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TEMPO n° 48, 27 Novembre 1948
LA CONTESSA BELLENTANI SULLA VIA DELLA REDENZIONE
Al manicomio criminale di Aversa, vicino alle tenebrose invocazioni della saponificatrice di Correggio e sotto il penetrante sguardo degli psichiatri, Pia Bellentani fa un passo innanzi sul doloroso cammino dell’espiazione e del pentimento, forse della salvezza
Il transito di Pia Bellentani dalle carceri di Como al manicomio criminale di Aversa non ha lasciato una traccia. La contessa s'è dileguata una mattina, prima dell’alba, nella nebbia del Lario; è ricomparsa la sera stessa sulle soglie dell'edificio triste che custodisce i mostri del crimine. Mai nessun detenuto è stato circondato da tanto mistero, quasi che si volesse accentuare, nella sua figura pallida, un aristocratico e dolente segreto. Manovre della difesa?
Già durante la detenzione nelle carceri di San Donnino a Como, dopo i primissimi giorni di chiasso, sulla contessa omicida è sceso un silenzio impenetrabile. Le poche notizie sul suo comportamento, e sulla sua amicizia con la contrabbandiera compagna di cella, avevano tutta l'aria d'essere, non dico artefatte, ma scelte con cura. È vero, per esempio, che Pia Bellentani ha tentato di uccidersi in carcere? Com'è possibile che non si sia mai riusciti a precisare una circostanza tanto importante?
Il trasferimento è giunto del tutto inaspettato. Siamo abituati a udir parlare di perizie e di manicomi criminali a proposito di mostri indecifrabili, come Aldo Garollo o Caterina Fort. Pia Bellentani era invece, specialmente in carcere, una donna. semplice, addolorata, umiliata, forse pentita, certamente conscia della sua terribile responsabilità. Era una donna sulla strada dell'espiazione. Ora la perizia chiesta dalla difesa la pone in una luce nuova; e la gente - quell'enorme massa di persone che si sono interessate al suo caso con indignazione o con compatimento - colta di sorpresa si domanda: dunque la vogliono salvare?
Le probabilità della difesa
Si dice che questa frase l'abbia pronunciata Caterina Fort, sprezzantemente, e senza punto interrogativo, non appena l'annuncio dell'arrivo s'è propagato nelle celle dello Stabilimento di Aversa. Essi - i pazzi criminali, i mostri umani - aspettavano già da tempo Pia Bellentani. Si dice che essi sapessero, per una speciale facoltà di divinazione, che l'omicida di Villa d'Este sarebbe arrivata fra loro; e che una sorta di torbido compiacimento, un'eccitazione tenebrosa li avesse assaliti a quest'idea. La saponificatrice di Correggio, colà rinchiusa, più di tutti smaniava nell'attesa. Nella mente sconvolta della Cianciulli, dominata dall'idea ossessiva di un primato femminile e materno al di là del bene e del male, la figura di Pia Bellentani fatalmente è assurta a immagine mitica, di punitrice e di vendicatrice. E così ad Aversa si aspettava che l'invocazione demoniaca della strega annunciasse la comparizione della contessa nel dominio delle forze maligne.
Questo si dice. Può non essere vero. È probabile che soltanto i guardiani, assistiti da una lunga esperienza, avessero previsto il trasferimento e la perizia. Certo è che, sulla strada dell'espiazione, Pia Bellentani percorre ora una dura tappa. La fredda e consumata abilità del suo collegio di difesa ha senza dubbio previsto la luce sinistra che cade su chi varca le soglie del manicomio criminale; anzi, probabilmente, ci conta. Ma ha previsto che cosa può significare per questa donna, che, ambiva alla lettura dei poeti e alla raffinatezza delle passioni, l'ingresso nelle tenebre della pazzia, là dove sta in agguato l'urlo della Cianciulli o lo scherno di Caterina Fort?
È dunque vero che qui comincia l'espiazione di Pia Bellentani. Se mai le ritornerà, nei quindici giorni che ella deve trascorrete ad Aversa, quella vampata di esaltazione che l'ha condotta all'omicidio, quell'incredibile furore romantico che tanto ha scandalizzato il "bel mondo" frivolo e inerte che l'ospitava a Villa d'Este come visitatrice importuna, se mai si sentirà assalita dal ricordo bruciante delle passioni, dico, come dovrà sentirsi immiserita sotto lo sguardo impassibile dello psichiatra intento a cercare nelle pieghe del suo cervello il virus della follia. Come dovrà sembrarle remota, e senza significato, tutta la vita trascorsa prima della notte fatale. E come dovrà amaramente comprendere il proprio errore, fuor d'ogni falso suggerimento d'una società corrotta e di un amore illecito.
E dunque probabile che dalla cella di Aversa, fra due settimane, esca una donna diversa da quella che c'è entrata ieri l'altro: più sola, molto più sola col suo peccato. Umiliata sì, ma non dalla società elegante che l'ha già condannata; dalla propria coscienza, piuttosto, dalla visione lucida e, direi, clinica del proprio passato, quale l'analisi del professor Saporito le porrà dinanzi agli occhi. E perciò più vicina al pentimento e alla redenzione.
Quali probabilità ha la difesa di giocare con successo la carta della perizia psichiatrica? Anche coloro che vedono in tale richiesta soltanto un tentativo di salvare Pia Bellentani, ammettono che è normale chiedere l'opinione della scienza su un fatto di sangue che non ha, ancor oggi, una causale sufficiente. Se non emergono elementi tali da spostare il delitto fuori dal terreno passionale puro e semplice, è difficile pensare che l'omicida, al momento del delitto, possedesse la piena capacità d'intendere e di volere: una donna come lei, soprattutto, della sua educazione e del suo ambiente. Senonché il processo vedrà certamente colpi di scena sensazionali; l'esito della perizia sarà la minore delle sorprese. Il dibattito squarcerà veramente, assai più che il colpo di rivoltella di Villa d'Este, il velo che avvolge un mondo. E magari Pia Bellentani finirà per non essere più la protagonista, ma soltanto la testimone d'una lunga congiura di intrighi e di simulazioni. Tutto ci si può aspettare da questo processo. Tutto e nulla. Per il momento Pia Bellentani è una reclusa. intorno alla quale la bramosa allucinazione d'una saponificatrice chiude il primo anello di un'amara catena.
VITTORIO BONICELLI
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