LA REPUBBLICA
Domenica 3 Maggio 2009

Nella vita di Adolfo Ferraro, psichiatra e direttore dell'Ospedale psichiatrico giudiziario "Filippo Saporito" di Aversa, c'è molta arte. Anche in episodi che sembrano notevoli ma che lui stesso definisce irrisori: "La storia del rapimento è trascurabile... ". Eppure non deve essere capitato a molti di essere rapito in Yemen per quattro giorni insieme a familiari ed amici, aver organizzato partite di calcio con i figli dei predoni per esorcizzare la paura, ed aver ispirato parte della trama di un film, "Gallo Cedrone", diretto da un attore come Carlo Verdone. "Di grandi del teatro e del cinema mivè capitato di conoscerne parecchi. Silvio Orlando è stato mio testimone di nozze". Il teatro, dunque. Da qui arrivano a partono le storie di questo medico che crede nelle regole nella misura in cui servono ad essere superate. Infatti, capita di vederlo presentare lo spettacolo brechtiano "La giostra. L'eccezione è la regola", interpretato dagli internati del carcere-manicomio che dirige. E di farlo con troppa padronanza: vuoi vedere che il dottoo psichiatra ha calcato le sacre tavole? "Prima per passione, poi per terapia. Negli anni '70 fui tra i fondatori delTeatro dei Resti in via Bonito al Vomero. Un classico teatro off come ce n'erano molti, si faceva politica interpretando spettacali in fabbriche e centri sociali. Con me Pasquale del Monaco, come consulente Sergio Piro". Le due passioni iniziano ad incrociarsi: "Lavorando nella psichiatria vedevo che la recitazione era una forma perfetta di sublimazione. Raccontavo i miei fatti in forme artistiche e mi sentivo meglio. Così inventai il Teatro Capovolto, una terapia che presi a sperimentare in locali e teatrini". Con la consulenza dell'amico Enzo Moscato, alla fine degli anni '80 prova a stimolare il racconto nel pubblico, attorno alla simulazione di una circostanza e dei suoi ruoli. Capovolgendo, appunto, il rapporto con gli spettatori che diventano protagonisti. "Alla fine Enzo raccoglieva le storie nate sul posto e le restìtuiva in forma di favola". Il meccanismo del racconto è una riuscita immagine della follia, e a lui serve molto più che un trattato di psicanalisi. Soprauutto al rispetto di nevrosi e deliri, che sono comunque forme di sopravvivenza: "Assecondando e ascolando la malattia mentale si può arrivare a gestirla correttamente". Tutti abbiamo forme nevrotiche e modi di amministrarle. Io per esempio scrivo". Molte pubblicazioni scientifiche al suo attivo - è docente di Psichiatria forense alla Seconda Università - ma anche letterarie. Legge molto, Ferraro. E di tutto: da Dostoevskij, per lui padre della psichiarria, ad Ermanno Cavazzoni di cui caldeggia con fare minaccioso il romanzo "Cirenaica", prescrivendolo come si potrebbe fare con una medicina. Mentre fuma la pipa, continuando ad aggiustare il tabacco sul bracìerino, ascolta Keith Jarrett. Perché tra le sue muse c'è anche la prima. "Ho suonato in un gruppo punk demenziale, alla maniera degli Skiantos". Rèe confesso, con qualche imbarazzo. Dietro l'immagine di direttore dell'Qpg si nasconde un goliardico e ribelle. "Tutti abbiamo varie identità. A pochi giorni dalla nascita ho rischiato di morire. Per sette volte mi hanno dato l'estrema unzione e per sette volte mi hanno battezzato, affibbiandomi vari nomi. Perciò da allora sono cangiante e cerco di godermi la vita". Occhi ironici, umorismo da napoletano beneducato e sfottitore", capacità di aggirare le domande. Usa i racconti nel lavoro, scrive racconti, ma c'è qualcosa che non vuole proprio raccontare. Adolescenza turbolenta, bocciature e fughe da casa. E molta libertà, proprio perché i genitori non ripongono in lui chissà quali aspettative, E lui li delude di nuovo, a suo modo: con una laurea in cinque anni e una sessione. Poi la psichiatria e, dal 1980, quell'Opg che gli entra nel cuore. Vicedirettore da subito, dal 1996 ha lui le redini della "gabbia di matti" come la chiama bonariamemte. Molti dicono che è una fortuna e un paradosso che sia lui, basagliano anche se non troppo, uomo di evasione artistica e non, a dirigere quello che è comunque un carcere. "Sarà perché non lo vedo come un carcere. Ma questo è il mio personalissimo delirio", spiega con un tono di studiata autocommiserazione; "Sono un seguace del surreaHsmo che, già nel manifesto del 1923, si dichiara contro la violenza della galera e del manicomio, E se sono a capo di una struttura psichiatrico giudiziaria è perché, come teorizzavano i creativi della Bauhaus e Man Ray, amo trasformare le cose in altro dal loro senso originario. Fermandomi alla sua prima dicitura, vorrei che questo fosse solo un ospedale". Eppure è scettico su chi parla di inesistenza della malattia mentale: "Esiste, eccome. I problemi sull'applicazione della Basaglia nascono proprio da queste estremizzazioni. No, il disagio esiste e va curato; Senza coercizione". Così Ferraro, per primo in Italia "e purtroppo ancora unico" toglie tutti i letti di contenzione dal suo Opg. Li considera roba da museo e infatti a metà anni '90 costituisce proprio·un Museo del "Filippo Saporito", "luogo di errore ed orrore per ricordare e non tornare ad imbarbarirsi". Sono esposti antichi ceppi di costrizione, camicie di forza e macchine per l'elettroshock, insieme a foto di presunti luminari della psicanalisi che usavano la tortura. Però nella mostra trovano posto oggetti personali degli internati, dalle poesie scritte sulle tendine alle gavette dove mangiavano. Per gli ospiti dell'Opg. Ferraro ha creato anche un giornale. Qui è amatissimo dai reclusi. Durante lo spettacolo aperto al pubblicolo applaudono più volte. Ha dato il via a queste ed altre iniziative di terapia alternativa. E ci tiene a considerarla tale senza equivoci: "Non necessariamente tutti i folli sono dei geni dell'arte. Come in tutti i contesti umani, ci sono gli ìntelligenti e gli stupidi". Questo disincanto è però smorzato dalla soddisfazione malcelata di vedere un suo ex ospite calcare i palchi dei maggiori teatri europei. Da Aversa proviene infatti Bobò, protagonista e snodo degli spettacoli del suo amico Pippo del Bono. Però ora, con la separazione delle figure direttive tra sanitaria e penitenziaria il suo ruolo rischia di svilirsi. "Con questa divisione sarà difficile attenuare l'aspetto penale della condizione degli internati tramite il profilo medico come ho cercato di fare finora. Il guaio è che a me non piace il carcere. Ci sono i valorì, sicuro: ma capisco il loro contrario.