reparto in media contiene 40 internati. Più o meno in tutto sono 8 i reparti. Oltre all’esiguo numero del personale rispetto alle esigenze del luogo, è da sottolineare che gli infermieri fanno anche il lavoro del corpo ausiliario che non c’è.

Al termine dei suddetti incontri, con le dott.sse Simone e Petrazzuolo abbiamo terminato la nostra terapia ed insieme anche al dott. De Somma abbiamo concluso lo stage scambiandoci impressioni e sensazioni sul lavoro svolto ed il luogo che ci ha ospitato per una settimana.


IMPRESSIONI

A conclusione della presente relazione ritengo necessario esprimere la mia opinione sull’esperienza che ho vissuto all’OPG di Aversa. Senza nulla togliere agli altri stage, le E.P.G. e le restanti opportunità offerteci dagli organizzatori del master, mi permetto di dire che le ore passate all’interno dell’istituto hanno rappresentato un’esperienza di vita senza precedenti, carica di emozioni, che ha permesso la crescita dell’intero gruppo che ha partecipato allo stage. Crescita non solo professionale, ma soprattutto personale. Per tutto questo dobbiamo ringraziare l’abilità professionale e soprattutto l’umanità della persone che ci hanno guidato lungo questo percorso.


____________________________




Relazione su: Stage all’OPG di Aversa

(5 – 9 settembre 2005)
D.ssa Antonella Esposito


Visitare una struttura come quella dell’OPG di Aversa significa fare un viaggio indietro nel tempo e contemporaneamente sentirsi catapultati in un futuro dai contorni non ben delineati. Significa respirare odore di demoni e di disperazione.
Le sensazioni visive, olfattive, uditive, tattili accentuano poi in modo impressionante questo senso di assenza di dimensione e fanno pensare a quanto la contraddizione e la perdita dell’ordinario siano in grado di destabilizzare il nostro modo di sentire e percepire la realtà circostante.
La contraddizione e l’ambiguità sembrano essere le parole d’ordine ricorrenti, d’altronde sono presenti già nella genesi dell’OPG che si divide tra criteri di natura giuridica e criteri di natura sanitaria, tra l’essere detenuto e l’essere internato, tra la pazzia e la non pazzia, tra custodia e trattamento psichiatrico.
Il Codice Penale Zanardelli del 1899 portò all’emanazione nel 1891 del Regolamento generale delle carceri, che prevedeva la misura del manicomio giudiziario per «i condannati divenuti pazzi durante l’espiazio-ne della pena, ed agli imputati ed accusati dei quali l’Autorità giudiziaria competente ordina il ricovero forzato, temporaneo o definitivo» ([1])
Nel 1907 Filippo Saporito, divenuto direttore del manicomio giudiziario di Aversa si trova dinanzi al problema della contenzione dei cosiddetti folli-rei (riconosciuti incapaci di intendere e di volere al compimento del reato) e dei rei-folli (rei già detenuti e ammalatisi in carcere). Un problema particolarmente sentito, non solo dalle autorità ma dalla società stessa.
Con la riforma dell’Ordinamento Penitenziario del 1975, la L.354 del 26 luglio 1975 ([2]) cambiò la denominazione “manicomio giudiziario” in “ospedale psichiatrico giudiziario”; ma si trattava soltanto di etichettare in altro modo un ricovero per persone ai margini della normalità, persone perdenti nella dura e aspra battaglia con la vita.
La necessità impellente non è, infatti, quella di addolcire l’etichetta ma più semplicemente quella di modificare un’istituzione che è avvolta e avvolge di disagio chi in essa opera e chi in essa vive.

