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Oltre il Muro > Attività trattamentali > La Storia di Nabuc
Terapie del nuovo Millennio
Per i malati di mente nel 2000 ci vuole alimentazione genuina e naturale con uno sguardo alla tradizione dei luoghi.
Proteina, carboidrati, vitamine, viaggi all’estero in tutto il mondo.
Bisogna curare soprattutto l’igiene e dando uno stipendio e concedendo presto delle pensioni.
Sono necessari psicofarmaci buoni.
Costruire tutte case famiglia. Curandoli con terapie di gruppo o sedute che poi è la stessa cosa.
Un volontariato nella Caritas sarebbe l’ideale, per i vestiti, per il cibo, dando più spazi, più fiducia, più amore, più fratellanza, più socialità e più solidarietà.
G. P.
Non saprei perché io che sono qui in OPG da 11 anni ho preso tante differenti terapie a volte mi davano il Tavor a volte il Serenase, a volte l’Akineton.
Mi sono trovato bene senza alcun disturbo solo quando mi portavano fuori per qualche visita.
Io vomitavo l’ambiente del cellulare era stretto e io dovevo fumare una sigaretta ma le guardie non ti facevano fumare finché non vomitavo quel poco di acido nello stomaco.
Per i malati di mente nel 2000 dovranno fare passeggiate all’aria aperta, uomini e donne, così.
G. B. S.
Io a dirti la verità farei un ospedaletto a parte.
E sarebbe una buona idea. Si dovreggero separare quelli che prendono le terapie e quelli che non la prendono.
Ci vogliono soldi per fare questo, tempo e ci vuole tutto. Ci vogliono degli specialisti con le apparecchiature e latte per vedere gli sviluppi del cervello e guardare dentro la mente, tutto. Dove sta la suocera di mio figlio c’è tutto.
Vengono tre volte al giorno a fare la visita agli ammalati.
Questo ospedaletto sta a Giulianova.
S. S.
Ci sono delle pastiglie che non mi ricordo come si chiamano che non mi fanno più venire le convulsioni.
Non mi sento più come prima. Ma oltre ai farmaci ci vuole un bel libro.
La Intoina e la Depamite sono farmaci che facevano venire le convulsioni anche nel sonno.
Adesso dormo tranquillo, mi alzo alle sette del mattino.
E poi sto facendo come una persona onesta. Quando mi chiama il dottore prendo e vado.
C. S.
Ogni sofferente di disturbi dovrebbe avere un tutore perché non sanno quello che fanno. La mattina tutti dovrebbero andare in giro e stare come si deve.
Dobbiamo tutti quanti convincere le famiglie a fare da tutore.
M. P.
È importante giocare a pallone e a tennis.
Fare una gita ogni tanto e leggere libri e giornali.
Si dovrebbe fare un bel campionato di calcio e andare al teatro a cantare.
Bisogna, per curarsi, ascoltare musica.
Io sono del parere che quando una persona è ammalata dalla nascita le medicine non servono a niente e non c’è niente da fare.
Se uno nasce zoppo come fa a guarire?
E. V.
I manicomi li abbiamo chiusi.
I residui dei manicomi dovrebbero andare negli ospedali dei paesi propri.
Questi pochi rimasti che non hanno nessuno.
La cura: le medicine tradizionali non riescono a curare, ci vuole cibo abbondante, panni puliti, e degli assistenti che riescono ad ascoltare.
Poi fare qualche gita e mandare tutti ai propri paesi
C. D. V.
Bisogna trovare le medicine giuste.
Non mi viene voglia di lavorare.
Mi sento sempre debole.
Mi sento giù.
G. C.
Quale terapia?
