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Oltre il Muro > Attività trattamentali > La Storia di Nabuc
Vero o Falso?
di M.G.
Processo
Nell'antica Roma, la trattazione del contenzioso penale e civile, davanti al Magistrato, si teneva pubblicamente nel Foro Imperiale. Al tempo, però, le regole erano ancora alquanto imperfette. Non vi era, infatti, nessuna norma che stabilisse un termine all'arringa del difensore.
Ed accadeva che questi ultimi, generalmente discepoli di Lisia e Demostene, protraessero i loro interventi ben oltre la soglia della decenza.
Tito Livio, il grande storico, come estremo, cita il caso di un avvocato, tal Antonius Petri (passato alla storia solo per questo), che tenne un'arringa durata più di una settimana (per l'esattezza, 7 giorni 3 ore 16 minuti 28 secondi e, se ci fossero stati centesimi e millesimi di secondo, Tito Livio ce li avrebbe anche detti).
I Magistrati, per contenere nei limiti del tollerabile questo malcostume, in assenza di norme precise, non trovarono di meglio se non ricorrere ad un espediente che, oggi, lo si definirebbe "tecnico".
Essendo il Foro Imperiale, di fatto, uno spazio aperto (cioè, una piazza); decisero di spostare la Corte e sistemarla, il più possibile, vicina all'unico Vespasiano al tempo regolarmente funzionante anche se, evidentemente, ancora ben lontano dagli odierni criteri di igienicità e salubrità.
E, bisogna rimarcarlo, l'espediente colse in pieno l'obiettivo che si era prefisso.
Tanti e tali erano i miasmi là concentrati e tanto fastidiosi i rumori provenienti da intestini in disordine o da aerofagia prorompente, insomma, con ciò la durata del dibattimento rientrò entro ben precisi tempi di ragionevolezza e tolleranza.
Nacque così la locuzione, ben presto entrata nel linguaggio comune e quotidiano, di "Pro cessum" per indicare l'udienza pubblica, non importa se civile o penale, dinnanzi al Magistrato, nelle immediate vicinanze del Vespasiano.
Cambiati i tempi e le procedure, ciò nonostante quel termine è rimasto pressoché invariato. Tanto che, ancora oggi, con il termine "PROCESSO" si identifica un qualsiasi procedimento dinnanzi al Magistrato.
VERO O FALSO?
Mandarino
Il nome di Pigafetta è passato alla storia indissolubilmente legato a quello del suo Ammiraglio, Ferdinando Magellano, il primo che abbia circumnavigato il nostro globo terrestre.
Di ritorno dal periplo, Pigafetta raggiunse immediatamente la madre per la quale nutriva una vera e propria venerazione. E le portò in regalo ogni ben di Dio di quelle lontane terre che egli aveva toccato in quel suo giro: gioielli finemente lavorati, stoffe damascate e frutta tropicale in abbondanza.
Quest'ultima, soprattutto, incontrò i favori della popolana e, tra questa, un piccolo frutto a spicchi, di color rosso-arancione, le piacque sommamente. Ed il grande figlio, per soddisfare quella sua golosità, prese l'abitudine di mandargliene a casse intere.
Essendo la popolana di animo gentile ed altruista, nonostante la golosità, distribuiva quel frutto in sua eccedenza a tutte le comari del vicinato le quali, avendone mangiato, si prodigavano in sperticate lodi per consacrarne la bontà.
E quella popolana, con comprensibile orgoglio, a tutte queste rispondeva semplicemente: "Me li manda Rino"
Costei voleva semplicemente dire che quel così succoso frutto le era stato fatto pervenire dal suo amatissimo figliolo ma le comari, così intente nel suggerlo avidamente, fraintendendo, capirono che così si chiamava quella bontà.
E da questo originario equivoco, fino ai nostri giorni, quella delizia la si continua ancora a chiamare "MANDARINO"
VERO O FALSO?
Traduzione
Parliamo di istituti penali.
Oggi, ancorché sovraffollati, nella maggior parte dei casi, le strutture sono moderne e il personale di polizia penitenziaria inquadrato militarmente ed in gerarchie.
Un tempo non era così. A Roma, per esempio, al tempo dei Papa-Re, continuava ad essere adibito a prigione un carcere, quello Mamertino, costruito diciotto secoli prima da Cesare Augusto. Enormi stanzoni dove si ammassavano, promiscuamente, i detenuti. Così abbandonati a se stessi. Ciò che, poi, accadeva è al di fuori dell’immaginabile e del descrivibile.
Il personale di sorveglianza, come se tutto ciò non fosse bastato, somaticamente ha ispirato gli studi di criminologia del Lombroso quando costui si accinse a descrivere il "criminale per tendenza": peggiori degli stessi detenuti. Allora il termine di "secondino, superiore, guardia, appuntato, ecc.", allora queste qualificazioni erano ancora tutte di lì a venire.