I criteri di natura sanitaria e/o giuridica suddividono la struttura interna degli attuali OPG in vari reparti. Da un punto di vista sanitario e, cioè relativamente alla condizione psicopatologica dei soggetti e alla presenza di eventuali disabilità fisiche, è possibile individuare un reparto di osservazione, un reparto per gli internati provvisori ed un reparto per gli internati definitivi.
Il reparto di osservazione raccoglie internati, il cui quadro psicopatologico è peggiorato, internati con disabilità fisiche e nuovi internati; in sostanza si tratta di un reparto in cui vi è un continuo ricambio e in cui vi è un costante stato di allerta da parte di chi vi opera.
Il reparto per gli internati provvisori vede, invece, un ricambio minore e dunque una maggiore omogeneità nella presenza degli internati. In tale reparto sono previste attività con fini risocializzativi e riabilitativi. Vi è poi, infine, il reparto per detenuti definitivi. Questo reparto accoglie internati prosciolti e seminfermi e detenuti con infermità psichica sopravvenuta alla condanna. L’intervento di riabilitazione si presenta in questo reparto molto più approfondito e articolato.
Il tema della riabilitazione e del reinserimento del soggetto deviante è molto sentito e sottolineato all’interno dell’OPG di Aversa, ma anch’esso “sopravvive” a fatica tra una infinità di contraddizioni.
Certamente, fino a qualche anno fa, la condizione degli internati era al limite della dignità umana, sia da un punto di vista igienico sia relazionale e spaziale.
Negli ultimi tre anni all’OPG di Aversa si e, per questo, lavorato al fine di restituire umanità e soprattutto dignità a soggetti sì profondamente colpevoli ma anche drammaticamente umani. Questo lavoro è costituito nell’attivazione di tutta una serie di interventi, quali: le attività di gruppo (laboratorio di pittura, laboratorio di lettura, produzione del giornalino «La storia di Nabuc», formazione scolastica, laboratorio di informatica, etc.), lo psicodramma (frutto di un profondo intervento psicologico), la maggiore disponibilità all’ascolto e soprattutto la preparazione e l’educazione della polizia penitenziaria ad arginare ed arricchire la propria «mentalità carceraria», assolutamente incompleta in una struttura come quella dell’OPG.
Negli ultimi anni gli Istituti Psichiatrici Giudiziari sono, di certo, stati rivoluzionati da una serie di iniziative e progetti volti a favorire un miglioramento delle condizioni di vita degli internati doppiamente colpevoli agli occhi della società. A gravare, infatti, su di loro non vi è soltanto la commissione di un reato più o meno atroce, più o meno comune ma pure la malattia mentale.
Ancora tanto però deve essere cambiato. Innanzitutto è necessario migliorare il canale di comunicazione tra “l’interno e l’esterno” per garantire l’accoglienza e il reinserimento di quei soggetti dimissibili in quanto non ritenuti più socialmente pericolosi.
Troppo spesso, infatti, le strutture che avrebbero il compito di fare da cuscinetto e di sostituire una famiglia non esistente o impossibilitata a prendersi cura di un proprio figlio, cugino, padre o, troppo spesso impaurita o piena di vergogna per farlo risultano carenti e assolutamente non in grado di riportare un essere umano alla normalità.
Dunque è importante agire sulla società nel suo complesso perché, in fondo, il carcere non è solo un pozzo buio nel quale si aggirano esistenze irrimediabilmente segnate, ma anche specchio della società che lo circonda.

Karen Blixen ha scritto in un suo libro:

Volete volare?
Desideratelo fortemente
per un migliaio di anni
e vi spunteranno le ali.

[1] www.opgaversa.it cfr
[2] www.opgaversa.it cfr


____________________________________




RELAZIONE O.P.G. DI AVERSA


Mila Poliakine


Quello di Aversa è stato il primo manicomio giudiziario, istituito con decreto amministrativo del 1876, che ha raccolto i rei folli.

Sarà poi il Regolamento generale delle carceri emanato nel 1891, a seguito del Codice Penale Zanardelli del 1889, a prevedere espressamente la misura del manicomio giudiziario tanto per i folli rei, folli che commettono un reato diventando rei, e rei folli, coloro che capaci di intendere e volere hanno commesso reati e sono poi impazziti in carcere.

Il problema della creazione di spazi detentivi ove contenere quei soggetti autori di reato riconosciuti incapaci di intendere e di volere, o i rei già detenuti e impazziti in carcere, era avvertito con grave disagio e drammatica urgenza da parte delle autorità. Sia i manicomi civili infatti, che le direzioni delle carceri, si rifiutavano di ospitare entrambe le categorie. Sugli esempi di esperienze realizzate all’estero, dall’Inghilterra alla Francia alla Germania, dal Canada agli Stati Uniti, ad Aversa si sperimentò quindi questo primo esempio di asilo per maniaci, prototipo del manicomio giudiziario così fortemente auspicato dagli esponenti dell’antropologia criminale, primo fra tutti Cesare Lombroso.

A tutt’oggi l’OPG funziona ancora in questo modo, le patologie che insorgono nei detenuti sono per lo più gestite all’interno degli stessi carceri, ma se sono gravi e si cronicizzano comportano il trasferimento in OPG. La differenza con gli altri internati sta nel fatto che la loro presenza non è dunque imputata all’irrogazione di una misura di sicurezza, la cui fine dovrà essere valutata dal Magistrato di Sorveglianza e in relazione alla cessazione della pericolosità sociale, ma dovranno scontare solo il fine pena.