Bleuler consiglia
A prescindere dal trattamento delle malattie puramente psicogene, la terapia delle schizofrenie è una delle più gratificanti per il medico che non vuole attribuire scorrettamente la guarigione naturale di una psicosi alle sue misure. Il resto del discorso coincide con la profilassi delle malattie mentali. Le cose non vanno meglio per quanto riguarda la prevenzione individuale, dato che non conosciamo le cause scatenanti della malattia. Evitare l’onanismo, le pene d’amore, gli strapazzi, sono consigli da dare tranquillamente perché, comunque sia, è sempre bene guardarsi da queste cose. Una volta che la diagnosi è probabile o sicura, nessun medico deve rinunciare alle comuni misure di prudenza: il massimo di igiene corporea, cioè sonno e cibo sufficienti; l’evitamento delle eccitazioni tossiche e psichiche, dato che danni di tale genere peggiorano o rendono la malattia manifesta. E però lecito andare oltre. Forti affetti favoriscono lo scoppio di accessi acuti. L’eccesso di contraddizioni peggiora la malattia. L’ozio favorisce il dominio dei complessi mentre un lavoro regolare tiene in esercizio il pensiero normale. Tutti i progetti ambiziosi devono essere abbandonati. Si devono invece spingere i malati ad occupazioni semplici, così non sarà necessario litigare con loro quando l’umore lunatico dell’ebefrenia li tiene lontani dal lavoro. Non si può sfuggire agli affetti. Pertanto si devono evitare tutte le occasioni di eccitamenti psichici. Per i non sposati sono pericolose soprattutto le relazioni troppo strette con persone dell’altro sesso; per i coniugati sono pericolose le occasioni di insoddisfazione coniugale. A tutti i costi va evitata la gravidanza nelle donne. Bisogna decisamente mettere in guardia la gente contro tutte le cure costose. Medici e non medici raccomandano spesso al paziente cronico ogni genere di cure dei nervi. Parenti più o meno stretti sacrificano al malato inguaribile la loro fortuna. Un piccolo proprietario terriero si è rovinato perché il medico prescriveva alla figlia due bottiglie di champagne al giorno. Diciamolo francamente a noi stessi e agli altri: finora non conosciamo alcun intervento in grado di arrestare o guarire la malattia come tale. A livello di prodromi e di stadi avanzati sono stati proposti alcuni rimedi, che dovrebbero guarire o almeno produrre dei miglioramenti. La castrazione, consigliata da Lommer e Rohé, non è di alcuna utilità. Ricordo bene quattro schizofrenici castrati. Un uomo si era castrato da solo. Due donne erano state castrate per "disturbi nervosi", in realtà per la malattia mentale, e una terza per processi infiammatori ai genitali. In nessun caso riscontrai un effetto favorevole sul decorso. Due volte alla castrazione seguì un peggioramento della malattia. Anche la castrazione unilaterale dell’uomo è senza effetti. In conclusione l’esperienza, anche se non vasta, conferma l’idea che i pensieri sessuali non indicano necessariamente una genesi sessuale della malattia. Sono pensieri normali i quali dimostrano che la sessualità fisica e psichica è normale e funzionante. Il trattamento ginecologico, di tanto in tanto raccomandato da qualcuno, non è seguito da successi ma anzi da svantaggi. Il trattamento corrispondente degli uomini non ha molto più successo, benché si indirizzi contro l’onanismo considerato come causa della malattia. Nei casi migliori riduce la pulsione sessuale e il sintomo onanistico ma non ha nessuna influenza sulla malattia. Nella pratica privata non si rinuncia completamente alla lotta contro l’onanismo con mezzi dietetici e raccomandando un letto fresco e non troppo soffice. Vengono poi raccomandate ogni genere di cure dietetiche. In Inghilterra viene attribuita molta importanza all’ingrassamento. Queste diete non fanno né male né bene finché non si tratta di svezzamento dall’alcol. Livi ha raccomandato la trasfusione di sangue nella "lipemania stupida". Infusioni di soluzioni saline sono state tentate senza successo. L’osservazione che dopo malattie febbrili a volte subentra