Familiarmente quegli spregevoli individui, dai carcerati, venivan chiamati, al singolare, con il termine "zio".
Però, il giorno in cui un detenuto doveva esser condotto in Tribunale per il processo, quel giorno i guardiani, in numero di due, indossavano una specie di divisa meno logora dei cenci abitualmente indossati e, così, scortavano il detenuto. Che costui, al ritorno, veniva regolarmente preso in giro dai compagni di sventura, in romanesco, gli dicevano:
- Ma n’dò sei stato de bello, tra dù zioni? -
Ovvero quegli "zii", in grand’uniforme, li si chiamava "zioni" per dar loro importanza.
Quel modo di dire così spontaneo, però, ha finito per qualificare la particolare missione di scorta dei detenuti, da parte di agenti penitenziari, sia in Tribunale che verso altri istituti di pena. Infatti ancor oggi, con il termine "TRADUZIONI" si intende, tecnicamente, proprio questo.
VERO O FALSO?
Spaghetti alla Puttanesca
Oggi, che il benessere si spreca, all’Università ci si va a bordo, nel più infelice dei casi, di una Cabrio (la Punto se il padre è proletario e bmw 320 se è piccolo-borghese). Così che risulta estremamente facili rimorchiare colleghe (oggi più della metà degli iscritti per cui, tra l’altro, c’è solo l’imbarazzo della scelta) e, insieme scoprire i misteri del sesso e sperimentare le millanta posizioni del Kamasutra in un pied-à-terre o in una garçonniere a seconda, sempre, del conto in banca di papà.
Solo una quarantina d’anni fa, però, non era ancora così. Che si sappia, solo Gianni Agnelli frequentava l’Università arrivandoci in auto, una Belvedere con modanature esterne in legno del ’48. Ragazze che frequentassero l’Università eran vere e proprie mosche bianche né la forma mentis del tempo agevolava incontri ravvicinati di primo tipo: donna sotto uomo sopra, il più tradizionale e senza alcun’altra fantasia se non un regolare sali-scendi. Beh, ed allora com’avranno fatto i nostri nonni a togliersi lo sfizio o, se vogliamo dire pane al pane e vino al vino, a sverginarsi? Grazie al Diavolo, al tempo funzionavano a meraviglia certe case che, se aperte, le si chiamava chiuse finché una senatrice del PSI, tale Merlin, non decise di chiuderle di nome e di fatto. Si, i nostri nonni, da Universitari, hanno tutti regolarmente frequentato quelle benedette case, che Dio le abbia in gloria. Ma, ci si chiederà ancora, se tutti erano senza il becco d’un quattrino, come avranno fatto a comprarsi una marchetta che avrebbe aperto loro la porta del Paradiso? Da sempre, la necessità aguzza l’ingegno. Innanzi tutto, le ragazze che esercitavano la professione più antica del mondo, tutte indistintamente, provenivano dai ceti più bassi e meno abbienti della società del tempo (signore-bene che si prostituissero per hobby, al tempo, non ve n’erano). E queste ragazze avevano gusti alimentari alquanto semplici che mal si conciliavano con gli obblighi connessi alla "quindicina" (ogni giorno cambiava il catalogo della casa e, di conseguenza, da una città ci si doveva spostare ad un’altra trovando, perciò, abitudini alimentari diverse e, solitamente, non gradite). Ed i nostri nonni, avendo capito che questa sarebbe stata la loro carta vincente per guadagnarsi il Paradiso senza pagarne la marchetta, i nostri nonni inventarono un piatto di spaghetti (da sempre l’alimento più a buon mercato; per quanto si sia poveri, un piatto di spaghetti ognuno se lo può permettere) che piacque subito a tutte, indistintamente, le ragazze "chiuse". Queste, al solo vederlo fumante ed appetitoso, lo barattavano con marchetta e, senza indugio, si trascinavano l’Universitario in camera. Dopo averlo golosamente ingerito, regalavano così ai nostri nonni momenti che nessuno di costoro dimenticherà fino alla dipartita. Questi i suoi ingredienti: 100 gr. Di spaghetti, 5 olive nere, alcuni capperi, una sarda, peperoncino quanto basta e sugo di pomodoro. Un’esca, una vera e propria esca per la puttana. Ed in effetti proprio per questo quella specialità è universalmente conosciuta come "SPAGHETTI ALLA PUTTANESCA".
VERO o FALSO?
La giumenta
Le fattrici, cavalle in gestazione, hanno bisogno di alimentarsi, nel corso della gravidanza, di erba verde, al pascolo. Tra le tante una pianta, però, è assolutamente indispensabile perchè, poi la loro gestazione si concluda con la nascita di un puledro sano e forte: LA MENTA.