Nel ’30 sotto il codice Rocco ha avuto grande rilievo: è il periodo fascista che inventa le misure di sicurezza, nel tentativo di recuperare un controllo sui matti. Questa struttura, che prendeva il nome di Manicomio Criminale, si è retta sull’ambiguità tra carcere e ospedale, e ha a lungo funzionato come un sistema chiuso, che muri spessi hanno provveduto a isolare dal mondo esterno. Il direttore racconta che mentre Freud inventava la psicanalisi, qui venivano privilegiati metodi violenti per la correzione: sarà qui, del resto, che verrà utilizzata la prima macchina per l’elettroshock in Italia.

I direttori erano tuttologi, e il più famoso di questi fu Filippo Saporiti. Il suo metodo gestionale si basava sull’identificazione della sua figura con quella del “buon padre di famiglia”: egli elargiva premi e incentivava la partecipazione degli internati alla vita comune, creando una sorta di cittadinanza tra loro.

Durante gli anni ‘60, ‘70 e ancora per parte degli anni ‘80, il manicomio è preso di mira dalla criminalità organizzata: i criminali preferiscono il soggiorno qui piuttosto che l’ergastolo in carcere, e la presenza di corruzione a vari livelli agevola questo tipo di trasferimenti. A questo proposito è rimasto peraltro famoso il caso Cutolo.

A seguito della riforma dell’Ordinamento Penitenziario del 1975, non si chiamerà più Manicomio Criminale, ma Ospedale Psichiatrico Giudiziario, anche se di ospedale ha ben poco.

Dagli incontri con il Direttore dell’OPG e col tutor dello stage Massimiliano De Somma sono emerse le prime informazioni sulla vita nell’OPG di Aversa, che ancora oggi porta con sè le ambiguità e le sovrapposizioni che ne hanno accompagnato la nascita e che le vengono dall’essere insieme luogo di custodia e trattamento psichiatrico.

Si tratta di una struttura che è soggetta allo stesso regime normativo del carcere, ma se ne distingue per il valore aggiunto del trattamento nei confronti degli internati: qui confluiscono infatti quei soggetti che hanno compiuto un reato, ma che per le loro condizioni mentali sono stati ritenuti incapaci di intendere e di volere, quindi non punibili, seppure socialmente pericolosi. Si tratta di soggetti malati di mente che vengono trattati innanzitutto farmacologicamente. L’ordinamento penitenziario prevede per il carcere il fine rieducativo e il reinserimento nella società. Questo è anche lo scopo dell’OPG, che naturalmente a ciò aggiunge l’elemento della cura prestata a persone con problemi. In ciò si manifesta già tutta la problematicità di questa struttura che è insieme carcere e ospedale e quindi orientata da un lato a proteggere la società dagli individui socialmente pericolosi, dall’altro a curarli e reinserirli nella stessa. Ed infatti una prima stortura può essere messa subito in evidenza: la misura di sicurezza della reclusione in OPG, può essere disposta per due, cinque o dieci anni, ma la sua misura è commisurata al reato commesso e dunque alla sua gravità. Ora non c’è chi non colga in ciò una nota problematica: una reclusione disposta in funzione di assicurare un’efficace difesa sociale e non subordinata alla guarigione dell’internato. Peraltro profili problematici si rilevano anche sulla possibilità reale di uscita da queste strutture. E’ il magistrato di Sorveglianza che al termine del periodo stabilito dovrà valutare se persiste ancora la pericolosità sociale del soggetto, ma si potrà chiedere la revisione della misura di sicurezza anche prima della scadenza. Tuttavia, quella della pericolosità sociale è solo una delle variabili che sarà apprezzata nella scelta della libertà: se non ci sono strutture destinate all’accoglienza di questi soggetti, famiglia, comunità, associazioni, questa dovrà essere negata. Anche perché si tratta di soggetti che dovranno sempre essere seguiti, anche e soprattutto per quanto riguarda la somministrazione degli psicofarmaci. Per inciso, è stato fatto presente che per trovare la giusta misura dei farmaci in grado di compensare il soggetto ci vogliono spesso diversi anni, oltre all’ulteriore problema dato dall’assuefazione agli stessi, per cui le dosi nel tempo tendono a dover essere rinforzate.

Dal punto di vista dell’organigramma il Direttore dell’OPG è uno psichiatra, affiancato da una direttrice amministrativa che ha anche la competenza contabile. Ci sono poi: un vicedirettore, anche lui psichiatra, 7 consulenti psichiatri, 3 psicologi, 8-9 medici di guardia, due educatori, 4 medici incaricati che svolgono turni di tre, quattro ore la mattina, 120 agenti.