una remissione, ha suggerito di produrre artificialmente la febbre. Sono state fatte addirittura vaccinazioni con streptococchi. Non sono stati ancora dimostrati miglioramenti. Bruce, che ritiene le schizofrenie psicosi infettive, raccomanda iniezioni di terpentina, per aumentare le resistenze biologiche tramite un incremento dei linfociti. Nell’ipotesi che la schizofrenia provenga da intossicazioni intestinali si sono somministrati lassativi e disinfettanti intestinali. Quando la malattia è stata riconosciuta bisogna decidere se ricoverare oppure no. L’istituto in quanto tale non guarisce la malattia. Può però educare e far sparire gli stati di eccitamento provocati da fattori psichici. Comporta però il pericolo di estraniare il malato dalla vita normale; anche i parenti si abituano all’istituto. Dopo un certo numero di anni è perciò difficile sistemare fuori dall’istituto anche coloro che sono migliorati di molto. Il malato non deve essere ricoverato perché schizofrenico ma perché vi è un’indicazione precisa per metterlo in istituto, per esempio se è diventato troppo disturbante o troppo pericoloso, se sono necessari mezzi coercitivi, se rischia di snervare i membri sani della famiglia, se è impossibile esercitare su di lui qualche influenza. In questo caso l’istituto cercherà di educare il malato ad un comportamento sopportabile che renda possibile la dimissione. La dimissione dall’istituto avviene in base agli stessi principi. Non è necessario aspettare la "guarigione". Bisogna però prendere in considerazione tutti i fattori. Soprattutto bisogna tener conto delle caratteristiche dei parenti, che possono o guastare del tutto il malato o continuare ad aiutarlo. Se si dispone di un posto di lavoro adeguato per il paziente migliorato allora non si deve esitare a dimetterlo (si deve esitare di più quando non lo si ha). La situazione all’esterno dell’istituto può essere tale da provocare una ricaduta (l’incontro con la persona amata, un litigio in famiglia, la convivenza con la sorella sposata che ricorda alla paziente la propria incapacità di sposarsi). Se non è possibile sistemare i malati in famiglia può essere utile ricorrere alle cure di una famiglia estranea; la soluzione richiede naturalmente la sorveglianza da parte di persone competenti. Sono adatti ad una cura organizzata in famiglia quei casi che al termine del decorso hanno imparato in istituto una disciplina unita ad una certa libertà di movimento. Per la schizofrenia l’unica terapia da prendere sul serio è quella psichica. Se si interviene al momento giusto si possono ottenere notevoli risultati. A livello delle vere e proprie poussées della malattia però non si può ancora fare nulla. Si è costretti ad attendere il miglioramento. Ci sono altre considerazioni da fare. Lo scoppio di un attacco acuto, il suo perdurare, l’arresto o la progressione del processo schizofrenico, non dipendono da quello che possiamo fare noi. Se però un malato vuole sbattere la testa, imbrattarsi, rompere i vetri, stracciare i vestiti, la causa non è il processo morboso ma la reazione dei complessi ai vissuti interni. Potenzialmente esiste sempre la possibilità di influenzare i sintomi del malato. È difficile dire come si possa farlo sia nel singolo caso sia in generale. Esistono regole contraddittorie che variano da caso a caso. Bisogna cercare soprattutto di non stimolare il negativismo. Tanto minori sono la resistenza e la contrapposizione da parte del personale, tanto minori saranno le resistenze negativistiche da parte del paziente. Nell’istituto di cura di Rheinau ho incontrato pazienti di cui nessuno sapeva cosa farsene. Il personale di guardia asseriva seriamente che non era possibile neppure pettinarli o lavarli. L’applicazione rigorosa del regolamento diede risultati in pochi giorni. I malati diminuirono le resistenze e in genere divennero più abbordabili. Molti vizi possono essere eliminati semplicemente non tollerandoli. I compiti generali del trattamento sono l’educazione e il ristabilimento dei contatti con la realtà, cioè