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Una volta li chiamavano manicomi criminali

Studi & Ricerche > Studi sugli O.P.G. > L'O.P.G. di Aversa dal 1997 al 2009 > Rassegna Stampa > 2001

Il Venerdì di Repubblica  13/07/2001




 

AVERSA. I malati ci circondano, ci accerchiano, ci travolgono martellandoci con due richieste sempre uguali: uscire da quel carcere, e una sigaretta. L'Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Aversa è il capolinea della società. Qui abitano uomini persi tra deliri e allucinazioni, ciascuno con la sua storia di violenza e umiliazione. «Se siete venuti qui per vedere la monnezza, ne troverete quanta ne volete», ci ha accolto il direttore Adolfo Ferraro, medico psichiatra, aprendoci tutte le porte del manicomio. No, siamo venuti per capire come un paese civile tratta i suoi matti, quelli che considera socialmente pericolosi, malati, secondo la legge, perché incapaci di intendere e di volere al momento del reato. Una moltitudine di scoppiati, assassini, disadattati, stupratori, sfigati, stragisti. Ad Aversa il corpo medico, paramedico e di polizia penitenziaria è qualificato. I poliziotti sono più operatori sociali che guardie carcerarie e gli infermieri sembrano affettuosi e professionali. Conoscono i nomi dei 190 ricoverati e hanno facce sorridenti. Ma, nonostante il grande impegno e la fatica dì tutti, a partire dal direttore e dal vice direttore, Salvatore De Feo (unici due medici), il sistema cade a pezzi. A cominciare dagli edifici fatiscenti, scrostati, umidi. Camere disfatte, scarpe disseminate ovunque, vestiti gettati dove capita, minuscoli armadietti chiusi con lucchetti a proteggere una disperata paccottiglia. Come se i pazzi non avessero diritto alla dignità. Ma queste, negli Opg, sono le regole. Qui vige il regime carcerario. I ricoverati devono tenere pulite stanze, bagni e luoghi sociali. E' difficile immaginare che quei fantasmi accasciati inerti sui letti, incapaci di rispettare se stessi, possano occuparsi dell'igiene dei gabinetti. Il direttore si giustifica: «Soffriamo dell'ambiguità del doppio binario. Dipendiamo dal Ministero di Giustizia che paga per loro una retta giornaliera di 120 mila lire, ma dovremmo essere un ospedale, e invece abbiamo più guardie penitenziarie che infermieri». Il risultato è una struttura un po' manicomio, un po' penitenziario, un mostro a due teste senza identità. Le finestre hanno le sbarre, le camere sono celle, anche se le porte rimangono aperte. «Io mi sento già seppellito come un cane randagio che morde per rabbia», scrive Sebastiano, poeta analfabeta che detta le sue poesie. Lo chiamavano «'O carcere», qui furono rinchiuse Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, e la contessa Bellentani che uccise in abito da sera l'amante durante una festa a Villa d'Este. Lungo il muro di cinta sono sparite le sentinelle col mitra, ma le guardie sono onnipresenti, tranne nel reparto dei meno pericolosi. La malattia mentale rende tutti uguali. C'è Francesco, recluso da sette anni, perché pizzicato mentre faceva pipì in strada: reagì violentemente. E c'è il «mostro di Marechiaro», un bel ragazzo mite e sorridente che ha fatto a pezzi due donne. Le metteva in una valigia e le buttava a mare. Fu scoperto perché la valigia si aprì rivelando il macabro bagaglio. Francesco, l'urinatore solitario, vuole raccontare la sua storia: «Potrei tornare a casa, ho una pensione di due milioni, ma mia madre dice che non mi può tenere, intanto la pensione se la tiene e mi passa solo 300 mila lire».