Ma, come tutti sanno, un paio di mesi prima delle doglie le fattrici, naturalmente, accusano un calo della vista accentuato e, abbastanza spesso, anche totale. Nulla di veramente grave, solo un inconveniente transitorio anche se fastidioso per le fattrici ed oneroso per l’allevatore. Quest’ultimo, infatti, deve accollarsi il costo di chi (generalmente un inserviente di stalla per contenerne la spesa) ha il solo e specifico compito di accompagnare, alla corda, la fattrice in avanzato stato di gravidanza, al pascolo, perchè quasi o del tutto cieca. E quando l’inserviente si accorge ed adocchia una pianta di menta costui, imperativamente si rivolge alla fattrice e le urla nelle orecchie: - GIU’ ,MENTA ! Di tal che questa se ne possa pascere e generare un puledro sano e forte .
Questa locuzione , rimasta invariata nei secoli , ha poi finito per designare, correntemente e correttamente, le femmine del genere equino. Ed è così spiegata l’etimologia del termine " GIUMENTA".
VERO O FALSO?
IL FENICOTTERO
Tutti sanno che i Fenici sono stati abilissimi mercanti, espertissimi navigatori , e soprattutto, gli inventori della divinità più idolatrata dal genere umano, in ogni tempo: il dio DANARO. Ma non tutti sanno che, contemporaneamente, costoro sono stati ornitofili insuperabili nella difficilissima arte di addestrare per l’appunto uccelli. Ed, in particolare, di una ben precisa specie di questi. Ce lo ha fatto sapere il grande Erodoto, nella sua Historia Universalis, quando ha preso in considerazione gli usi e costumi di questo laboriosissimo popolo. Oggi, la storiografia moderna è propensa a credere che i Fenici abbiano usato questi volatili per mandare messaggi e piccoli pacchi da una loro città ad un’altra quale servizio postale del tempo, ante litteram. Ma, a voler da credito al racconto che ne ha fatto Erodoto; con un complicato sistemi di fumi e di tiranti, interi stormi di questi volatili sono stati in grado di trasportare in volo, navi mercantili fenicie dal mar Mediterraneo a quello Rosso essendo, al tempo, il canale di Suez ben lungi dall’esser ancora inaugurato. Uno spettacolo incredibile che, tutt’ora, desta perplessità e viene accettato con il beneficio dell’inventario. Comunque è stato Erodoto, per primo a definire questi volatili "PHOENIX AELICOPTERUS" intendendo che questi, così mirabilmente addestrati dai Fenici, fossero perfettamente in grado di portare in volo merci e valori per loro conto ed in tutta sicurezza.
Così, nei secoli a seguire, questa definizione è rimasta pressochè immutata per identificare tali volatili. Perciò ancora oggi, correntemente e correttamente, tali uccelli vengon chiamati "FENICOTTERI"
VERO O FALSO?
La Canfora
Venezia, la città lagunare che tutto il mondo ci invidia, fino al Xlll° secolo era in massima parte edificata e costruita in legno. E dopo il fuoco, il peggior nemico del legno sono le tarme che si annidano nei tarli. Ed i sistemi per combattere questa calamità, al tempo erano del tutto empirici: raramente una costruzione in legno superava i 20 -25 anni di vita, a Venezia. Ma, intensificando i commerci con il lontano e misterioso Oriente, a Baghdad i veneziani si imbatterono in una sostanza resinosa locale, di odore intenso e penetrante, che spalmata sul legno ne determinava lo sterminio totale delle tarme. Così risolvendo del tutto il problema del tempo più sentito ed angosciante di Venezia. E si iniziò, così, ad importare quella resina, che aveva un nome arabo del tutto impronunziabile ed incoprensibile, in grande scala. Vi era, però, un solo inconveniente nell’usarla. Bisognava infatti, allontanare dalla casa tutti i cani perché, essendo il loro odorato sensibilissimo, quell’odore così forte li faceva impazzire. Dalle cronache del tempo siamo così venuti a sapere che, un giorno, il Doge Marina Faliero in persona si dilettava a spalmare questa sostanza entro le sue mura domestiche. Un suo carissimo amico, il Patrizio veneto Marcantonio Bragadin, essendo nei paraggi, decise di andare a trovarla. Ed essendo costui un appassionato cinofilo , entrò nel palazzo del doge con tutti i cani che aveva al seguito. Ma nell’udire i latrati di quella canea ed intuendone subito il pericolo, subito il Doge, con tutto il fiato che aveva in gola ed in dialetto locale, urlò: - i can, i can, i can fora! - Quell’urlo così spontaneo sortì l’effetto voluto, in tempo immediato.