la lotta contro l’autismo. Non si può far fronte ad entrambi i compiti finché i malati non abbandonano le loro resistenze e non decidono di lasciarsi influenzare. E perciò molto importante fare di tanto in tanto un tentativo. Nella schizofrenia, più che in altre malattie, bisogna variare periodicamente le condizioni esterne. Se i malati rimangono nella stessa situazione si rinchiudono sempre più in se stessi e diventano sempre meno influenzabili. Da qui deriva la grande utilità dei trasferimenti in altri reparti, in altri istituti, a casa o in genere in altri ambienti. Talvolta nei pazienti eccitati il trasferimento in un reparto migliore può essere usato come una specie di contratto. Per esempio una malata rumorosa e violenta, che va tenuta in isolamento dove peggiora di giorno in giorno, può essere trasferita a condizione che si comporti bene e con l’ulteriore promessa di venir dimessa al più presto. Da allora in poi si calma e può prepararsi alla dimissione. La terapia del lavoro corrisponde meglio di tutte le altre a queste esigenze. Mette in esercizio le funzioni normali della psiche. Offre spunti per un contatto attivo e passivo con la realtà. Sviluppa la capacità di adattamento. Obbliga il paziente a pensare alla vita normale esterna. Soprattutto il lavoro offre al personale infermieristico l’unica occasione di occuparsi più intensamente dei malati, dato che è impossibile rimanere a lungo in contatto con persone con le quali non si ha un rapporto spirituale. La terapia del lavoro è utilizzabile perfino negli stati acuti. Il lavoro all’aperto è quello che produce i migliori risultati. Questa partecipazione al lavoro non richiede particolare ubbidienza e quindi non suscita particolare negativismo. L’attività artistica può essere un palliativo che a volte rende buoni servizi. La tendenza ai trastulli, alle bizzarrie, all’assopimento nell’ascolto della musica, rappresenta un certo pericolo. In ogni caso gli artisti di professione saranno lasciati liberi nelle loro occupazioni quando siano migliorati e appena sia possibile. Anche lo sport può essere considerato un surrogato del lavoro. Ha molto valore, accanto al lavoro, per tutti coloro che lo conoscono e lo praticano. In altri posti il gioco delle carte e delle bocce possono dimostrarsi utili. I divertimenti di ogni genere, compresi il ballo e le passeggiate, sono utili ai malati adatti. Mantengono o restituiscono il contatto con la realtà, purché non ci siano occasioni di bere alcol. Casi cronici rinchiusi in se stessi possono trovare in un divertimento lo spunto per migliorare. In un reparto incontrai una paziente nella cui cella dovevano entrare quattro infermieri alla volta. A Natale la invitai alla festa. Il giorno della festa del patrono si esibì come cantante e alcune settimane dopo fu dimessa e rimase fuori dall’istituto. Bisogna stare attenti alla domenica, che in generale è un giorno sfavorevole per i nostri pazienti, benché offra abbastanza occasioni di divertimento. I libri non dovrebbero mancare neanche nei reparti più agitati. L’educazione dei malati deve essere diretta in particolare all’auto-controllo, ivi compreso il controllo di certi sintomi della malattia. Molti malati possono imparare a dominare gli stati di eccitamento, e non dar seguito alle allucinazioni, a non lasciarsi trasportare da esse, ad abbandonare le cattive abitudini. Come per ogni altro progetto educativo bisogna lavorare soprattutto nel senso di occupare il tempo a sufficienza. Dato che molti schizofrenici hanno perso il senso della noia, bisogna ovviare con stimoli esterni. Chi però può ancora sentirla deve poterla bandire, altrimenti commette ogni sorta di eccessi, come i soggetti sani nelle stesse condizioni. Questo modo di procedere non serve nei casi gravi e meno sensibili. In questi casi non si può fare a meno di ricorrere a mezzi educativi più sicuri come il bastone e la carota. Nei limiti del possibile il "bastone" non deve consistere nell’arrecare danni ma piuttosto nel non concedere la carota quando i malati non la meritano. Il