Quanto ai reparti sono divisi in base alla gravità della patologia e comunque in relazione al grado di autonomia dei ricoverati. I più gravi sono accolti in una sezione denominata “staccata” e sono quelli nei confronti dei quali gli psicofarmaci non hanno più effetto. Agli antipodi esiste un reparto 9 bis in cui i ricoverati si muovono in tutta autonomia, senza che vi siano nemmeno degli agenti di custodia fissi. Si tratta di coloro i quali, in via ipotetica, sarebbero anche dimissibili perché perfettamente compensati, ma che non hanno posto alcuno dove andare e che perciò continuano a rimanere nell’OPG. Naturalmente c’è una rotazione nei reparti, e se migliorano le sue condizioni l’internato sarà spostato in un reparto più autonomo, come pure può accadere che ci sia un movimento in senso contrario, nei casi di peggioramento o durante la ricerca della cura adeguata: spesso infatti i ricoverati possono essere soggetti a scompensi durante i tentativi di diminuire le dosi di psicofarmaci.

Molto del rinnovamento è avvenuto in questi ultimi anni. Innanzitutto gli internati oggi presenti sono veri malati psichiatrici e ciò perché evidentemente è venuta meno la corruzione tra i periti psichiatri e del resto le leggi favoriscono l’uscita dalle carceri più facilmente che dagli ospedali psichiatrici giudiziari.

Si è manifestata a più livelli la volontà di uscire dall’ambiguità ospedale-carcere, decidendo di lavorare sull’identità delle persone presenti nella struttura: malati appunto, nei confronti dei quali il personale deve intervenire nella propria qualità di psichiatra e psicologo per realizzare il compito della cura.

Da questo punto di vista il Direttore ha illustrato la provenienza degli internati: sono di estrazione sociale povera, con presenza di molti contadini e dunque con derivazione dal modello culturale della terra. Molti sardi poi, facevano i pastori ed erano dediti all’allevamento di ovini.

Questi elementi sono stati tenuto in gran considerazione nella predisposizione della cura. Iniziare una cura voleva dire modificare per gli internati elementi patogeni anche per ognuno di noi. Tre gli elementi fondamentali per il nostro benessere emotivo:

  • gli spazi
  • il tempo
  • le relazioni


Nel carcere tutti questi elementi sono alterati, e su queste tre direttrici si è cercato di intervenire.

Il primo approccio è stato quello di recuperare il loro vissuto: a questo scopo è stato utilizzato lo spazio verde abbandonato, dove sono stati portati e vengono allevati animali. Ciò col senso di creare nuova vita. Il passo successivo era poi quello di rimettere in libertà i nuovi nati.

La mancanza di libertà è data anche dall’impossibilità di esprimersi, mentre si vuole perseguire una rieducazione ai sensi favorendo l’incontro col colore e la musica.

Dunque sono state predisposte tutta una serie di attività trattamentali che vanno appunto dall’utilizzo del colore, al giornalino, fino ad arrivare allo psicodramma. Il laboratorio teatrale è partito circa un anno fa e vi si pratica la teatroterapia, imparando i silenzi, le attese, i testi.

Abbiamo in effetti visitato tutti questi laboratori, una serie di aule con professionisti delle varie discipline intenti alla lavorazione con dei piccoli gruppi di ricoverati, naturalmente quelli adeguatamente compensati e disposti ad esser coinvolti.

Abbiamo visitato l’aula destinata al disegno e quella dove vengono realizzate delle piccole sculture, anche molto pregevoli.

È stato poi il Dott. De Somma ad introdurci alla lettura del giornalino realizzato dagli internati “la storia di Nabuc”: lettere amare, poesie toccanti, oroscopi spassosi, storielle dai mille sapori, mentre di grande impatto è stato l’incontro con le due psicologhe volontarie che svolgono l’attività trattamentale dello psicodramma e che peraltro noi stessi abbiamo potuto sperimentare.

Si sta assistendo pian piano alla specializzazione del personale, nelle more si cerca di sopperire come si può alle carenze della struttura e così ad esempio per i minori si usa personale senza divisa.

Nonostante le buone intenzioni non mancano i problemi: gli internati sono più di 200, mentre lavorano nella struttura solo pochi psichiatri, uno per 60 internati che naturalmente non può seguire tutti i giorni: la visita comunque consta della valutazione dell’orientamento spazio temporale, della capacità cognitiva, e della prescrizione dei farmaci con successivo controllo degli effetti.