«La maggior parte dei ricoverati è qui per reati bagattellari», ci spiega il direttore, «il maltrattamento in famiglia è il più comune. Due anni come minimo. Ma, scaduto il tempo, se non sei guarito da qui non esci più. Il 60 per cento è dentro con una proroga di sei mesi in sei mesi e alcuni ci rimangono trent'anni». Come il Professor P. (il titolo se lo è autoconferito), che è dentro per abusi sulle figlie e passa gli anni attaccando, tra le sbarre della cella, violente invettive contro lo Stato che non lo protegge dalle onde elettromagnetiche. «Il dieci per cento degli internati è socialmente pericoloso e su questi bisognerebbe lavorare: il restante 90 dovrebbe stare fuori da qui», dice Ferraro. Sì, ma dove, se le strutture adeguate sono poche? «Anche il più disgregato vuole uscire», conferma l'assistente sociale Clementina Di Ronza, «salvo poi chiedere di tornare perché spaventati dall'esterno. Mandarli fuori senza assicurargli una continuità terapeutica significa fargli commettere nuovi reati». Intanto i matti non sono scemi e si lamentano. Del vitto innanzitutto, al di sotto della soglia della decenza. 2119 lire al giorno per tre pasti, che non possono definirsi cibo, serviti in piatti di plastica da cui ciascuno mangia dove capita, i più sul letto, disertando le sparute zone sociali che la direzione vorrebbe incrementare. Ma le tabelle ministeriali prevedono poche calorie e prezzi bassi. Nelle aree comuni si svolgono le «attività trattamentali» che affiancano la terapia farmacologica. Teatro, pittura, un giornale, «Nabuc», dove tutti possono scrivere i loro pensieri. Gli «insegnati» mostrano i lavori dei malati come farebbero i genitori. L'unica consolazione in questo posto di dolore è vedere il coinvolgimento di tutti: medici, guardie, infermieri e ausiliari. C'è perfino la pet therapy. In un prato arso dalla sete, tra qualche sparuto arancio, è nata una minuscola oasi con alcune centinaia di animali: papere, germani reali, oche, caprette. Due cigni fanno avanti e indietro in una pozza dodici metri per otto, dove anche i malati fanno dei giri con la barca: come nelle barzellette, ma qui non c'è nulla da ridere. Il personale, quando può, organizza davvero delle gite in barca. L'ultima, in vaporetto a Procida, scortati dai Carabinieri, l'hanno chiamata «la nave dei folli». «Di Opg ne esistono cinque, più uno. Il sesto è Castiglione delle Stiviere, un vero ospedale, che dipende dal Ministero della Sanità», ci dice Ferraro. «Lì la retta è di 310 mila lire al giorno, ci sono molti medici e moltissimi infermieri. Ci piacerebbe diventare come loro». Così siamo andati a Castiglione delle Stiviere, unico ospedale psichiatrico anche per donne. Settanta femmine e centodieci maschi. Un albergo a quattro stelle. Undici medici, centoquarantuno infermieri. Il direttore Michele Schiavon sa di essere un privilegiato: «Abbiamo più mezzi rispetto agli altri Opg perché siamo privi di polizia penitenziaria, molto più costosa degli infermieri. Ma la psichiatria italiana ha costi bassissimi rispetto ad altri paesi europei, in Inghilterra, per esempio, si spendono 800 mila lire al giorno». Intanto qui si mangia bene, il cibo è differenziato con un adeguato rapporto calorico e proteico. Ci sono la piscina, il biliardo, il campo da tennis e di bocce, e pure il calcetto. L'atelier di pittura, la falegnameria, la sala computer, la palestra. Gli uomini girano liberi per i viali, oppure stanno seduti davanti ai reparti con lo sguardo perso. Chi sa dove. «È difficile lavorare con loro perché sono talmente impegnati in quell'inesauribile lavorio delle loro teste che hanno poco margine. E non è sempre utile eliminare completamente il delirio», commenta il dottor Antonino Calogero, primario della sezioni maschile. Giacomo, schizofrenico paranoide, ha ucciso con un fucile da sub la fidanzata e dipinge tutti i giorni per scaricare sulla tela colore e dolore. Alessandro rifiuta la terapia, quando non è visto sputa le pillole e perciò non può essere dimesso. Ferdinando, il paziente più famoso d'Italia per avere confessato in tv lo sterminio della sua famiglia, ci chiede, con cortesia, di non apparire. Tutte le volte che viene pubblicata una sua foto scattano le interrogazioni parlamentari per sapere come mai uno come lui stia in un ospedale di lusso. La risposta sarebbe semplice, perché è affetto da un grave disturbo paranoico della personalità, ma evidentemente non  tutti sanno cosa sia la pietà. A Castiglione, diversamente da  Aversa, il cinquanta per cento dei ricoverati è pericoloso. Le donne sono le più sanguinarie. Qui probabilmente arriverà la madre di Palombara Sabina che ha ucciso a coltellate i due figli di 4 e 6 anni. Si avvicina Lucia e si scusa cerimoniosamente della sua inabilità, raccontando di essersi gettata dalla finestra sei anni prima, ma, invece cammina benissimo. «E' falso,  ha ucciso il convivente ma la sua malattia è tra le più gravi, il nucleo duro della schizofrenia paranoide, la malattia pura, i suoi deliri fantastici sono irriducibili anche rispetto ai farmaci», spiega Giuseppe Gradante, primario della sezione femminile. C'è la bella Angela, tossica. Si prostituiva e ha ucciso un anziano cliente: per soldi, naturalmente. E c'è Prisca, dalla Costa d'Avorio, rinchiusa da sei mesi per avere strizzato i testicoli a un agente che voleva controllarle i documenti, che esprime nostalgia e disperazione dipingendo il suo villaggio lontano e i ritratti del marito. Trattamento farmacologico e riabilitativo sono strettamente legati. «Con i nuovi farmaci, che hanno minori effetti collaterali, riusciamo a controllare la schizofrenia e sono diminuite le contenzioni», spiega il terzo primario Tito Gattoni, addetto ai pazienti in osservazione. Molti, soprattutto gli uomini, parlano in modo incomprensibile, difficile capire se dipenda dalle medicine o dalla malattia. Gli infermieri e i dottori spesso traducono, ma di fronte a neologismi improvvisati gettano la spugna anche loro. Tutti sembrano patire le sbarre onnipresenti, anche qui dove le camere sono linde. «Le sbarre di queste finestre sono ali spezzate», ha scritto una paziente. Impossibile volare, e poi dove?

BRUNELLA SCHISA

 



Sala Biliardo a Castiglione delle Stiviere



Palestra a Castiglione delle Stiviere



Sala Computer a Castiglione delle Stiviere



Una malata nella sua camera a Castiglione



Il laghetto dell'ospedale di Aversa



Un malato in camera ad Aversa



Atrio OPG Aversa



La guardia A. Fava mentre parla con un recluso



Il momento del pranzo a Castiglione delle Stiviere
(una vera tavola per la struttura lombarda)



La distribuzione del rancio ad Aversa
(piatti di carta nel casertano)

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