comportamento asociale porta comunque a un danno, che può essere interpretato come punizione, per esempio il trasferimento in un reparto dove anche gli altri malati sono asociali e meno graditi al paziente. Personalmente ritengo vantaggioso non rinunciare del tutto a strumenti disciplinari: il poco è infinitamente meglio del troppo, in questo caso. Un compito particolare dell’istituto è di abituare alla libertà. Nelle istituzioni i malati non possono autodirigersi. Dopo parecchio tempo, se non si fa attenzione perdono questa facoltà. Bisogna quindi riabituarli consentendo loro libertà di uscita, vacanze, dimissioni di prova e eventualmente anche un lavoro indipendente nell’istituto. Nel caso delle dimissioni di prova anche i familiari devono essere educati ad un comportamento corretto nei confronti del malato. Un importante strumento educativo è l’infermiere particolare che tenga lontano dagli altri un malato che richiede sorveglianza e che gli procuri lavoro e divertimento. Il segreto del successo di molti istituti si basa su molto spazio, molti reparti e ampie possibilità di allontanamento degli elementi asociali. Si raccomanda, da parte di Masselon, la ginnastica mentale e l’insegnamento scolastico. Ma i successi non sono significativi. Come comportarsi nel singolo caso deve essere il tatto del medico a stabilirlo. Non c’è solo l’individualità del paziente da prendere in considerazione ma anche quella del medico. Una misura terapeutica che dà buoni risultati nelle mani di un medico dà risultati negativi nelle mani di un altro.
La cosa importante è di non abbandonare mai il malato e non lasciarsi prendere dall’idea che non ci sono abbastanza soldi, abbastanza personale, abbastanza spazio per dare al malato il miglior trattamento possibile in quel momento. Tutti questi sono pia desideria da non trascurare. Il trattamento a letto e l’isolamento richiedono una discussione particolare. Il trattamento al letto è indicato per molti casi gravi. Per tanti malati eccitati il miglior modo di contenerli è quello del letto. Stare supini e senza vestiti dà una forte suggestione di calma. Inoltre il letto con le sue coperte e le sue lenzuola offre materiale per attività innocue. Ha soprattutto il vantaggio di riavvicinare gli infermieri ai pazienti, di obbligarli ad occuparsi dei malati con vantaggio per entrambi. Recentemente si raccomanda il trattamento a letto all’aperto. I vantaggi non sono da sottovalutare. Vanno considerati il cambiamento, la necessità di una maggiore sorveglianza e gli effetti igienici e psichici dello stare sdraiati alla luce e all’aria. Anche per quanto riguarda l’isolamento la mia esperienza non sembra coincidere con i principi della letteratura moderna. Per molte ragioni è un male, ma un male necessario. In certi casi è il minore dei mali. Ha però dei risvolti positivi. Se si hanno a cuore i malati bisogna isolarne alcuni perché un solo paziente irrequieto può togliere il sonno ad un’intera camerata e di giorno può rendere la vita difficile a tutti con suggestioni che alterano la tranquillità dei compagni. Per il malato spesso l’isolamento può essere un’eccellente occasione educativa meno dalla parte del bastone che della carota. I malati con eccitamenti improvvisi, che non sanno ancora controllarsi abbastanza, possono essere isolati con successo se si tiene presente che loro stessi lo considerano una necessità e non una punizione. Molti si lasciano educare nel senso che loro stessi richiedono l’isolamento all’avvicinarsi dell’eccitamento. Oggi stranamente si ignora che lo schizofrenico, come il soggetto sano, preferisce dormire in camera singola. Ho sentito meno lamentele sull’isolamento che sullo stare a letto. Anzi, sono stato costretto ad aggiungere qualche castigo all’isolamento affinché i pazienti non fossero invogliati a ricercarlo. Ma proprio nella schizofrenia, più che in altre psicosi, l’isolamento è pericoloso. Lasciato a se stesso lo schizofrenico si rinchiude facilmente nel suo autismo. Prende brutte abitudini, come quella di imbrattare. Applicando l’isolamento in modo corretto non si risentono gli svantaggi. Conosco per esperienza in diversi istituti i "prodotti della cella", praticamente incorreggibili. L’isolamento viene praticato ancora oggi anche se molto meno che in passato. Naturalmente non deve essere prolungato oltre il necessario. L’essenziale è di mantenere il contatto anche con i malati isolati. Così non rimangono psichicamente isolati; possono lamentarsi e noi possiamo sospendere l’isolamento al momento giusto. L’autolesionismo, la distruzione di tutto ciò che si trova alla loro portata, gli attacchi violenti al personale, il tutto eseguito con la massima abilità e la minima mancanza di riguardi sono i peggiori nemici del "no-restraint". Un effettivo "no-restraint" equivarrebbe nella maggior parte dei casi alla devastazione di tutto e di tutti, personale compreso. Chi crede quindi di poter fare a meno della costrizione usa le parole con significato diverso dal solito. Le modalità di applicazione delle costrizioni necessarie dipendono dall’organizzazione dell’istituto, dall’esperienza e dalla personalità del primario. Per prima cosa va tentato il trattamento al letto. Se va male si può provare col bagno continuo. La percentuale dei malati facilmente trattabili dipende dalla qualità delle istituzioni, dal genere degli altri pazienti, dallo spiritus loci dell’istituto, dal tatto dei medici e dal resto del personale e da qualcosa che dipende dalla persona e che non si può comprendere del tutto perché va al di là del tatto. Se non si ottiene nessun risultato allora un isolamento di prova - con o senza la guardia di un infermiere - può dimostrare l’effetto della separazione dagli altri malati. Se funziona si può applicare l’isolamento temporaneo, altrimenti non rimane altro che le compresse umide e i narcotici, in combinazione oppure separatamente. La compressa umida totale è il peggiore "restraint" che conosca. Chi la applica nei casi lievi può lasciare libere almeno le braccia. Eccezionalmente la considero necessaria in questi casi e di rado la si applica nei casi cronici. Purtroppo vi sono dei casi in cui non si può fare a meno di usarla. Mi rendo però conto che se avessi maggiore disponibilità di mezzi non la userei quasi mai. Infatti passano anni senza che la usi. In caso di pulsione autolesiva irrefrenabile è meglio ricorrere alla contenzione mediante cinghie che sono più semplici da applicare e meno ipocrite di altre misure mediche. L’acquietamento prodotto dalla compressa umida non è dovuto all’involucro bagnato ma alla costrizione fisica, che addormenta i pazienti in breve tempo. Contrariamente a quanto si può dedurre dalla letteratura recente, la costrizione non ha solo un’influenza nociva ma in certi casi spinge verso il miglioramento. Anche la peggiore irrequietezza, accompagnata da pulsioni suicidarie, può calmarsi definitivamente dopo solo mezzora di cinghia. A causa dell’avversione verso questo tipo di costrizione, una volta abbiamo trattato inutilmente con tutti i mezzi e con spreco di personale una ragazza che dopo l’episodio acuto non riusciva più a liberarsi da pulsioni autolesioniste. Appena stretta, rassicurata che i suoi sforzi di ferirsi sarebbero stati vani, la paziente si arrese e poté essere dimessa rapidamente in uno stato che non richiedeva più la tutela. Se non si riesce ad ottenere nulla con le buone, allora è meglio tentare con la costrizione piuttosto che lasciar perire il paziente. Ritengo che nella schizofrenia la costrizione con mezzi fisici sia migliore di quella morale che aumenta il negativismo e esaurisce il malato anche sul piano fisico attraverso i ripetuti tentativi di resistenza. La somministrazione di sonniferi è un sollievo che la semplice umanità chiede di non rifiutar loro. Chi soffre psichicamente ha, entro i limiti dell’innocuità, gli stessi diritti di essere alleviato di chi soffre fisicamente. E vero però che è difficile stabilire quali sono i limiti tra uso e abuso dei farmaci. Tuttavia, anche con dosi abbastanza elevate di sonniferi il deterioramento non sembra aumentare. In molti casi i sonniferi hanno un valore educativo. Naturalmente nessun sonnifero va somministrato in continuazione. Una terza ragione per l’uso dei sonniferi è il rispetto per gli altri malati. Preferisco narcotizzare chi disturba piuttosto che lasciare che tutta una corsia perda il sonno o si ecciti a causa di uno solo. Non ho ancora riscontrato veri e propri danni dovuti all’uso di narcotici. La loro maggiore controindicazione consiste nel fatto che nei casi più gravi sono per l’appunto inutili. E davvero sorprendente quanti sonniferi, da soli o combinati, gli schizofrenici riescano a prendere senza ottenere effetti tranquillizzanti né negli eccitamenti puramente psichici né in quelli apparentemente organici. In questi casi si potrebbe aumentare la dose. Ma chi se la sente di provare se, così facendo, si arriva prima al collasso o all’innocua tranquillizzazione? Non esiste il trattamento farmacologico della schizofrenia. I singoli sintomi della malattia vengono trattati secondo i soliti principi. I blocchi possono essere attenuati o eliminati per alcune ore con alcol (che costituisce anche un test). È bene reprimere tutte quelle singolarità che piacciono tanto ai malati: le corone di carta, le spade di legno, le bambole di pezza sono scomparsi dai nostri istituti, con grande vantaggio dei malati. Non significa che in certi casi non si possa lasciare loro in proprietà un oggetto collegato ai loro complessi. Ma deve essere concesso tenendo presenti tutte le circostanze per non favorire l’autismo. Anche le particolarità sgradevoli, soprattutto l’imbrattare, vanno subito combattute con la medesima energia per non trovarsi di fronte, dopo un po’ di tempo, a stereotipie che non possono essere più influenzate. Molto dipende dall’abilità del personale. L’ordine di mettere regolarmente il malato sul vaso ad una certa ora o di fargli il clistere ogni giorno può non bastare. Si può porre rimedio a piccole abitudini non desiderate con mezzi molto semplici. Per esempio se una catatonica comincia a buttare troppa carta nella tazza del cesso, basta appendere il portacarta mezzo metro più in su per ovviare all’inconveniente. È importante non offrire ai malati l’occasione per eseguire le loro stranezze. Nei vecchi casi non vale la pena combattere contro certe abitudini inveterate. Kahlbaum pensa che lo strapparsi i capelli sia da ostacolare per evitare la calvizie permanente. Si può tollerare questa abitudine per decenni senza alcun danno. Appena il paziente non li tormenta più, i capelli ricominciano a crescere. Il sintomo schizofrenico più spiacevole è la pulsione suicidaria. Mi riferisco a questo sintomo per dire con la massima chiarezza che l’attuale ordinamento sociale richiede allo psichiatra un’estrema crudeltà. Si costringe a continuare a vivere gente che ha le sue buone ragioni per non sopportare più questa vita. Il fatto è già abbastanza grave. Ma ancora più grave è rendere a questi malati la vita ancora più insopportabile con tutti i mezzi e con una sorveglianza penosa. La maggior parte delle nostre più terribili misure di costrizione sarebbe inutile se non fossimo costretti a mantenere il malato in vita; una vita che per loro e per gli altri ha solo valore negativo. E se almeno servisse a qualcosa! Sono convinto, come Savage, che nella schizofrenia la pulsione suicidaria sia destata e alimentata proprio dalla sorveglianza. E eccezionale che uno dei nostri malati si tolga la vita se lo lasciamo libero. E anche se dovesse perire un numero leggermente superiore di malati, è giusto torturarne centinaia di altri e rischiare di peggiorare la loro malattia?
Noi psichiatri abbiamo il triste dovere di seguire le concezioni crudeli della nostra società, ma dobbiamo fare tutto il possibile per promuovere il più sollecito cambiamento delle opinioni.
Eugen Bleuler, Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie. © 1911 by Franz Deutike, Leipzig und Wien. © 1985 by La Nuova Italia Scientifica, Roma.
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