Dopo, mediatamente, fu sulla bocca di tutti i veneziani che riferivano quell’episodio a quanti ancora non lo avessero saputo. E fu così che quell’urlo, del tutto spontaneo, finì per identificare quella resina orientale dai nome impronunziabile. All’inizio solo localmente, cioé a Venezia. Successivamente l’uso si diffuse ovunque. Tanto che , ancora ai giorni nostri, con il termine di "CANFORA" si identifica e chiama quella resina che tuttora è il più noto ed efficace anti-tarme.
VERO O FALSO?
Taciturno
Virgilio, Sommo Poeta e Vate, nel libro II della sua Eneide immortala anche la storia di Turno, re dei Rutuli in Alba Longa. Questa era una città della Sabina ricca e fiorente quando, ancora, Roma era ai suoi albori. E là, imperando Romolo, s’era riunita un’accozzaglia di avanzi di galera; tutti rigorosamente single. E’ facile immaginare che, in assenza del gentil sesso, onanismo e sodomia imperversassero. Per rimediare, Romolo decise di dare una festicciola alla quale invitò i vicini Sabini. E Turno ci andò portandosi dietro, anche, le più belle ragazze di Alba Longa. Ma, nel corso dello festicciola, al segnale convenuto, i Romani si caricarono in spalle le Sabine, così rapendole, ivi comprese la moglie e le sorelle di Turno. Anche ammesso che al tempo di cui si parla vi fosse stato l’espediente della spirale, nulla avrebbe potuto fermare una passione così a lungo repressa. E tulle le Sabine, regolarmente, rimasero gravide. Turno volle vendicarsi dell’oltraggio subito. Ma disponeva di forze insufficienti per annientare Roma. Così si recò da Porsenna, potente re degli Etruschi, per stringere un’alleanza onde muovere, assieme, guerra a Roma. Turno, per convincere Porsenna, parlò ininterrottamente per tre giorni e per tre notti. Ma Porsenna, fu distolto in ciò dal dio Marte che tutelava gli interessi della nascente Roma; Porsenna, lapidariamente, rispose: - Taci, Turno! - così opponendosi a quella alleanza che salvò Roma. E Turno, per il durissimo affronto subito, restò muto fino alla morte. Da qui l’etimologia, per antonomasia, del vocabolo "TACITURNO" come per indicare persona scornata che se ne sta, perennemente, in silenzio...
VERO O FALSO?
Archibugio
In guerra come in amore tutto è lecito, si dice. Ma non è stato sempre così, almeno per ciò che attinge la guerra. Per tutto il Medio Evo, il senso della cavalleria e dell’onore erano talmente radicati da rasentare l’incredibile. Si è arrivati al punto che i capi degli eserciti schierati di fronte, in ordine di battaglia, arrivassero a sorteggiarsi la "cortesia" della prima scarica d’artiglieria (e dubitiamo che i soldati così falciati l’abbiano, poi, potuta intendere e recepire come tale). Anche l’episodio che ci ha tramandato il Maramaldo come il "vile" per antonomasia si inquadra in una pratica perfettamente logica, per quei tempi, è cavalleresca (Maramaldo, infatti, era un mercenario mentre il Ferrucci era un "irregolare insorto": sul campo di battaglia costoro non avevano diritto ad esser risparmiati, se feriti, come invece i mercenari e regolari di opposta fazione). Accadeva, anche, che ci si mettesse d’accordo, preventivamente, sulle armi che si sarebbero, poi, adoperate nel corso della battaglia. Fu così che, in una battaglietta combattuta nelle Fiandre, entrambi i capi degli opposti eserciti convenissero di farsi guerra, il giorno dopo, con gli archi. La cavalleria e l’onore avrebbero garantito quell’accordo. Ma non fu così. Uno si presentò con gli archi mentre l’altro, furbescamente, con fucili dalla lunga canna. E fu una carneficina, per l’esercito del generale credulone. Costui, colpito a morte, prima di spirare disse: - Archi? Bugia! – E spirò. Così che quelle sue ultime parole identificarono, per sempre, quelle armi da fuoco, cioè l’ARCHIBUGIO.
Vero o falso?
Aitante
La mitologia classica ha canonizzato la bellezza virile in tre tipologie ben distinte: Adone ne impersona quella mortale, Apollo quella immortale e Narciso quella equivoca al punto che il sesso ne risulti subordinato fino all’autocompiacimento.
Ebbene, Ambrogio Gilardoni, che si sappia, rimane ancora il solo ad aver sommato e fuso, in sé, queste tipologie.
Visse a Milano nel settecento e, di mestiere, faceva il cocchiere ovvero, tradotto in linguaggio contemporaneo, il tassista. Non c’è ancora aggettivo che possa render l’idea della sua bellezza perché Ambrogio piaceva a tutti: uomini, donne, ragazze, ragazzi, anziani, anziane e libertini. Proprio a tutti. Né erano sentimenti di tipo platonico. Le cronache del tempo narrano che costui, come mettesse il piede fuori dell’uscio di casa, così veniva assalito, indistintamente, da quanti lo avessero adocchiato, essendosene invaghiti all’istante. E sembra che questa torma concupiscente non andasse, poi, tanto per il sottile se il povero Ambrogio, ed è proprio il caso di dirlo, per evitare di esser travolto dagli assatanati, non trovasse di meglio che urlare, a squarciagola, aiuto sperando che i gendarmi, onorando la divisa indossata, tutelassero la sua incolumità senza aggregarsi a quell’orgia pubblica. Al tempo dei fatti in discorso, chiedere aiuto si diceva "aitare" ed "aita" voleva dire, disperatamente e seccamente, aiuto. Così che, poi, identificando per antonomasia il nostro Ambrogio con il participio presente di quella forma verbale anche oggi, correttamente e correntemente, un giovane di gran bell’aspetto viene definito "AITANTE".
Vero o falso?
P.S.: Ambrogio Gilardoni stanco di questi assalti, si rassegnò a celare il suo volto dietro una maschera di ferro per il resto della sua vita.
Funerale
Oggi le occasioni d’incontro tra gli opposti sessi sono varie e molteplici. Non così però nei tempi che furono. Allora erano generalmente le famiglie a stabilire le unioni coniugali della rispettiva prole, mentre altrettanto generalmente, era il clero a gestire di fatto, le restanti ed alquanto limitate occasioni di incontro. La Santa Messa domenicale, soprattutto. Poi le processioni. Ma in entrambi i casi era possibile intervenire per tenere separati e distinti i rispettivi sessi. In chiesa, da una parte gli uomini e dall’altra le donne. Mentre, nelle processioni, prima le donne e, dopo il solenne paliotto sacerdotale, tutti gli uomini. Ma, si sa, da sempre la necessità ha aguzzato l’ingegno così come, fatta una legge, dopo se ne trova il modo d’aggirarla. Vi era una sola circostanza, ed una sola a quei tempi, perché ragazzi e ragazze potessero frammischiarsi impunemente e pubblicamente: il corte che accompagnava il feretro di un congiunto comune alla sua ultima ed estrema dimora. Nel tragitto che dalla casa del defunto portava al camposanto; dietro la bara del caro estinto accadeva ben oltre quanto descritto dalla fantasia, pur vividissima del Boccaccio del suo Decamerone. Di fatto, dopo una tale mesta cerimonia, in capo ai nove mesi, vi era una esplosione demografica incredibile ma, cosa ancor più imbarazzante, a quegli innocenti era quanto mai difficile attribuire una sicura paternità per via della occasionalità che, per assioma, fa l’uomo ladro. Ne le puerpere ricordavano con precisione chi, in quel groviglio pubblico, le avesse rese gravide. Così che per porre termine ad un così sconcio andazzo, definitivamente, con una apposita bolla Pontificia del 1561 di Papa Alessandro VI, si stabilì di attaccare alla parte posteriore della bara o, se del caso, al carro che trasportava la salma, si ordinò che una lunga corda venisse tesa dietro il feretro onde tener separati i turbolenti sessi. Essendo quella bolla Pontificia redatta in latino, lingua ufficiale della Chiesa Cattolica; tale rimedio, estremo e necessario, venne definito "funis pro morale". Ossia un accorgimento, semplice in sé, per tutelare degnamente la pubblica morale. Volgarmente quell’espressione venne corrotta e, nell’uso comune, la si contrasse in "FUNERALE" che, ancor oggi, identifica il mesto corteo che si snoda dietro il feretro dell’estinto.
Vero o falso?
Treno
Oggi le conquiste della tecnologia sono tante e tali che non ci si meraviglia più di nulla. Prendiamo in considerazione, per esempio, i trasporti su rotaia. Da Milano a Roma, con l’ETR 500, ci vogliono poco più di tre ore (quando le porte magnetiche funzionano tutte o il sistema frenante non lasci tra i binari le sue parti essenziali o, per fare ancora prima, il Pendolino non decida di saltare a piè pari, motu proprio o con il concorso di altri, la stazione di Piacenza ).
Invece i nostri nonni e bisnonni, beati loro, hanno vissuto in epoche pionieristiche. Essi hanno assaporato la sottile gioia di eccitarsi alla vista di una puzzolente e sferragliante vaporiera che, entrando in stazione, buttava fuori tanto di quel fumo da oscurarne il sole.
Ma era tanto e tale l’entusiasmo che si passava sopra a tali piccolezze.
E che dire delle carrozze?
Oggi non si sa più quali comodità aggiungervi: aria condizionata, telefono satellitare, TV, radio, ristorante, toilette con doccia, wagon-lit e cuccette, poltrone singole in pelle ed in velluto, ecc.
Niente di tutto ciò vi era agli inizi. Le carrozze, in legno e senza vetri (anzi, le prime erano proprio scoperte (en plein air) erano dotate di panchine squadrate e scomode, progettate per accogliere solo due viaggiatori.
Ma, nonostante che da Napoli a Roma occorresse un’intera giornata di viaggio, tanto era l’entusiasmo che, non appena la vaporiera entrava in stazione, le carrozze venivano prese d’assalto e, pur di non restare a terra, si finiva per occupare le panchine oltre il consentito.
Tre viaggiatori divenne la norma di viaggio (anche se, in alcuni ed estremi casi, le cronache del tempo hanno riportato la notizia di cinque viaggiatori seduti contemporaneamente sulla stessa panchina, Dio solo sa dopo quante e quali contorsioni).
Ed i controllori, tutte le volte, ebbero il loro gran bel da fare per fare rispettare i limiti di capienza stabilito per ogni singola panchina. Generalmente invano e costantemente disatteso dagli utenti di quel tempo.
Costoro, a furia di sentirsi ripetere dal controllore, ostinatamente e contro ogni logica, sempre la stessa frase: - Signori, in panchina in tre no! - s’insinuò così, nel gergo del tempo, l’espressione " viaggiare in tre no" (ancora distaccato) coniata, per l’appunto, dagli utenti.
Ma quella che sembrava essere una moda del tutto temporanea e transitoria, invece, finì poi per l’identificare l’intero convoglio che si muoveva sui binari ed, ancora, senza un suo nome ben specifico e popolare.
Ed è questa, infatti, l’origine etimologica del termine "TRENO".
Vero o falso?
Melodia
Tutti sanno che il genio di Ludwig Van Beethoven è stato tanto più grande perché, di fatto, completamente sordo nei suoi ultimi vent’anni di vita e, nonostante ciò, la sua migliore produzione è riconducibile proprio a quel periodo.
Non tutti sanno che Beethoven era geloso delle sue composizioni e, per la qual cosa, abbia condotto una esistenza grama passando a miglior vita povero in canna.
Proprio quando non ne poteva fare a meno, per sbarcare il lunario, prendeva una sua composizione musicale originale e la portava al suo editore ma, fino all’ultimo, combattuto tra il desiderio d’esser padrone assoluto della sua creatura e la voglia di metter qualcosa sotto i denti.
Così avvenne che un giorno si presentasse dal suo editore con uno spartito sotto il braccio. Quest’ultimo, sapendo il valore Del compositore, lo voleva subito mentre Beethoven, come suo solito, tergiversava. E ne scaturì una vivace discussione alquanto surreale perché, come si sa, il Maestro era sordo come una campana e non capiva una sola parola del suo editore.
Quell’editore, ormai stanco e senza più fiato, con movimento fulmineo, sottrasse lo spartito da sotto il braccio Del genio e, intingendo la penna nel calamaio, scrisse sopra la pagina iniziale bianca queste poche parole: - Me lo dia ! -
Noi non sappiamo se, poi, il Compositore si lasciò convincere da questo estremo tentativo di compromesso da parte di un editore ormai afono.
Sappiamo solo, e con certezza, che quelle parole sono rimaste scritte, indelebilmente, su quel manoscritto che, per la purezza delle armonie in esso rappresentate, ha finito per identificare quel genere musicale che, ancor oggi, lo si chiama "MELODIA".
Vero o falso?
Annona
Le persone grasse, lo si sa, hanno una carica di simpatia spontanea e connaturata. Anna Rossetti era molto grassa, ma non solo, era naturalmente simpatica a tutti. Anna era anche un assessore del comune di Roma attiva e competente, tra il 1910 e fino all’ascesa del Fascismo. E per questo suo instancabile dinamismo, nel corso della Ia guerra mondiale, le venne affidato il delicatissimo incarico di approvvigionare la capitale di ogni possibile genere di prima necessità perché la popolazione non avesse a subire anche la tragedia della fame. Incarico, questo, che Anna Rossetti assolse nel miglior modo possibile. Roma fu, infatti, una delle città, forse proprio l’unica, che non subì razionamenti nel corso di quella grande guerra. E tutto il popolo le volle tanto bene, stimandola ancor di più, che, familiarmente, tutti la chiamavano per nome, ma data la sua stazza corporea, confondendo il suffisso accrescitivo per vezzeggiativo. Costei, per tutti i suoi concittadini, era "l’Annona", e basta.
Perciò, ed in suo onore, l’ufficio da lei ricoperto così egregiamente in guerra, da Assessorato per gli approvvigionamenti, venne poi chiamato, semplicemente, ANNONA.
Vero o falso?
Ovazione
Lo si definisce il "bel mondo della celluloide". Sarà pure vero. Certo, come disse quel tale, il denaro non dà la felicità ma contribuisce, grandemente, a non sentirne e soffrirne la mancanza. Vero è che, al giorno d’oggi, gli attori ne guadagnano a tonnellate, di denaro. Saran felici? Non saran felici? Non è questo il punto che interessa l’indagine in corso. Risponde, però, sicuramente a vero il fatto che, i loro predecessori ed in tempi anche remoti, di norma non venissero ricompensati e, quando la chiesa cattolica ebbe peso nei destini del tempo, morendo venivano seppelliti, senza cerimonia religiosa, in una parte del cimitero non consacrata, avendo per buoni vicini chi avesse deciso di abbandonare questa valle di lacrime suicidandosi.
Questi, al tempo, gli attori. Tenuti in scarsissima considerazione al punto che non era raro che ne morissero per stenti, inedia, fame.
Ora , essendo queste le premesse, è facile capire la consuetudine del tempo se, mai, gli spettatori avessero gradito l’interpretazione dell’opera rappresentata. Oggi sarebbe ed è il più grande affronto che si possa fare ad un attore. Ma, allora, era esattamente il contrario. Cioè, se l’opera era piaciuta così come la recitazione dei rispettivi ruoli e parti, il pubblico, alla fine, lanciava all’indirizzo del palcoscenico ortaggi diversi, generi di prima e più immediata necessità e, solo in caso di trionfo, al tutto vi aggiungeva anche uova (di norma eran sode ma, chi era seduto a ridosso del palcoscenico, era autorizzato a passarle, brevi manu, agli attori ancora calde di covata). Così quegli infelici, almeno per quella sera, avevan di che far lavorare ganasce e stomaco. E nell’antica Roma questo trionfo finale, il lancio di uova sode (o, se vicini, di uova di giornata) era chiamato "ovatio". Mutati i tempi, il vocabolo però è rimasto di uso comune e, così, con il termine di OVAZIONE si identifica lo scroscio frenetico di mani tributato all’attore da parte del pubblico che ha gradito la sua interpretazione.
Vero o falso?
Visone
Più che moda, l’uso di ripararsi dai rigori dell’inverno indossando calde e morbide pellicce, da parte del gentil sesso, è un radicato vezzo irrazionale. Civetteria, questa, che però costa alquanto cara ai loro e rispettivi consorti. Per colore, sfumature, morbidezza, lucidità del pelo, una di queste pellicce è quella più amata e desiderata dalle donne. Inizialmente, il suo nome era "Zerbinetto". Ma, più di un secolo fa, si verificò il caso di un marito che, esasperato dalle pretese della moglie sul volerne una così, non avendone i mezzi, per distoglierla, pensò bene di schiaffeggiarla sonoramente davanti alla vetrina che le esponeva. Ci andò pesante, sfigurandole il viso. Il fatto destò clamore e venne anche emulato da altri mariti in analoghe situazioni. Un giornale del tempo, riportò il fatto a titoli cubitali in prima pagina: - "MARITO FA IL VISONE ALLA MOGLIE" – e la fotografia ritraeva la pelliccia di zerbinetto a bella vista. E fu così che quell’episodio di violenza, riportato dalla stampa in modo conciso ma improprio, finì poi con l’identificare quella pelliccia, che ancor oggi si chiama VISONE.
Vero o falso?
Eccellenza
Non si può certo dire che i Signori Feudali, per tutto il Medio Evo, si potessero annoiare o, se mai fosse stato, sentire la mancanza della televisione. Quando non erano impegnati in guerre di confine o di più ampio respiro (come, ad esempio, le Crociate che, per inciso, sono state di recente rivalutate dalla storiografia moderna: prima si credeva che fossero da attribuire a follia mistica collettiva mentre, oggi, si è propensi a credere che alla base di queste vi sia stata cupidigia e nulla più o altra e diversa attenuante ed interpretazione); quando non erano in guerra i Signori Feudali trascorrevano il loro tempo organizzando tornei, battute di caccia, somministrare (più che amministrare) la giustizia e, di sera, impalmare procaci forosette esercitando lo "jus primae noctis" (non si saprà mai se, anche quest’ultimo diritto, promanasse dal Creatore Iddio nel nome del quale, questi Signori, assicurassero di governare). Ma quando i territori sotto l’arbitrio di questi Signori avessero compreso litorali o corsi d’acqua non importa se torrentizi o di più vasta portata, allora l’attività preminente di questi Signori, subordinata solo alla guerra, era la pesca con la canna. Ed un cerimoniale di corte meticolosissimo regolava questa occasione. Un’ora dopo il levar del sole, annunciato da squilli di tromba e scampanii, il corteo feudale lasciava il castello alla volta del mare o del corso d’acqua prescelto. Quel corteo era composto esclusivamente da dignitari. Quelli di rango più basso avanti e, via via, seguivano quelli con dignità superiore. Il Signore chiudeva la sfilata con la sua guardia del corpo al completo ed in assetto da parata. Giunti a destinazione, ognuno di questi dignitari aveva da svolgere un compito ben preciso connesso con l’attività ittica in programma e direttamente proporzionale al suo rango. Una volta espletate tutte queste formalità e preparativi, si dava così inizio al cerimoniale più importante con cui il Signore era messo nelle condizioni di svolgere, praticamente, la pesca in programma. Ovvero il funzionario di più alto grado, su di un cuscino di velluto riccamente arabescato, presentava al Signore, in ginocchio a quasi un metro dalla sua persona, un piccolo ferro adunco legato a sottile e lunga corda e, contemporaneamente ed a voce alta, pronunciava la frase di rito: - Domine, ecce lenzam ! - Il Signore prendeva il tutto, lo legava ad una flessibile canna di bambù, e con gesti delle mani ampi e rotatori, lanciava quel ferro adunco nell’acqua in attesa, e sperando, che negli immediati paraggi vi fosse uno stupido pesce, preferibilmente di peso superiore al chilogrammo, che abboccasse. Comunque, e così venendo a concludere, quella frase di rito, con il tempo, identificò il corteo di funzionari, indipendentemente dal loro grado. Ovvero i popolari, nel rivolgersi a dignitari e funzionari del Signore Feudale, omisero i titoli individuali e, così, finirono per chiamar tutti "Eccellenza". Vocabolo che, tuttora, designa ed identifica persone di rango elevato.
Vero o falso?
Selvaggina
Dopo aver sconfitto il cattivissimo sceriffo di Nottingham, Robin Hood, il ladro che rubava ai ricchi per distribuire ai poveri, sposò la sua adorata Marian e governò quella contea saggiamente. Questa sua seconda vita, la rinascita, ci è stata narrata dal più grande scrittore medioevale inglese, Chaucer, nel suo libro "I racconti di Canterbury". Robin Hood, ora nuovo ed amato sceriffo della contea di Nottingham, ebbe da Marian numerosa prole: sette proli e una sola prola, per l’esattezza. Una volta assolti al meglio i doveri conseguenti al suo titolo, la foresta di Sherwood, però, gli era entrata in circolo, nel sangue, come una droga. Sellava il suo magnifico destriero e là se ne andava a caccia , come ai bei vecchi tempi. Ma non più avendo per compagno Big John, bensì alcuni suoi proli, ancorché in tenera età. Ed insegnava loro tutti i trucchi del mestiere. La curiosità, poi, è direttamente proporzionale all’età. Così che Robin passava gran tempo a rispondere a tutti i loro perché. E sperimentando, di persona, quanto sia stato e sarà sempre difficile rispondere a domande di pargoli che attengano al sesso. Cioè, un giorno, un suo prolo gli chiese di punto in bianco: - Papà, ogni giorno noi portiamo al castello carnieri interi di animali di tante specie diverse. E il giorno dopo ne vediamo sempre di più. Ma da dove vengon fuori? - E Robin, preso alla sprovvista, per non affrontare un argomento in sé scabroso che avrebbe dato adito ad altre ed infinite domande, tagliò corto e così rispose: - figliolo, vengon fuori dalla vagina della selva" - E non se ne parlò più per quel giorno. Solo che quella lapidaria risposta, riportata poi da un così grande scrittore, finì con l’identificare il normale carniere di un cacciatore talché, ancor oggi, è in uso corrente e corretto il termine di SELVAGGINA.
Vero o falso?
Insulina
Agli inizi di questo secolo, la farmacologia ha iniziato a fare passi da gigante nelle cure di ben determinate malattie che, solo poco prima, determinavano la sicura morte di quanti le avessero contratte.
Una, in particolare, era abbastanza temuta. La sua sintomatologia evidenziava un aumento notevole del peso corporeo, improvvisa cecità, la certezza di entrare in coma se non si fossero ingerite sostanze ad alto contenuto di zuccheri. Ma, fortunatamente, venne trovato l’antidoto che, tra tante miracolose qualità, aveva però il difetto di dover essere iniettato nel paziente, per via intramuscolare. Cioè, e banalmente parlando, con una iniezione. E v’è chi ha paura dell’ago che entra nelle carni. Ed Angela, un’obesa paziente che aveva contratto questa malattia, familiarmente chiamata Lina, più che paura aveva proprio terrore. Quando l’infermiera le si avvicinava per praticarle l’iniezione, si accasciava al punto di prostrarsi per terra. E, tutte le volte, la solita frase da parte del personale paramedico: - Dai, Lina, fai la brava, in su! In su, Lina! - E quella frase, così ossessivamente ripetuta, prese piede nel linguaggio comune ed, inoltre, si diffuse rapidamente dovunque. E così, ancor oggi, la prodigiosa cura che sconfigge questo male viene, universalmente, chiamata INSULINA.
Vero o falso?
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