Per il resto la vita in OPG si svolge in maniera abbastanza lineare. I reparti sono costituiti di diverse stanze ciascuna con 3-4 letti. Dalla mattina alle 8 fino alle 20, la vita dei reparti si svolge negli spazi comuni.

Le attività che fino a pochi anni fa si svolgevano solo la mattina, ora si svolgono anche durante il pomeriggio, ma non oltre le 17.00, ora della cena. Gli internati possono anche cucinare autonomamente nelle camere, che dispongono di un fornelletto a gas. L’attività trattamentale, se resa possibile dalle condizioni atmosferiche si svolge nell’area verde.

Quanto agli incontri con la famiglia si applica l’ordinamento penitenziario per cui sono previsti quattro incontri al mese, uno a settimana.

C’è poi un discorso di formazione vera e propria organizzata dalla Regione, per cui sono attivati corsi di falegnameria, giardinaggio, ceramica. Alcuni internati hanno già un mestiere e così apprendiamo l’esistenza di un barbiere che non usa lamette, ma rasoio elettrico, di uno spazzino e di uno “spesino” che fa la spesa per gli altri allo spaccio. Esiste infatti un magazzino dove possono acquistare beni alimentari a loro spese, scalando l’importo da un loro conto corrente, giacchè non possono maneggiare soldi.

Sono presenti naturalmente agenti di polizia penitenziaria per garantire l’incolumità e la sicurezza, nonché il controllo di ciò che può comportare problemi di alterazione del setting durante le sedute col trattamentista, psicologo o psichiatra. Per questo le soluzioni adottate sono state o semplicemente quella di svolgere l’attività a porte aperte, con l’agente che supervisiona aspettando nel corridoio o quella di far partecipare l’agente, renderlo, senza divisa, un osservatore partecipante.

Gli internati, ci è stato riferito, vivono tutto come in una sospensione temporale: prima del reato e la loro vita futura, mentre dal punto di vista terapeutico si cerca di fargli prendere consapevolezza del qui e ora.

Per quanto riguarda i lati più penosi della reclusione si è naturalmente parlato della cosiddetta coercizione, che viene attuata con la legatura dell’internato gambe e braccia al letto di forza dotato di foro per le necessità fisiologiche. Naturalmente gli abusi del personale, anche di polizia sono stati numerosi e scandali sulle brutalità effettuate sono anche di data recente. Ad ogni modo ora c’è una maggiore sensibilità sull’argomento, si cerca di intervenire con personale specializzato e professionalmente valido. Peraltro, proprio su questo punto, si è pensato alla costituzione di una task force specializzata nell’immobilizzazione e sedazione dell’internato soggetto a crisi molto forti e incontrollate, proprio per poter ridurre al minimo la coercizione. Residua comunque il problema di psicofarmaci che seppure molto forti hanno bisogno di un tempo molto lungo per essere assorbiti, tale che per questi soggetti la coercizione non potrà evitarsi.

Abbiamo poi avuto l’occasione di parlare con un infermiere che ci ha sensibilizzato sul delicatissimo compito che qui gli infermieri sono chiamati a svolgere, e ciò perché sono chiaramente in contatto con malati psichiatrici, per di più interessati anche da patologie comuni di medicina generica. Ci ha in particolare ragguagliato sulle problematiche relative allo svolgimento di attività ulteriori rispetto a quelle cui sarebbero delegati e così l’aiuto nella pulizia personale e nella preparazione per le attività, mentre apprendevamo stupiti che non è prevista alcuna ditta che provveda alla pulizia delle camere e delle zone comuni, dovendo queste, secondo il dettame delle norme penitenziarie, esser svolto dagli stessi internati, che talvolta non riescono nemmeno a provvedere a se stessi! Così come la stranezza per cui il budget destinato dal Ministero alle necessità dell’internato sia più basso di quello predisposto per il normale detenuto o l’altra per cui l’internato beneficia di pasti con apporto calorico inferiore a quelli.

In ultima analisi una bellissima esperienza quella all’OPG di Aversa, struttura molto problematica anche quanto alla propria qualificazione, gravata da problemi gravi con riguardo all’impiego di risorse coinvolte, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, dunque insufficienti e non specializzate, ma dove si sta attuando un enorme rinnovamento proprio grazie al contributo di chi anche volontario, crede nella possibilità della cura e del recupero della vita degli internati.

Home Page | Oltre il Muro | Museo | S.I.F.P.P. | Documenti | Newsletter | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu